Smartphone, Apple e Samsung campioni di green. Huawei insegue a ruota

L'azienda di Cupertino è in assoluto la più impegnata nella sostenibilità a 360 gradi fra i principali brand del settore. Ma anche i sudecoreani, considerando le infinite gamme di prodotti, non sono da meno in termini di complessità della strategia. I cinesi hanno scelto il Mate 40 Pro per dare una svolta. Indietro le altre aziende
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L'approccio è ancora differenziato. Apple e Samsung hanno iniziato per primi, con la Mela a guidare il gruppo: per Cupertino l'ambiente è in cima alle priorità in ogni azione. Huawei si è mossa negli ultimi tempi ma con decisione mentre altri produttori, da Xiaomi a Oppo, rimangono un po' indietro o in certi casi non hanno alcuna politica ambientale, almeno non ufficiale. La filiera hi-tech, specialmente quella per gli smartphone, può essere particolarmente inquinante. Ma offre anche infiniti margini di miglioramento che toccano ogni aspetto produttivo: dalle fonti energetiche degli impianti di produzione al packaging, dalle materie prime agli investimenti nel riciclo, in una linea verde che progressivamente unirà tutti i passaggi. Ma a cui rimane ancora molta strada da fare, specie per "fare sistema" e non dilapidare da un lato ciò che si è ottenuto da un altro.
 

Apple è da sempre all'avanguardia in ogni ambito, dall'energia che alimenta le attività operative ai materiali dei dispositivi fino alle aziende con cui intrattiene rapporti, passando per la salute e la sicurezza delle persone che realizzano e usano i prodotti. Si parte proprio dai prodotti, per i quali Cupertino riprogetta da zero i materiali riducendo la quantità di energia usata, intervenendo dunque già in fase di fabbricazione. Dal 2008 la quantità media di energia che i device ideati in California - ma assemblati in Asia - consumano è diminuita del 73%. Ogni singolo prodotto della Mela viene testato per verificare che sia conforme a un elenco di sostanze regolamentate e Apple studia la composizione chimica di tutti i materiali presenti nei dispositivi, che si tratti di smartphone, tablet, laptop o smartwatch, per avere dati più precisi circa i loro effetti sulla salute delle persone e sull'ambiente.
 

Qualche esempio? iPhone 11, iPhone 11 Pro e iPhone 11 Pro Max sono stati i primi smartphone al mondo costruiti col 100% di terre rare riciclate nel Taptic Engine, l'attuatore del dispositivo, certificazione replicata con i nuovi iPhone 12. Sull'alluminio invece il gruppo ha già raggiunto livelli ragguardevoli se non da record: già lo scorso anno grazie all'utilizzo di alluminio riciclato e adoperato per costruire (anche) le scocche dei telefoni e a basse emissioni di gas serra, la "carbon footprint" si è ridotta di 4,3 milioni di tonnellate. E laddove la qualità della materia prima seconda non risultava all'altezza di un nuovo prodotto, Apple non ha esitato a inventarsi dei materiali ad hoc, come la lega di alluminio riciclato usata per scocche e gusci di MacBook Air, iPad, Apple Watch e Mac mini.
 

C'è poi il capitolo packaging, su cui molti produttori si sono accodati nei mesi: via gli alimentatori e le cuffiette EarPods dalle confezioni degli iPhone 12, per tagliare ulteriormente le emissioni ed evitare estrazione e utilizzo di metalli preziosi. In fase di riduzione la plastica e in aumento i materiali riciclati. In ogni pallet per le spedizioni dagli impianti asiatici ci entra così il 70% in più di scatolette dei telefoni, ottimizzando gli spazi logistici. Insieme, questi cambiamenti solo sugli ultimi modelli di punta consentono di evitare l'immissione nell'atmosfera di oltre due milioni di tonnellate di CO2 all'anno: come se ogni anno si togliessero quasi 450 mila auto dalle strade. L'architrave di questa filosofia è creare una filiera circolare per ciascuno dei 14 materiali critici per la produzione: alluminio, cobalto, rame, vetro, oro, litio, carta, plastica, terre rare, acciaio, tantalio, stagno, tungsteno e zinco. Nel caso della carta, per esempio, la filiera è già in quelle condizioni.
 
