Inquinamento

Mascherine, non solo plastica: disperse nell'ambiente rilasciano metalli pesanti

Trovate tracce di piombo, antimonio, rame e inquinanti vari da test sulle mascherine più comuni rilasciate in acqua. Gli esperti: "Serve più ricerca, impatti potenziali sono alti"
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Piombo, antimonio, rame, metalli pesanti. Le mascherine usa e getta più comuni che utilizziamo ogni giorno per proteggerci dal coronavirus e per cercare di arginare la pandemia da Covid-19, se disperse in ambiente non rilasciano in natura solo fibre di plastica ma anche metalli pesanti e inquinanti dannosi per la natura. Un pericolo che si aggiunge ai danni legati alle fibre di plastica o per esempio i lacci delle mascherine che stanno già apportando agli animali e all'ambiente diversi problemi quando non riusciamo a conferirle nell'indifferenziata e smaltirle correttamente.

Come già raccontato in più occasioni, la bomba ecologica dell'inquinamento da mascherine è scoppiata: stime al ribasso parlano solo l'anno scorso di 1.65 miliardi di dispositivi di protezione dispersi fra mari e ambienti naturali. La conferma dell'inquinamento da plastica dovuto ai residui dei dispositivi medici (dpi) gettati nell'ambiente è in uno studio dell'Università di Milano-Bicocca che calcola fino a 173 mila microfibre rilasciate in un giorno da una sola mascherina chirurgica nell'ambiente marino.

Adesso l'Università di Swansea con una nuova ricerca fa luce su un problema aggiuntivo rilevando che le mascherine, se per esempio disperse in acqua, rilasciano non solo fibre di plastica ma anche metalli pesanti.

Il capo del progetto di ricerca, il dottor Sarper Sarp dello Swansea University College of Engineering, ricorda che "tutti noi dobbiamo continuare a indossare maschere poiché sono essenziali per porre fine alla pandemia. Ma abbiamo anche urgente bisogno di più ricerca e regolamentazione sulla produzione di maschere, in modo da ridurre i rischi per l'ambiente e la salute umana".

Nel documento rilasciato dall'Università di Swansea viene raccontata nel dettaglio una serie di test su diversi tipi di mascherine comuni che indossiamo, analisi per determinare la presenza di inquinanti. I risultati rivelano "livelli significativi di inquinanti in tutte le maschere testate" con la presenza di "micro/nano particelle e metalli pesanti rilasciati nell'acqua durante tutti i test".
 
Secondo i ricercatori questo avrà "un impatto ambientale sostanziale" con nuovi potenziali danni per la salute pubblica avvertendo che "l'esposizione ripetuta potrebbe essere pericolosa poiché le sostanze trovate hanno legami noti con la morte cellulare, la genotossicità e la formazione del cancro" si legge nella nota di presentazione dello studio.

"La produzione di maschere facciali in plastica usa e getta nella sola Cina ha raggiunto circa 200 milioni al giorno, in uno sforzo globale per contrastare la diffusione del nuovo virus Sars-CoV-2. Tuttavia, lo smaltimento improprio e non regolamentato di questi dispositivi è un problema di inquinamento da plastica che stiamo già affrontando e che continuerà ad intensificarsi" sostiene Sarp.
 
Dispersi per esempio nei mari, fiumi e laghi, "molti degli inquinanti tossici trovati nella nostra ricerca hanno proprietà bioaccumulative quando vengono rilasciati nell'ambiente e i nostri risultati mostrano che i dispositivi di protezione potrebbero essere una delle principali fonti di questi contaminanti ambientali durante e dopo la pandemia di Covid-19" continua la nota.

 

Fra i suggerimenti indicati dagli scienziati per cercare di arginare il fenomeno di inquinamento c'è la richiesta di un approfondimento a livello globale proprio sull'inquinamento da mascherine e la necessità di normative più severe per produzione, smaltimento e riciclaggio per "ridurre al minimo l'impatto ambientale". Dai test effettuati fra le sostanze rilasciate sono state ritrovate tracce di piombo, rame, antimonio, cadmio e diversi metalli pesanti che possono essere tossici anche a basse dosi.
 


Secondo un altro ricercatore coinvolto nello studio, il dottor Geraint Sullivan, i risultati della ricerca sono stati "piuttosto scioccanti" soprattutto per il fatto che i metalli trovati essendo bioaccumulativi si accumulano nel tempo in ambiente. "Potrebbe non essere un grosso problema ora, ma l'accumulo è un problema che dovremo affrontare in futuro" chiosa il dottor Sarp ricordando che dovremo cercare di "esaminare come vengono prodotti i dispositivi di protezione, come possiamo testarli e come standardizzarne la qualità".