MODA SOSTENIBILE

"Faremo solo vestiti riciclati"

Martijn Hagman, CEO di Tommy Hilfiger Global e PVH Europe di Tommy Hilfiger, annuncia la nuova strategia della maison: entro il 2030 tutte le collezioni saranno totalmente sostenibili. “L’obiettivo: prodotti tutti circolari, fatti di materiali riciclati e a loro volta riciclabili”

3 minuti di lettura
Il vero, grande trend della moda oggi è la sostenibilità: tutti la citano, la invocano, ne parlano. Tommy Hilfiger, marchio del gruppo PVH simbolo dello "stile all'americana", è andato oltre, lanciando all'inizio dell'autunno "Make it possible", un programma con cui si impegna ufficialmente a produrre entro il 2030 collezioni totalmente sostenibili, in termini ambientali e umani. L'iniziativa è la prima sotto la guida del nuovo ad del marchio, Martijn Hagman, CEO di Tommy Hilfiger Global e PVH Europe, in carica dallo scorso 2 giugno. Una vera dichiarazione d'intenti, come spiega lui stesso. 
 
Perché creare un progetto del genere? 
"Tommy Hilfiger si occupa di certe tematiche già da dieci anni. In principio si trattava soprattutto di informare il pubblico, i nostri dipendenti e i collaboratori, perché non se ne sapeva molto; con gli anni la discussione s'è fatta sempre più articolata, coinvolgendo la catena produttiva e le collezioni stesse: da qui la necessità di un programma con obiettivi precisi. Ci abbiamo messo due anni per elaborarlo: darsi come punto d'arrivo il 2030 serve più che altro a ribadire che non si tratta solo di marketing stagionale. E poi, lavorando sui 10 anni si può puntare anche a traguardi che per ora non sono alla nostra portata: tanto il tempo per raggiungerli c'è". 
 
Com'è strutturato?
"Attraverso diversi studi di mercato condotti negli ultimi anni abbiamo estrapolato due obiettivi: la circolarità e l'inclusività. Con il primo miriamo a collezioni interamente circolari, cioè fatte di materiali riciclati e a loro volta riciclabili, ottenuti con lavorazioni a basso impatto ambientale e attraverso una catena produttiva rispettosa dei parametri che ci siamo imposti. Con il secondo invece puntiamo a coinvolgere tutti i consumatori - penso alla nostra linea gender-neutral o ad Adaptive, per persone con ridotta abilità motoria - e a un ambiente di lavoro senza barriere di genere o di età".
 
Già lo scorso gennaio avete lanciato un jeans in cotone riciclato al cento per cento. Una svolta epocale, che in molti sostenevano non essere possibile.
"Non è impossibile, solo molto complicato e caro. Si tratta di un cotone ottenuto per il 75 per cento dalle rimanenze della catena manifatturiera e per il 25% dal riciclo di vecchi capi, che poi è dove sta la vera difficoltà. Occorrono macchinari specializzati e investimenti finanziari adeguati. Al momento abbiamo in collezione 24 modelli di denim riciclato al 100%; inoltre, nella linea summer-prefall 2021 che abbiamo appena presentato ai compratori, abbiamo il 79% in più di capi sostenibili rispetto a quella precedente, un bel passo in avanti".
 
Come diceva lei, certe lavorazioni sono più care. Come si riflette la cosa sui vostri prezzi? 
"I nuovi consumatori sono molto più interessati all'ambiente, e cercano brand altrettanto attenti. Ma allo stesso tempo, non è detto che siano disposti a pagare di più. Si tratta perciò di raggiungere l'obiettivo in un modo che sia anche vantaggioso: il primo modo per farlo è abbassare i nostri margini, per lo meno con queste categorie merceologiche. Aiuta che le innovazioni nel campo siano sempre più rapide: ce ne stiamo rendendo conto attraverso le aziende con cui collaboriamo, che investono costantemente in macchinari sempre più efficienti". 
 
Un nodo vitale per "Make it possible" è il controllo della catena di approvvigionamento. Come vigilate su tutti i laboratori, i fornitori e i distributori con cui siete in contatto?
"Diciamo che non basta chiederlo. Abbiamo prima di tutto creato una governance sul tema, così da favorire l'applicazione di certi parametri. La mia più grande paura è dire che qualcosa sia sostenibile quando invece non lo è. La credibilità è tutto, tanto che oggi uno dei criteri di scelta dei nostri partner è proprio quanto sono disposti a investire sul tema". 
 
La popolarità di certi argomenti ha portato a un "green-washing" generale della moda. Quasi tutti i brand si dichiarano ambientalisti convinti, e i consumatori non sanno se l'impegno professato sia reale o solo di facciata. Come combatterebbe il fenomeno?
"Le descrizioni nebulose dei capi o l'uso poco chiaro dei termini tecnici è un problema da risolvere. Nell'industria alimentare ci sono attestazioni ed etichette globalmente valide per spiegare origini e tipologie dei cibi: tutto questo nella moda manca, e infatti molte delle certificazioni esibite dai brand sono auto-conferite,  quindi hanno un valore molto relativo. Al momento stiamo collaborando con altri marchi a un sistema di indicazioni comune. Non se ne può più fare a meno".
 
Che effetto ha avuto il lockdown sui vostri piani?
"Lavorando sul lungo termine per ora non ci ha rallentato. Anzi abbiamo accelerato, visto l'ulteriore aumento di interesse del pubblico: le parole chiave di moda più cercate negli ultimi mesi sono state "sostenibile" e "riciclato". E non si tratta solo di curiosità: in proporzione i prodotti riciclati vendono di più, e la loro crescita è la più alta. Lo dimostra il monitoraggio del nostro e-commerce e di piattaforme come Zalando. Se continua così, raggiungeremo gli obiettivi ben prima del 2030".