Usa, il fronte ambientalista applaude l'arrivo di John Kerry

John Kerry (a sinistra) e il presidente Usa Joe Biden (ansa)
La nomina a super ministro dell’Ambiente spacca l’America: Greenpeace esulta, il Wall Street Journal commenta: “Sarà un disastro, regalerà a Pechino una vittoria strategica”
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NEW YORK. Gli ambientalisti applaudono, almeno nella maggior parte dei casi, mentre i conservatori che sostenevano l’agenda di Trump sull’energia si strappano i capelli. Entrambi hanno ragione, dal rispettivo punto di vista, ad avere reazioni così nette davanti alla nomina di John Kerry come inviato speciale presidenziale per il clima, perché la mossa di Biden ha un significato molto più profondo del titolo assegnato al suo vecchio amico e collega.

Il nuovo capo della Casa Bianca ha creato in sostanza la posizione di super ministro dell’Ambiente, e l’ha affidata all’ex senatore, ex segretario di Stato, ed ex candidato alla presidenza. Così ha segnalato che l’emergenza climatica sarà una priorità della sua amministrazione, non solo per l’impatto sull’ambiente, ma anche sull’economia e sul futuro dell’intera società globale. Già durante la campagna elettorale, infatti, Biden aveva chiarito di avere una visione olistica del problema, che andava dalla pulizia dell’aria, alle enormi opportunità di sviluppo ed occupazione offerte dalla transizione verso l’energia pulita. La scelta di Kerry conferma questa direzione strategica, perché si tratta di una persona che ha grande esperienza tanto nelle relazioni internazionali, necessarie per rilanciare l’accordo di Parigi, quanto nelle politiche domestiche, che invece saranno al centro degli aspetti economici e sociali.

Lo ha capito Greenpeace, ad esempio, quando ha commentato così la notizia: "La nomina è un segnale positivo per le intenzioni di Biden di integrare la leadership climatica in ogni aspetto dell’amministrazione". E lo hanno capito gli avversari del nuovo presidente, che invece si disperano. Il Wall Street Journal, ad esempio, ha scritto che la scelta di Kerry sarà un disastro, perché quando dovrà negoziare con Xi Jinping il rientro degli Usa nell’accordo di Parigi, e il rilancio dell’intesa con impegni futuri ancora più stringenti, si arrenderà facilmente e regalerà la vittoria strategica a Pechino. Qui si potrebbe notare che il Wsj dimentica il fallimento quasi totale della politica muscolare adottata da Trump nei confronti della Cina, che con quattro anni di guerra commerciale ha ottenuto solo un piccolo accordo da 200 miliardi di dollari per l’acquisto di prodotti americani, che la Repubblica popolare non ha nemmeno rispettato. La preoccupazione dei conservatori però è comprensibile, perché è evidente la volontà di Biden di cambiare completamente direzione. Il nuovo capo della Casa Bianca non solo si propone di rientrare nell’accordo di Parigi dal primo giorno di mandato, ma vuole riprenderne la leadership per spingere tutti i membri a fare di più. Su questo punto i suoi interessi coincidono con quelli dell’Unione Europea, e infatti lui punta a ricostruire l’alleanza con Bruxelles proprio per unire le forze allo scopo di spingere Pechino a cambiare linea non solo sull’ambiente, ma anche sui commerci, i diritti umani, il rispetto della democrazia.              
 

Se Kerry sarà capace di portare avanti un’agenda così ambiziosa lo vedremo presto, ma lui stesso aveva indicato questa linea quando nel novembre dell’anno scorso aveva lanciato l’iniziativa "World War Zero", ossia un gruppo di cui facevano parte ex presidenti democratici come Clinton e Carter, leader repubblicani come Arnold Schwarzenegger e John Kasich, imprenditori, e celebrità tipo Leonardo DiCapro e Sting. Lo scopo dichiarato era "mobilitare gli americani e i cittadini di tutto il mondo ad affrontare i cambiamenti climatici e l’inquinamento". Kerry aveva fatto questa mossa per restare politicamente rilevante, e crearsi una base soprattutto fra i giovani da cui avrebbe potuto lanciare la sua corsa alla Casa Bianca, se Biden avesse fallito nelle primarie. Joe però ce l’ha fatta, è diventato presidente, e ora ha affidato proprio a John il compito di realizzare questo aspetto chiave della sua agenda.    

Il modo in cui Kerry intende affrontare la missione ce lo aveva spiegato lui stesso, durante un’intervista esclusiva concessa in luglio a La Stampa, proprio per spiegare le prospettive dell’amministrazione Biden: "Ci sono molte opportunità - aveva detto - per chiarire che gli Stati Uniti sono tornati sulla scena globale, così tanti temi dove la nostra assenza è stata avvertita dagli alleati, e posti dove gli avversari hanno approfittato del vuoto. Ovviamente l’Iran è uno di questi. Ma pensate ai segnali positivi che l’amministrazione potrebbe mandare subito sui cambiamenti climatici. Un governo responsabile ovviamente tornerebbe subito nell’Accordo di Parigi, ma manderebbe il segnale a Glasgow, in Scozia, alla prossima Cop, che il mondo deve accrescere le proprie ambizioni per ridurre le emissioni. Parigi stessa era un obiettivo, non una garanzia. Gli Stati Uniti devono dimostrare che, nonostante le difficoltà economiche del 2020, il clima non è una questione secondaria, tenuta in ostaggio dalle fragili politiche domestiche. Invece gli Usa possono galvanizzare nuove linee di sforzi per spingere il mondo ad affrontare l’emergenza clima e accendere la scintilla per una rivoluzione mondiale dell’energia pulita. Uno dei modi più rapidi per rinnovare la credibilità americana sarebbe tornare a coinvolgere la Cina negli obiettivi per la riduzione delle emissioni stabiliti in tandem nel 2014, e l’Europa. Perché? I principali inquinatori del mondo, Cina, Ue e Usa, sono responsabili di oltre il 50% delle emissioni. Un movimento all’interno del G20, in cui i principali emettitori responsabili di oltre l’80 o l’85% delle emissioni si unissero per ridefinire verso l’alto le ambizioni di Parigi, segnalerebbe l’impegno a "build back better", ricostruire meglio, dopo il Covid".

Una sollecitazione diretta in maniera esplicita all’Italia, che ha appena preso la presidenza del prossimo G20, e potrebbe sfruttare l’occasione anche per rafforzare da subito il rapporto con Biden. Infatti Kerry aveva aggiunto: "Ciò rassicurerebbe 130 economie del mondo, che producono meno dell’1% delle emissioni globali, che i grandi Paesi sono seri sulla questione del clima. Questo genere di impegno sarebbe benvenuto dal mondo". Ora il dossier è nelle sue mani, e il mondo aspetta di vedere i risultati.