La ricerca scientifica

Il ritorno dei cervelli blu: "Ecco perché abbiamo scelto di rientrare in Italia"

Priscilla Licandro, 50 anni, Verona: "Sono tornata per un ambiente creativo" 
Nonostante la "fuga" degli ultimi anni (in 12 anni 14 mila dottori di ricerca italiani sono andati a lavorare all’estero), oggi un talento su cinque pensa di tornare in Italia. Il presidente della Stazione Anton Dohrn, Roberto Danovaro: "Chi torna non lo fa per nostalgia, ma perché intravede opportunità di ricerca"
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A volte ritornano. Hanno un’età media di poco superiore ai 35 anni, l’83%  arriva dall’area europea. Sono i cervelli italiani "di rientro", sedotti dalle opportunità all’estero e poi persuasi dall’occasione di un rientro in Italia. Per diventare profeti in patria, malgrado tutto, e proseguire intriganti percorsi di ricerca in università e centri di ricerca del Bel Paese. Talvolta controcorrente. C’entra, evidentemente, la normativa sul regime speciale per lavoratori rimpatriati, docenti e ricercatori, agevolazioni fiscali pensate per favorire il rientro dei cervelli, o meglio di “soggetti con alte qualificazioni e specializzazioni e favorire lo sviluppo tecnologico, scientifico e culturale del paese”. Ma c’è dell’altro.  


I numeri dei "cervelli in fuga". L’esodo dei ricercatori italiani verso i paesi più avanzati è un fenomeno ancora consistente: secondo una ricerca del Joint Research Center della Commissione europea, che ha utilizzato i dati della rilevazione europea MORE3 sulla mobilità dei ricercatori italiani, in 12 anni sono 14 mila i dottori di ricerca italiani che hanno abbandonato l’Italia per lavorare all’estero, con un’accelerazione a partire dal 2010.

Di più: nel 2020 gli Erc, i premi continentali gestiti dal Consiglio europeo della ricerca, prima emanazione scientifica dell’Unione europea, hanno attestato la qualità dei ricercatori italiani con cinquanta riconoscimenti: di questi, però, soltanto 20 erano frutto di lavori realizzati nelle università e negli enti di ricerca del Paese.


Tra i paesi più attrattivi, la Germania: secondo una ricerca del Centro studi Daad e Dzhw, qui la comunità degli accademici italiani è la più forte (3.185 nel 2016) dopo quella autoctona. E il Rapporto Migrantes del 2017 ha contato un raddoppio dei maggiorenni italiani che, ottenuta la maturità, sono corsi in Germania per l'alta formazione: da 3.976 sono passati a 8.550 in sette anni. Eppur qualcosa si muove. E il trend può interrompersi. Grazie anzitutto alla crescente attrattività delle eccellenze italiane nel mondo della ricerca, per esempio.

In controtendenza. L’Istituto Italiano di Tecnologia, che ha la sua sede scientifica a Genova e gestisce undici centri nelle maggiori università del Paese, ha richiamato alla base molti italiani - liguri in particolare - che avevano fatto carriera all’estero. Sul fronte della ricerca sul mare è la Stazione Zoologica Anton Dohrn - Istituto Nazionale di Biologia Ecologia e Biotecnologie Marine a esercitare una forte attrazione sulle eccellenze italiane in giro per il mondo.  

E il Covid sembra aver amplificato il desiderio di tornare in Italia. E’ per esempio quanto conferma la Ricerca "Covid-19 - L’impatto sui giovani talenti", condotta dal Centro Studi Pwc su iniziativa congiunta di Talents in Motion e Fondazione Con il Sud, secondo cui oggi un talento su cinque pensa di tornare in Italia e – in particolare - 1 su 4,3 sta per tornare nelle regioni del Sud.


C’entrano, naturalmente, le agevolazioni fiscali introdotte dal Decreto Crescita nel 2019, che prevedono in particolare la riduzione dell'imponibile del 70% e del 90% se la residenza viene trasferita in una delle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia). Ma chi rientra, ha soprattutto un progetto di vita e di ricerca che – è la novità più sostanziale di questi anni – conta di portare avanti in Italia.


“Proprio così. – annuisce il presidente della Stazione Anton Dohrn, Roberto Danovaro – Chi rientra porta innovazione in buone pratiche e aumenta la competitività degli enti di ricerca. La ricerca ha, per definizione, bisogno di non chiudersi. Ma perché i cervelli tornino, come sta abitualmente accadendo da noi negli ultimi anni, occorre incentivarli. Come? Con bandi aperti ben reclamizzati sulle piattaforme europee, con meccanismi incentivanti che consentano di ottenere stipendi competitivi, magari sfruttando la loro capacità di accedere ai fondi e - non meno importante - puntando sulle infrastrutture, come ha fatto il Miur investendo 300 milioni di euro in progetti PON. Chi rientra non lo fa per nostalgia dell’Italia, ma perché intravede opportunità di ricerca in linea con il proprio know-how. Ancora molto si può e si deve fare: per esempio, richiamare in Italia un vincitore di Premio Erc non ha costi per l’università, ma ne ha ancora per un ente di ricerca”.