Biodiversità

Siccità, il gamberetto preistorico che rischia di scomparire

Il chirocefalo del Marchesoni è uno dei più antichi crostacei dell’epoca glaciale: risale a due milioni di anni fa e vive nel Lago di Pilato, sull'Appennino. Sopravvissuto grazie alla sua capacità di adattamento, ora è però minacciato dalla scarsità dell'acqua
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Sarà anche il chirocefalo del Marchesoni a consigliare se l’uomo dovrà deviare dalle strade intraprese per non violare l’ecosistema. Si tratta di uno dei più antichi crostacei dell’epoca glaciale risalente a due milioni di anni fa, che adeguandosi al passaggio delle ere, è giunto ai giorni nostri rifugiandosi nei monti Sibillini dell’Italia centrale. Qui, sui 1940 metri del Lago di Pilato, che è il bacino naturale più alto dell’Appennino, questo crostaceo di appena un centimetro di lunghezza, color rosso corallo, unico del suo genere, potrà avvertirci prima di ogni altro essere vivente delle conseguenze dei cambiamenti climatici. Per la sua natura e la sensibilità alla minima trasformazione climatica il dipartimento di biologia cellulare e ambientale dell’Università di Perugia, guidato da Massimo Lorenzoni, ha cominciato tre anni fa a monitorarne i comportamenti in simbiosi con l’ambiente. A sollecitare l’intervento è stato l’Ente Parco Nazionale dei Sibillini che preoccupandosi dei rischi della scarsità di acqua ha generato la formazione di una serie di test chimici, fisici, ambientali, climatici e biologici di lunga durata per un’elaborazione senza precedenti. Effettivamente, la situazione merita una certa attenzione perché il contesto è simile a un laboratorio a cielo aperto che non ha eguali al mondo. La permanenza  a certe sommità dell’organismo senza carapace – la corazza che contraddistingue le specie – con la struttura biologica che gli consente di resistere a forti stress ambientali, agevola l’anticipazione di un quadro futuro pressoché identico alla vita ad altezze ben più significative.

“Potrebbe essere una delle specie, forse la prima in assoluto, ad estinguersi per il surriscaldamento globale – osserva Massimo Lorenzoni – è come il canarino che si portavano i minatori per rilevare il grisu. C’informerebbe dei mutamenti salvandoci”. Il ciclo biologico del chirocefalo, che è stato notato per la prima volta da Vittorio Marchesoni dell’Università di Camerino nel 1954, è legato alle variazioni idrologiche. Una volta raggiunta l’età adulta gli organismi si accoppiano per permettere alle femmine di riprodurre le uova (cisti) molto resistenti ad assenze prolungate di acqua e al gelo dei rigorosi inverni della catena montuosa marchigiana.  All’interno delle cisti la vita si sviluppa mantenendosi al minimo energetico in attesa della schiusura nelle stagioni più tiepide primaverili, quando le nevi si scioglieranno per andare a colmare il lago.  

In che modo la mancanza di acqua può causare l’estinzione del chirocefalo?  “La repentinità dei mutamenti climatici costituisce un enorme stress anche per questo animale – spiega Lorenzoni - , il suo habitat si trasformerebbe radicalmente e a lungo andare  scomparirebbe”. Lo staff universitario garantisce gli studi nel prossimo futuro  e per conoscere i primi risultati bisognerà aspettare parecchio.

I ricercatori, vista la non agevole accessibilità al luogo, si sono dovuti munire dell’essenziale, indispensabile per accertare la diminuzione della popolazione del chirocefalo insieme al dna. Costantemente nel tempo verranno stimati l’ossigeno e la qualità dell’acqua, la  temperatura e la composizione. Si raccoglieranno i dati atmosferici forniti dalle stazioni meteorologiche con le precipitazioni nevose. Attraverso confronti di campioni di piccole dimensioni si giungerà a stabilire il numero su larga scala. Ora è prematura qualsiasi previsione anche se la missione è  salvare a qualsiasi costo la vita del chirocefalo del Marchesoni e con essa la nostra esistenza.