Ambiente, alleanza tra indiani e cowboy: "Presidente Biden, salva le riserve dallo sfruttamento"

La nuova amministrazione promette di vietare il fracking e di avviare un nuovo sistema per gestire i permessi di transito di gasdotti e oleodotti, in modo da salvaguardare le aree protette dei nativi americani. Con il sostegno delle popolazioni indigene e dei loro alleati, delle comunità afroamericane e degli ecoattivisti

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Joe Biden si appresta a diventare il leader della Grande nazione dei nativi americani. Almeno dal punto di vista della sicurezza ambientale attraverso il blocco della realizzazione di alcune gigantesche opere di trasporto di combustibili fossili che rischiano di minare la sicurezza del loro ecosistema naturale. Con l'avvicinarsi della data del 20 gennaio 2021, ovvero il giorno dell'insediamento alla Casa Bianca del presidente eletto, crescono le speranze di riscatto dei nativi americani che in questi ultimi quattro anni hanno dovuto fare i conti con le spregiudicate politiche energetiche dell'amministrazione di Donald Trump. Il presidente uscente, in linea con il principio dell'indipendenza energetica nazionale, ha rilanciato politicamente ed economicamente le attività di produzione e di impiego dei combustibili fossili. Attraverso il sostegno ad opere come Keystone XL, Dakota Access e Line 3 anche con stanziamenti infilati tra le pieghe dei provvedimenti di legge dedicati a contrastare le difficoltà economiche causate dal Covid-19.

Il primo è un sistema di oleodotti che attraversa Canada e Stati Uniti, commissionato nel 2010 e di proprietà di TC Energy e del governo dell'Alberta. Il secondo è un oleodotto sotterraneo lungo 1.886 chilometri, ed inizia nei giacimenti petroliferi di scisto della formazione Bakken nel nord-ovest del Dakota del Nord, continua attraverso il Sud Dakota e l'Iowa per giungere a un terminal petrolifero vicino a Patoka, in Illinois. Il terzo è un oleodotto di sabbie bituminose di proprietà e gestito dal 1968 da Enbridge, una società canadese di trasporto di energia. Va da Hardisty, Alberta, a Superior, Wisconsin. Opere gigantesche, senza dubbio di importanza strategica per l'industria energetica nazionale declinata però secondo il prisma trumpiano della valorizzazione dei combustibili fossili. Ma anche di "pericoloso" impatto ambientale, secondo la lettura di Biden della politica energetica americana. Visto che il presidente eletto si è già impegnato ad avviare una definitiva transizione degli Stati Uniti verso strategie improntate alla sostenibilità, onorando i diritti dei trattati internazionale, a partire dagli accordi di Parigi.

 

Ad agosto, Biden ha presentato il suo piano per il clima da duemila miliardi di dollari, che ha il sostegno delle popolazioni indigene e dei loro alleati, delle comunità afroamericane e degli ecoattivisti. Si tratta del programma più ambizioso mai pensato da un candidato alla presidenza, e per attuare il quale il prossimo inquilino della Casa Bianca deve avviare una serie di test pilota su tutte le autorizzazioni e progetti federali. L'obiettivo è garantire che qualsiasi di esse sia in linea con l'obiettivo di ingabbiare l'aumento della temperatura della Terra sotto 1,5 gradi centigradi. Partendo dal presupposto che un quarto di tutte le emissioni americane è originato da impianti di estrazione di idrocarburi siti su terreni pubblici, sostengono gli esperti, una parte integrante del piano di Biden sarà la riduzione dell'impiego di tali fonti. E quindi il blocco dello sviluppo e dell'ampliamento delle grandi opere dedicate, come il Keystone XL o altre infrastrutture energetiche per la cui realizzazioni sono stati violati i diritti dei nativi, scatenando le loro proteste.

Un'opera ambiziosa quella del presidente eletto che per guidare il ministero degli Interni ha nominato Deb Haaland membro della tribù Laguna Pueblo del New Mexico. Una scelta storica è la prima volta che una nativa americana fa parte di un gabinetto presidenziale negli Stati Uniti. Ma è soprattutto un'indicazione precisa sulla strada che il 46 esimo presidente degli Stati Uniti intende percorrere in materia di ambiente e di politiche climatiche. Da deputata del New Mexico, Haaland ha firmato un disegno di legge che impegna Washington a proteggere il 30% delle terre e dei mari americani entro il 2030. Un biglietto da visita non indifferente per un ministro che una volta in carica si troverà a gestire quasi sette milioni di chilometri quadrati di zone costiere e un quinto di tutte le terre Usa.

 

Tra i compiti del dipartimento guidato da Haaland rientra la supervisione e la gestione delle terre federali, inclusi parchi e riserve. Per le quali Biden ha promesso in campagna elettorale di introdurre un divieto al fracking, la tecnica di fratturazione idraulica usata per estrarre gli idrocarburi non convenzionali. Ma l'aspetto più importante è che il dipartimento gestisce i permessi di transito di gasdotti e oleodotti. La nuova segreteria potrà pertanto contribuire profondamente a tracciare il nuovo solco della politica energetica ed ambientale di Biden, non a caso ha definito il cambiamento climatico come "la sfida del nostro tempo".