Clima

Jane Goodall: "Il cambiamento è in atto, possiamo fare la cosa giusta"

Jane Goodall 
Un messaggio di speranza dalla antropologa ed etologa sulla possibilità di trasformare il nostro modello di vita e creare le basi per un futuro migliore per tutti. E un appello ai governi perché si impegnino: "L’azione individuale non basta"
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LONDRA – “Il cambiamento sta accadendo. Molte cose hanno cominciato a muoversi nella direzione giusta”. Parola di Jane Goodall, l’86enne antropologa ed etologa famosa per i suoi studi sugli scimpanzè in Africa, per le campagne per la protezione dei primati in varie zone del mondo e per le battaglie in difesa dell’ambiente. In una lunga intervista con l’Observer di Londra, la grande scienziata inglese ribadisce che il cambiamento climatico e le pandemie come quella del Covid rappresentano minacce “esistenziali” per il nostro pianeta. Ma forse per la prima volta lancia un messaggio all’azione carico di speranza, se non di ottimismo sulla possibilità di trasformare il nostro modello di vita e creare le basi per un futuro migliore per tutti.

Nel giugno scorso era stata fra i primi ad ammonire che, in assenza di drastici cambiamenti di fronte a crisi come l’effetto serra e il coronavirus, “l’umanità è condannata a finire”. La finestra di opportunità per effettuare tali rivoluzionari mutamenti “sta chiudendosi”, avverte nell’intervista al giornale domenicale londinese. “In certi casi stiamo usando risorse naturali che non sarà possibile rinnovare”. E se ne vedono già le conseguenze nei fenomeni estremi del clima: “Uragani, allagamenti, incendi selvaggi, sta diventando un inferno ed è molto deprimente”. Ma un nuovo problema potrebbe aiutare a risolvere quello vecchio: “Forse il Covid sta dando la spinta che farà la differenza”, afferma l’eminente studiosa. “La lezione più importante della pandemia è che abbiamo bisogno di una relazione con la natura e con gli animali. Il 75% delle nuove malattie umane sono di origine zoonotica, cioè sono trasmesso dagli animali all’uomo”.

Cosa bisogna fare, dunque? “Abbiamo bisogno di un rapporto più sostenibile con il mondo naturale”, dice la professoressa Goodall. “Abbiamo bisogno di un’economia più verde. Le energie rinnovabili creeranno moltissimi nuovi posti di lavoro. E piantare alberi nelle città ha enormi benefici. In più dobbiamo ridurre gli sprechi, i rifiuti che inquinano mari e terra”.

Tra le cose da fare, o da fare meglio, secondo la scienziata c’è un compito anche per l’informazione: “I media fanno bene a denunciare i danni inflitti all’ambiente. Ma non dovrebbero concentrare l’attenzione soltanto sui problemi. Ritengo che vada dato maggior spazio a tutte gli incredibili programmi di recupero ambientale che vengono portati avanti in ogni continente. Questo darà più speranza alla gente, e se la gente ha speranza si impegnerà di più a compiere i cambiamenti necessari per salvare il pianeta. Perché se uno perde speranza, perché provarci?”.

Lei stessa vede motivi di crescente speranza: “Il cambiamento è iniziato. Milioni di persone sono passate all’energia solare o eolica, fonti idriche vengono risanate, rifiuti vengono raccolti. I consumatori più accorti influiscono sulle scelte della produzione. Incontro un sacco di gente che sta facendo progetti fantastici per permettere la ricrescita della biodiversità. Per molti aspetti ci stiamo muovendo nella direzione giusta”. Detto ciò, restano sfide fondamentali. “L’azione individuale non basta, occorre l’impegno a livello di governi e organizzazioni internazionali”, conclude Jane Goodall. “Non bastano iniziative a breve termine, occorre proteggere l’ambiente del futuro. Siamo 7 miliardi e si stima che saremo 10 miliardi nel 2050. Io non ho mai detto che la sovrappopolazione è il problema principale, è solo uno dei principali insieme all’avidità del nostro stile di vita, al consumo dell’energia fossile alla povertà”. Proprio quest’ultimo è a suo parere il cambiamento da cui dipende tutto: “Dobbiamo eliminare la povertà, perché i poveri distruggeranno l’ambiente per nutrirsi”.

Ma, ripete ancora, una volta la scienziata, il mutamento positivo è cominciato, come prova un esempio di cui è stata testimone diretto per gran parte della sua vita: la riserva naturale del parco Gombe, in Tanzania, dove ha compiuto i suoi studi sugli scimpanzè. “Negli anni ’60 era una vasta foresta equatoriale. Quando l’ho sorvolato negli anni ’90 era diventato un isolotto di alberi circondato da terra nuda. Chi lo sorvola oggi non vede più quelle aride colline, la foresta è tornata. Le famiglie sono diventate più istruite, le donne fanno meno figli, non vogliono più essere macchine per partorirli”. E’ tornata, in altre parole, la speranza.