Fondi green

Il rapporto McKinsey: le buone pratiche della finanza verde

La multinazione di consulenza strategica spiega le potenzialità degli Ncs (Natural climate solutions): le aziende finanziano interventi di tutela ambientale in qualunque parte del pianeta; in cambio ottengono dei "crediti" utilizzabili in patria intanto ai fini d'immagine, che poi possono essere rivenduti sul mercato dei titoli stessi. Un'evoluzione del sistema di scambio di quote di emissione di gas serra, ma ancora da perfezionare
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C'è una risorsa economica occulta a disposizione degli investimenti "green" in tutto il mondo, che ora moltiplicherà il suo valore per i Paesi europei grazie alle sinergie possibili con i finanziamenti del "Next Generation Eu", espressamente destinati per il 40% (ovvero quasi 200 miliardi in Europa e 70 per l'Italia) proprio a questo fine. Sono gli Ncs (Natural climate solutions). Come funzionano lo spiega perfettamente un report appena sfornato da McKinsey, che chiarisce innanzitutto: "Gli Ncs sono azioni di ripristino, conservazione e miglioramento della gestione del suolo finalizzati alla riduzione delle emissioni di CO2 nell'atmosfera nonché ove possibile alla sua ricattura".

La crescita della domanda di Ncs negli ultimi 10 anni (McKinsey) 

A fronte di questi interventi, chi li attua ne ricava benefici finanziari. In pratica accade che le aziende finanziano interventi di tutela ambientale ai fini della riduzione del climate change in qualunque parte del pianeta, anche in luoghi molto distanti dalla loro centrale operativa. Ne hanno in cambio dei "crediti" utilizzabili in patria intanto ai fini d'immagine, poi per essere rivenduti sul mercato dei titoli stessi, ma soprattutto in un modo: dato che i fondi d'investimento globali stanno progressivamente restringendo i loro acquisti ai titoli (obbligazioni o azioni) emessi da aziende in regola con la sostenibilità ambientale, ecco che si apre per queste imprese una strada nuova e insperata per poter finanziare le loro attività ai più convenienti prezzi di mercato.

"Le Ncs offrono un'opportunità per affrontare contemporaneamente le due emergenze, il climate change e la distruzione della natura, che sono inestricabilmente legate", si legge nel report di McKinsey. "In più offrono significativi addizionali benefici ambientali, sociali ed economici". Senza contare che favoriscono i flussi di capitale verso quei Paesi che ospitano i progetti "Ncs", tipicamente aree del Sud del mondo.

 

Si tratta sotto diversi aspetti di un'evoluzione del sistema di scambio di quote di emissione di gas serra, a partire dalla CO2 introdotto dall'Unione europea nel 2005 (a sua volta derivante dai "certificati ecologici" italiani) e concepito anch'esso con l'obiettivo di indurre le grandi imprese del vecchio continente ad inquinare di meno. Un sistema riprodotto in alcune aree del mondo, come la California o la comunità di stati della Costa Est degli Usa (Connecticut, Massachusetts e altri). C'è ancora una variante: la carbon tax, introdotta ad esempio in Argentina e Sudafrica, periodicamente rilancia in Europa, ultimamente come possibile veicolo delle risorse comunitarie aggiuntive necessarie per garantire gli eurobond (a loro volta destinati a finanziare il Next Generation). Il concetto è sempre lo stesso: chi inquina paga. Con alcune declinazioni diverse, soprattutto il fatto che nel mercato Ets (European trading system) viene fissato un tetto massimo alle emissioni dei principali agenti inquinanti (oltre al biossido di carbonio, l'ossido di azoto e i perfluorocarburi), e poi come in una vera e propria Borsa, i titoli - inizialmente emessi dai governi su input dell'Ue appunto in misura predelimitata - vengono scambiati sul mercato secondario fra i vari soggetti interessati. Chi raggiunge i target di inquinamento può cedere i suoi titoli realizzando quindi una plusvalenza spesso assai cospicua.

In tutto questo, assicura McKinsey, le Ncs rappresentano la novità più promettente. Potrebbero sostenere - nelle varie forme, dalla riforestazione alla ricostituzione della fertilità dei terreni - almeno un terzo degli interventi necessari a raggiungere il taglio alle emissioni che permetta di conseguire gli obiettivi di riduzione della CO2. Per la verità, si rammarica McKinsey nel suo rapporto, "gli Ncs sono frenati nel raggiungimento degli obiettivi potenziali da vari ostacoli di natura concettuale, normativa, tecnica, a partire dalla mancanza di consenso su come considerare e trattare i diritti che vengono a un'azienda da un intervento effettuato magari in terre lontane nel corretto presupposto che la CO2 non si ferma nel cielo di casa ma circola in tutta l'atmosfera".

In effetti, a differenza per esempio degli Ets europei, gli Ncs vengono valorizzati e scambiati su un mercato assolutamente volontario e non regolamentato. Anzi, spesso del tutto virtuale: è chiaro a tutti che devono essere premiate iniziative come quella di Amazon che sta investendo 10 milioni di dollari per ripristinare 1,6 milioni di ettari di foreste negli Stati Uniti, o della Nestlé che è attiva per bloccare la deforestazione in Ghana e Costa d'Avorio, o ancora della Shell che sta piantando 5 milioni di alberi in Olanda o della Microsoft che addirittura si è impegnata a "recuperare" e azzerare tutte le sue emissioni a partire dall'anno di fondazione, il 1975 (perché non basta fermare le emissioni ma bisogna ridurre lo stock di CO2 che ormai è nell'aria).

Ma come trasformare queste operazioni in reali "titoli" scambiabili su qualche mercato, è ancora tutto da definire. "Prima lo si farà e meglio sarà", scrive la McKinsey ricordando che appena sarà chiara la convenienza economica, oltre che quella etica, potranno partire importanti iniziative come quelle di Unilever o PepsiCo che si stanno accordando con agricoltori di mezzo mondo per un ragionevole uso delle terre nonché per il restauro di panorami e foreste. O quella di Walmart, la più grance catena di supermercati del mondo che ha preso l'impegno di ripulire 25 milioni di ettari di terreno e un milione di miglia quadrate di oceano, oltre che di garantire emissioni nette a zero, entro il 2040.

Ora le maggiori speranze sono riposte in una commissione dell'Onu, la Scaling voluntary carbon markets, che ha chiesto la collaborazione di "grandi capitani d'azienda, policy-maker e società civile di tutto il mondo", come scrive McKinsey, per fissare gli standard con cui riconoscere i diritti a chi intraprende azioni di "Ncs" e poi creare un consenso intorno al riconoscimento di essi, "non ultimo un collegamento funzionale ed efficiente fra i vari mercati esistenti, volontari e obbligatori che siano".

Alla base c'è sempre la necessità, riconosce la principale società di consulenza del mondo, "di migliorare la consapevolezza e sanare le differenze concettuali per poter mirare a una reale riduzione della CO2". L'obiettivo è chiaro: contenere secondo gli accordi internazionali in 1,5-2 gradi il riscaldamento globale entro il 2030, e arrivare a zero emissioni entro la metà del secolo. Ma, nonostante gli sforzi sempre più corali, ancora tanti tasselli del mosaico devono essere composti.