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Finanza

Biodiversità, la stiamo distruggendo. La finanza conta i danni

Brasile, la foresta amazzonica in fiamme (foto: Johannes Myburgh/Afp via Getty Images)
Brasile, la foresta amazzonica in fiamme (foto: Johannes Myburgh/Afp via Getty Images) 
Lo ha calcolato Morgan Stanley, una delle più grandi banche d’affari del mondo, in un rapporto sui danni agli ecosistemi derivati dalle pratiche orientate al profitto. Bisogna cambiare strada, sostengono gli analisti, riorientando i meccanismi della produzione e dello sviluppo non solo per bloccare questa corsa folle che distrugge gli ecosistemi ma anche per ripristinarli
3 minuti di lettura

Sta succedendo qualcosa. Quando un tema fino a ieri estraneo al mondo della finanza entra a far parte delle decisioni di investimento di chi maneggia il denaro vuol dire che finalmente le cose cominciano a muoversi e potremmo vedere degli effetti concreti. Il condizionale è d’obbligo, sempre, ma poiché i soldi sono un motore potente, quando cominciano a muoversi in una certa direzione gli effetti inevitabilmente arrivano. E questa volta la direzione è quella buona.

Il fatto che Morgan Stanley, una delle più grandi banche d’affari del mondo, pubblichi un rapporto sulla biodiversità (Incorporating Biodiversity Into An Investment Framework), è un segnale chiaro, e quello che c’è scritto nel rapporto lo è ancora di più. C’è scritto che la perdita galoppante di biodiversità che le pratiche orientate al profitto hanno determinato pone un rischio gigantesco allo sviluppo, quindi alle imprese e ai loro azionisti. C’è scritto che bisogna cambiare strada, non rinunciando al profitto ma riorientando i meccanismi della produzione e dello sviluppo non solo per bloccare questa corsa folle che distrugge gli ecosistemi ma anche per ripristinarli. Non basta non bruciare più le foreste pluviali per piantare palme da olio o soia, bisogna riforestare, bisogna ricreare equilibrio nelle zone umide, passare dall’agricoltura estensiva e intensiva a quella di precisione, regolare la pesca per consentire la sopravvivenza e la riproduzione delle specie.

Quanto ci costano i danni alla biodiversità. Gli analisti di Morgan Stanley ci danno dei numeri, in parte elaborati da loro in parte da altri. Secondo l’Ocse per esempio, ogni anno l’ecosistema fornisce benefici collettivi valutabili in una cifra tra 125 e 140 trilioni di dollari, una volta e mezzo il prodotto globale. Vuol dire che tre quinti della nostra qualità della vita sono il generoso omaggio della natura e due quinti il contributo degli uomini. Il problema è che la macchina che produce quei tre quinti, l’ecosistema, è oggetto di un assalto umano indiscriminato che sta riducendo la sua capacità di produrre quei beni. Morgan Stanley calcola che il rischio che ci assumiamo distruggendo la biodiversità è valutabile in 10 trilioni (diecimila miliardi) di dollari di qui al 2050.

I primi cinque rischi globali. Il mondo della finanza di tutto questo si comincia a preoccupare. Il World Economic Forum, che offre un termometro molto sensibile di quello che si pensa nelle alte sfere del potere economico del pianeta, per la prima volta nel 2020 ha messo la perdita di biodiversità tra i primi cinque rischi globali.

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A dare una sveglia concreta al mondo della finanza è stata ancora una volta la nostra non sufficientemente apprezzata Europa, la quale ha stabilito che dal prossimo mese di marzo asset manager e investitori istituzionali dovranno prendere pubbliche le informazioni su come incorporano i rischi di sostenibilità e, parallelamente, di impatto negativo sulla sostenibilità, nelle loro decisioni di investimento e nelle loro attività di consulenza. A cascata si sono mossi in molti. Le quattro grandi multinazionali dell’accounting, Deloitte, PWC, EY e KPMG hanno stipulato un accordo per creare uno schema standardizzato per i rapporti ESG (sulla sostenibilità economica, sociale e ambientale e sulla governance). Gli investitori si stanno muovendo e molti fondi hanno inserito criteri relativi alla sostenibilità (qualcuno anche specificamente alla biodiversità) nelle loro strategie di investimento. La parola biodiversità compare nei documenti aziendali tre volte di più che nel 2015 e nelle assemblee societarie le richieste degli azionisti sulle politiche aziendali rispetto alla sostenibilità (49 quelle censite da Morgan Stanley tra il 2016 e il 2020 specificamente correlate alla biodiversità) sono diventate sempre più numerose e in molti casi hanno ottenuto un sostegno tale da parte degli altri azionisti da spingere o costringere il management ad agire di conseguenza. Questa attenzione sta avendo degli effetti sulle decisioni di investimento. Tesla ha sospeso la costruzione del suo primo stabilimento europeo in Germania per il suo impatto sulla biodiversità della zona.

Le specie perdute. Il rapporto di Morgan Stanley si concentra sulla biodiversità perché gli effetti della sua perdita incidono negativamente sul cambiamento climatico, sulla salute (trasmissione di virus dagli animali agli uomini), sull’inquinamento di terreni e acque, ha insomma effetti pervasivi su tutto il sistema, e anche perché è un aspetto un po’ in ombra rispetto al cambiamento climatico o all’inquinamento da plastiche. La perdita di biodiversità è però centrale, abbiamo già sacrificato il 20% delle specie viventi (animali e vegetali) soprattutto nell’ultimo secolo e un milione di specie è a rischio di estinzione, con un impatto negativo crescente sulla stabilità del pianeta.

Il cacao e la deforestazione. Da banca d’affari, Morgan Stanley ha analizzato in particolare un settore, la produzione di cacao, uno dei grandi consumatori di foreste che vengono abbattute per allargare i terreni coltivabili, ha costruito una suo sistema di valutazione e, alla luce di questo, analizzato le politiche di cinque grandi gruppi, Barry Callebaut, che nel 2019 ha utilizzato 1.028 tonnellate di cacao, Nestlè  (414 tonnellate), Mondelez (400 tonnellate), Hershey (200) e Lindt Sprungli (148) in relazione alla biodiversità. Il più avanzato è risultato essere Barry Callebaut, che ha iniziative specifiche sulla riforestazione, sulla formazione degli agricoltori per ridurre l’uso di pesticidi, diserbanti e concimi e include i risultati ottenuti in termini di sostenibilità tra i parametri utilizzati per la remunerazione dei manager. E, sempre da banca d’affari attenta agli interessi dei suoi clienti, ha individuato 108 società quotate e 14 gruppi privati aziende che nei vari settori possono dare un contributo con le loro tecnologie, i loro prodotti e le loro strategie a migliorare la salute del nostro disastrato pianeta. Di italiane ci sono solo Enel e Prysmian.