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L'intervista

"Dighe, canali, guadi: quante barriere. Così spariscono i fiumi europei"

Il fiume Po (foto: Miguel Medina/Afp via Getty Images)
Il fiume Po (foto: Miguel Medina/Afp via Getty Images) 
Dei 2800 km di fiumi percorsi nel Vecchio Continente non c'è neppure un corso d'acqua che non abbia barriere: "dalle 5 barriere ogni 1000 chilometri del Montenegro alle quasi 20 dell'Olanda". Lo spiega Barbara Belletti del Politecnico di Milano, coautrice dello studio che ha preso in esame gli effetti di questi sbarramenti sulla biodiversità
3 minuti di lettura

Hanno percorso 2800 chilometri di fiumi europei per verificarne lo stato di salute. E hanno scoperto che quasi nessun corso d’acqua ormai scorre nel Vecchio Continente senza essere frammentato, ostacolato, rallentato da ogni tipo di barriera. “Ne abbiamo contate in media una ogni 1300 metri”, racconta Barbara Belletti, coautrice dello studio e ricercatrice del Dipartimento di elettronica e bioingegneria presso il Politecnico di Milano. Barriere che rischiano di uccidere i fiumi europei e gli habitat che essi alimentano.


“Molte sono opere di protezione del fondo o di protezione dei centri abitati o dei ponti”, spiega Belletti. “Ma se si tratta di mettere in sicurezza dalle inondazioni una città come Firenze ne può vale la pena, in altri casi decisamente no. Perché si blocca la dinamica del fiume, con una serie di conseguenze ambientali su tempi lunghi. Ci sono tantissimi esempi di abbassamenti del letto dei fiumi, fenomeno che provoca una modifica degli habitat e la disconnessione dalla piana inondabile: si formano così delle piane aride con ecosistemi completamente diversi. Ma l’abbassamento del fiume fa abbassare anche la falda acquifera, con chiare conseguenze sull’agricoltura. Senza contare gli effetti sugli organismi che vivono nei fiumi: i pesci per esempio non riescono più a muoversi lungo il corso d’acqua per cercare cibo o partner: anche un piccolo sbarramento può ostacolarli nelle loro funzioni vitali”.

Eppure si continuano a costruire barriere: secondo lo studio pubblicato di recente su Nature, ce ne sono più di 1,2 milioni di barriere, tra dighe, argini, canali e guadi, a ostruire il flusso dei fiumi europei, probabilmente i più frammentati al mondo. E il 68% di questi ostacoli sono alti meno di due metri. Anche le situazioni sono molto diverse nelle differenti aree del Continente: si va dalle 5 barriere ogni 1000 chilometri del Montenegro alle quasi 20 dell'Olanda. Nessuno dei 147 fiumi studiati ne è risultato privo, anche se i fiumi nei Balcani, e parte degli stati baltici, della Scandinavia e dell'Europa meridionale sono ancora relativamente poco frammentati. Secondo i ricercatori questi risultati potrebbero costituire il primo nucleo di un vero e proprio Atlante delle barriere dei fiumi, per aiutare ad adottare la Strategia europea per la biodiversità.

"Basta ladri d'acqua, l'Europa difende i suoi fiumi"



Dottoressa Belletti, com’è la situazione dei fiumi italiani in fatto di barriere?

“Per prima cosa abbiamo lavorato sui database esistenti, che però nella maggior parte dei casi censiscono solo le dighe maggiori. E ne abbiamo contate 550. Poi siamo andati a scala più piccola, cercando gli sbarramenti censiti e gestiti a livello locale. Purtroppo nel nostro Paese non esiste un database nazionale che tiene conto di tutti gli sbarramenti, come accade invece in Francia”.

E avete trovato dei database locali?

“Solo in alcune regioni: Lombardia, Piemonte, Toscana, Emilia Romagna. E invece dovrebbero esserci dati pubblici e accessibili ovunque. Comunque così siamo passati da 550 sbarramenti a decine di migliaia. Tuttavia non sapevamo quanto questi database fossero affidabili e quindi abbiamo deciso di fare una validazione sul campo: abbiamo scelto cinque fiumi e li abbiamo percorsi a piedi per 20 chilometri ciascuno, registrando tutti gli sbarramenti. Abbiamo fatto così per ogni Paese europeo coinvolto nell’indagine: 5 fiumi e 100 km complessivi di sopralluoghi.”.

Quali fiumi avete scelto in Italia per fare questa verifica sul posto?

“L’Orco, un tributario del Po, la Dora Baltea, lo Scrivia, l’Arno e il Marecchia, vicino Rimini”.

E che situazione avete trovato?

“Assai peggiore rispetto ai database regionali, perché quei registri censiscono opere con scopi specifici e di dimensioni importanti. Ma ce ne sono molte, più piccole, che non incluse negli elenchi. In genere si tratta di opere per la ritenuta di acqua a scopo di approvvigionamento, per esempio per uso agricolo. Se in Europa in media c’è una barriera ogni chilometro e mezzo, in Italia il valore sale a una barriera ogni due chilometri circa”.

Le centrali idroelettriche che ruolo giocano in tutto questo?

“Quello dell’idroelettrico è un problema complesso: è una energia pulita ma produce un impatto importante sull’ecosistema fluviale. Forse non è il nemico principale dei fiumi e tuttavia forse ci si dovrebbe fermare un attimo prima di costruire nuove centrali: sulle Alpi si continua e in Lettonia lo fanno perfino su fiumi che scorrono in pianura. Prima di edificare nuovi sbarramenti si dovrebbe capire cosa esiste e come ottimizzare la produzione di energia, riducendo l’impatto ambientale. Senza contare che ci sono tante piccole strutture che risultano improduttive o addirittura abbandonate”.

E nel resto d’Europa cosa accade?

“La tendenza è comunque comune a tutti i Paesi: gli sbarramenti effettivi sono molto più di quelli censiti. La situazione peggiore l’abbiamo trovata in Europa centrale, che è anche quella più densamente popolata. Nei Balcani invece ci sono i fiumi più naturali del continente, anche se un fiume privo di sbarramenti ormai non esiste in Europa, magari lo si trova in qualche remota area della Scandinavia”.

Cosa si può fare per salvare i fiumi europei?

“Cominciare a ripristinare i fiumi lì dove costa meno e dove c’è un possibile ritorno in termini ambientali. Alcune di queste barriere, infatti, sarebbero mitigabili con interventi poco costosi e il beneficio sarebbe enorme per l’ambiente. Ma bisogna sapere dove sono. E col nostro rapporto abbiamo scoperto che alle autorità europee manca il 60% dell’informazione sulle barriere che ostacolano i fiumi”.

Non si potrebbero usare i satelliti?

“Solo per le barriere di grandi dimensioni, per quelle piccole si dovrà continuare ad andare sul campo”.

E i cittadini comuni come possono aiutare?

“Abbiamo sviluppato una app che serve a segnalare le barriere: si chiama Amber Barrier tracker. In futuro potrà essere uno strumento utile per raccogliere informazioni su grande scala con il contributo di tutti”.