L'obiettivo finale di Cupertino prevede entro il 2030 lo status di azienda "carbon neutral", dall'approvvigionamento dei materiali all'utilizzo fino ai trasporti e al recupero dei materiali alla fine del ciclo di vita. Sedi, negozi e data center sono già alimentati per il 100% da energie rinnovabili e proseguono gli investimenti in foreste e soluzioni naturali per annullare o compensare le emissioni di anidride carbonica. Anche sotto l'aspetto finanziario, con l'emissione di "green bond" per 2,2 miliardi nel 2019. Ma dai robot Daisy che riciclano gli iPhone in ogni loro componente al Material Recovery Lab in Texas ai programmi di permuta dei vecchi dispositivi (lo scorso anno 11,1 milioni di dispositivi sono stati ricondizionati e rivenduti) fino al fondo in collaborazione con Conservation International per l'eliminazione dei gas serra, l'impegno di Apple è oggettivamente titanico. A proposito: Daisy è in grado di recuperare materiali da 15 diversi modelli di iPhone a un ritmo di 200 dispositivi all'ora.
 

Anche Samsung ha una lunga storia di attenzione all'ambiente, specialmente nel packaging. La serie Galaxy S, per esempio, è al centro di una progressiva riduzione dei materiali da dieci anni. Il Galaxy S3 del 2012 fu il primo dispositivo della serie a essere confezionato in scatole prodotte anche con materiali riciclati, che salirono al totale nell'S4 dell'anno dopo. E il miglioramento è proseguito nel tempo, utilizzando materiali come inchiostro di soia e film in vinile biodegradabile fino a scatole certificate Fsc per le serie più recenti, dall'S10 in poi, che hanno abbandonato plastiche e altri composti simili. Quella dell'S20 è riciclato al 100%. Così come le custodie progettate con l'azienda Kvadrat. Stessa linea seguita, fra l'altro, anche per le confezioni dei televisori.
 
Nel complesso, secondo l'ultimo rapporto sulla sostenibilità del colosso sudcoreano, la quota di energie rinnovabili utilizzata dai diversi impianti e dalle attività del gruppo ha toccato lo scorso anno il 92% negli Stati Uniti, in Cina ed Europa. Ma entro il 2020 si potrebbe già toccare il 100%. Nello stesso periodo, sia nella produzione dei dispositivi che nelle altre attività, Samsung ha continuato ad ampliare l'uso di materiali sostenibili come plastiche rinnovabili e bioplastiche (programma di usarne 500mila tonnellate entro il 2030) e carta da fonti certificate. Attraverso un piano d'azione in 25 azioni il colosso fondato nel 1969 ha così ridotto le emissioni di gas serra di 1.544 tonnellate nel 2019. Ed entro il 2030 risparmierà all'ambiente 7,5 milioni di tonnellate di e-waste.

 
Fra l'altro, Samsung Electronics gestisce a livello globale il Programma Re+, dedicato proprio alla raccolta dei rifiuti elettronici. I prodotti giunti al termine del proprio ciclo di vita vengono recuperati dai centri di servizio o dalle cooperative di riciclo in giro per il mondo e vengono riciclati attraverso un metodo ecosostenibile: tra il 2009 e il 2018 il gruppo è riuscito a raccogliere in questo modo un totale di 3,55 milioni di tonnellate di prodotti da smaltire. E a riciclarne una buona parte nel suo fiore all'occhiello, il Recycling Center di Asan, aperto nel lontano 1988 in Corea del Sud, dove viene recuperato anche uno dei componenti più critici, il cobalto delle batterie.
 
