Il granchio blu 

Dal granchio blu alla cimice asiatica, quante specie aliene in Italia

Sono circa 3000 quelle censite dall'ISPRA. Poche quelle innocue. Molte altre minacciano la biodiversità, l'economia e in qualche caso anche la nostra salute. Ma siamo noi che le importiamo, anche accidentalmente. Per questo servono comportamenti consapevoli e responsabili

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I granchi giganti che si pescano nelle acque norvegesi sono originari dell'Oceano Pacifico settentrionale e della lontana Kamchatka, come dice il loro nome scientifico Paralithodes camtschaticus, dove per secoli hanno rappresentato un'importante risorsa economica, tanto che negli anni '60 le autorità russe li hanno introdotti anche in altri mari, dove questo grande predatore ha fatto strage di molluschi, echinodermi e altri organismi.

Anche l'Italia ha il suo granchio alieno, il cosiddetto granchio blu, Callinectes sapidus, di origine atlantica e arrivato sulle nostre coste già nel 1949, così come il pesce scorpione, vorace predatore dotato di una spina dorsale velenosa, o il pesce palla maculato, che contiene una tossina che può essere mortale per l'uomo. Sono solo alcune delle 3000 specie aliene che popolano il nostro Paese, come ci dice la banca sulle specie aliene dell'ISPRA.

Le specie aliene o alloctone, come vengono chiamati gli organismi che l'uomo trasporta al di fuori del loro areale naturale, sono una delle più gravi minacce per la biodiversità a scala mondiale e negli ultimi secoli hanno rappresentato la prima causa di estinzione di specie animali autoctone. L'International Platform for Biodiversity and Ecosystem Services nel rapporto sullo stato della biodiversità che ha prodotto nel 2019  ha inserito le specie aliene tra i cinque principali fattori di perdita di diversità di specie, insieme alla distruzione degli habitat, all'inquinamento, ai cambiamenti climatici e allo sfruttamento incontrollato degli stock naturali. E anche se i granchi giganti sono una ricchezza per i pescatori, globalmente le specie aliene causano perdite economiche enormi, stimate in oltre 400 miliardi di euro all'anno, 30 miliardi nella sola Europa, a causa degli impatti su agricoltura, foreste, pesca e altri settori economici.

Per fare un esempio, la cimice asiatica, arrivata in Italia nel 2012, ha causato solo lo scorso anno più di 300 milioni di euro di danni all'agricoltura della Val Padana, mettendo in ginocchio molte aziende frutticole nelle aree più colpite, in particolare del modenese. Anche gli effetti sulla salute umana sono seri; la zanzare tigre, arrivata in Italia nel 1990 trasportata accidentalmente con un carico di copertoni usati, ha introdotto nel nostro Paese oltre 20 tra virus e arbovirus, e l'Ambrosia artemisiifolia, una pianta nord americana oramai insediata in buona parte d'Europa, causa allergie che colpiscono milioni di cittadini.

Il fenomeno delle invasioni biologiche sta crescendo in modo allarmante, senza mostrare segni di rallentamento; negli ultimi 30 anni il numero delle specie aliene è aumentato del 76% a scala mondiale e del 96% in Italia, e un studio recente, di cui sono coautore, indica che i numeri potrebbero aumentare di un altro 36% entro il 2050 nel mondo e di ben il 64% in Europa, se non si metteranno in campo risposte più efficaci.

L'aumento di questo fenomeno è sostanzialmente un effetto della globalizzazione delle economie e della crescita di trasporti, turismo e commerci che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli. Per ridurre gli effetti delle invasioni biologiche l'Europa ha approvato pochi anni fa una legge che impone restrizioni all'importazione di alcune specie particolarmente dannose verso le quali i paesi europei devono attivare misure di contrasto più efficaci. Ma le norme rischiano di essere poco efficaci se non adotteremo pratiche più attente, ad esempio evitando di trasportare piante o animali quando viaggiamo, o cercando di usare nei nostri giardini piante autoctone o almeno non pericolose per l'ambiente. La minaccia delle specie aliene è strettamente legata all'uomo, perché siamo noi a trasportare le specie aliene, a volte intenzionalmente a volte accidentalmente, e la risposta più efficace è nei nostri comportamenti, che devono essere più consapevoli e responsabili.

* Piero Genovesi è responsabile del coordinamento fauna selvatica di ISPRA e presidente del gruppo specialistico specie invasive dell'IUCN