Significativo inoltre, rimanendo agli smartphone, il programma "Galaxy Upcycling" che dal 2016 trasforma i vecchi cellulari della serie di punta in nuovi e funzionanti dispositivi smart e IoT, dando loro nuova vita come  dispenser di cibo per animali o campanelli intelligenti fino ad apparecchiature medicali di primo intervento, per esempio per i paesi in via di sviluppo (è accaduto con un oftalmoscopio di fascia passa progettato con la Yonsei University). Anche Samsung insomma, sia nei modelli più recenti che come strategia aziendale a tutto tondo, è impegnata da tempo ad abbattere in ogni modo possibile il peso ambientale delle proprie filiere produttive. A partire da quella degli smartphone, piccoli scrigni di componenti preziosi.
 

Huawei risponde ai due leader nel settore affidandosi in particolare all'ultimo modello, il Mate 40 Pro appena presentato. Anche in questo caso si passa anzitutto dalla riduzione dei materiali per gli imballaggi: ridotti del 28% quelli di plastica e tagliata del 90% la documentazione cartacea. Sembrano piccoli gesti? Sbagliato. Basti pensare che rimuovere l'involucro protettivo dalla confezione di uno smartphone corrisponde a risparmiare 18mila chili di plastica ogni 10 milioni di unità messi in circolazione. Così come il taglio di libretti e altri documenti garantirà il risparmio di 12mila tonnellate di CO2 sempre ogni 10 milioni di pezzi. Pure Huawei usa l'inchiostro di soia, decomponibile al 100%, al posto di quello a base di petrolio. Mate 40 Pro non è soltanto un passo avanti in direzione dell'innovazione tecnologica ma anche una testimonianza concreta dell'impegno dell'azienda e del fatto che le pretese dei consumatori in fatto di impatto ambientale rivestano un posto sempre più importante nelle decisioni d'acquisto e nelle strategie di aziende titaniche come quelle dell'elettronica di consumo. Un consumatore su quattro in Europa occidentale (quindi il 25%) si augurerebbe infatti la rimozione totale della plastica dal packaging dei prodotti entro il 2025, percentuale che supera il 29% in Italia. Nel nostro paese il 35% della popolazione vorrebbe che questo obiettivo da parte delle aziende fosse raggiunto addirittura entro la fine del 2021. E il 43% della popolazione conserva almeno un vecchio smartphone.
 

Nel complesso, il colosso di Shenzhen ancora alle prese col braccio di ferro con i bandi commerciali e tecnologici del governo statunitense si è mosso dal 2013 sul fronte ambientale utilizzando il 30% di bioplastiche da olio di ricino ecosostenibile con una riduzione di emissioni di anidride carbonica del 62,6%, riacquistando in permuta 500mila telefoni dal 2015 anche attraverso gli oltre 3mila centri di riparazione, affidandosi all'energia solare (13,57 milioni di Kwh generati dalle strutture Huawei che hanno fruttato una riduzione delle emissioni di carbonio di 89mila tonnellate). E ancora, con l'aumento dell'efficienza energetica nei prodotti e un impegno costante nel riciclo che ha condotto a 1.468 tonnellate di rifiuti elettronici riciclati (nel 2020 supererà 3mila tonnellate, nel caso di Huawei si tratta in gran parte di smartphone). Tanti piccoli passi fanno una grande differenza.
 
Se Oppo invece dichiara di non avere un "green deal" ancora implementato, Xiaomi - da poco tempo terzo produttore in Italia - ha dichiarato di voler ridurre a livello globale l'uso della plastica (circa il 60%) nelle confezioni dei telefoni, a partire da quelli venduti in Europa. Il primo prodotto a cui è stato applicato questo intervento è stato il Mi 10T Lite. Molta strada rimane ancora da fare dietro gli apripista Apple e Samsung.