Aziende green

Una serra galleggiante come orto. Contro gli sprechi

Pensata come serra modulare, Jellyfish Barge può essere utilizzata per mettere a coltivazione ettari di superficie marina. Prototipi sono stati installati a Pisa, sulla Darsena a Milano in occasione dell'Expo e vicino a Stoccarda

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FIRENZE. L’ultimo World Population Prospects (2019) delle Nazioni Unite profetizza una rapida crescita demografica nei prossimi anni che porterà la popolazione mondiale a sfiorare i dieci miliardi di persone nel 2050. Un incremento vertiginoso che vedrà per lo più grandi concentrazioni urbane con conseguenti problemi di inquinamento atmosferico, di eccessivo consumo delle risorse e del suolo e non ultimo, di approvvigionamento alimentare.

Secondo la Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) sarà necessario produrre circa il 70% del cibo in più rispetto ad ora, usando in maniera efficiente le scarse risorse naturali, adattandosi ai cambiamenti climatici, facendo i conti con terreni indisponibili, non tutti coltivabili, perché coperti di foreste (speriamo) o soggetti all’espansione degli insediamenti urbani. Le città non potranno più correre il rischio di delegare all’esterno la loro sopravvivenza ma dovranno necessariamente trovare il modo di sviluppare l’agricoltura anche in contesti urbani. Una possibile risposta è Jellyfish Barge, una “serra galleggiante” in grado di produrre ortaggi senza acqua dolce, senza terra, senza energia. Il progetto in questi anni ha fatto il giro del mondo e nasce dall’incontro di due geniali architetti veneti, Cristiana Favretto e Antonio Girardi, e Stefano Mancuso, esperto di botanica e docente universitario: assieme hanno dato vita a Pnat, società spin off dell’Università di Firenze, un think tank composto da un team multidisciplinare di architetti e scienziati che ha l’obiettivo di elaborare soluzioni creative basate sulle scoperte scientifiche legate al mondo vegetale.

JellyFish Barge è una serra ottagonale e modulare (adatta per una produzione familiare o estendibile fino a una industriale) progettata con tecnologie semplici, perché la filosofia è quella dell’autocostruzione. La sua forma è quella di una medusa appunto: può essere posizionata sul mare o su un fiume, sfrutta l’energia solare per distillare, attraverso un sistema di pompe subacquee l’acqua salata o inquinata, rendendo così possibile una coltivazione idroponica (coltivazione delle piante fuori dal suolo). Un sistema completamente autonomo, che non richiede terreno e nemmeno acqua dolce, che può trovare applicazione in zone costiere, in un contesto di urban farming o può essere collocata nelle grandi metropoli, come New York, Singapore o San Francisco. “Le città più importanti al mondo si affacciano sul mare o sono attraversate da un fiume: già ora, ma sempre più in futuro, questi agglomerati urbani non potranno più delegare la loro sopravvivenza a ciò che le sta attorno e affidarsi alle importazioni ma dovranno trovare soluzioni di autosostentamento” spiega Cristiana. 

Pensata come serra modulare, Jellyfish Barge può essere utilizzata per mettere a coltivazione potenzialmente ettari di superficie marina. Prototipi sono stati installati a Pisa, sulla Darsena a Milano in occasione dell’Expo e vicino a Stoccarda, il progetto è arrivato secondo al Premio Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile.

“Abbiamo avviato un ragionamento con l’Isola di Capo Verde sulla possibile implementazione della nostra serra: l’isola è totalmente dipendente dalla terraferma ma per diversi periodi l’anno rimane scollegata con il conseguente problema di consegna delle derrate alimentari”. Non solo cibo. “Il tema della capacità di produzione interna è senza dubbio quello principale, ma Jellyfish è anche un modo per portare i benefici delle piante in città: i benefici delle piante sono tantissimi: contribuiscono alla riduzione delle temperature ad esempio e riducono l’inquinamento”.

Un tema questo che si collega a un altro progetto di Pnat, la Fabbrica dell’Aria, una serra da interni, dotata di un sistema di filtrazione botanica brevettato che sfrutta la naturale capacità delle piante per trattenere e degradare le molecole inquinanti sia inorganiche che organiche, incorporandole. Secondo recenti studi, l’inquinamento atmosferico negli spazi chiusi supera in modo importante quello degli spazi aperti. La Fabbrica dell’Aria, porta le piante negli spazi chiusi, costituendo un filtro vegetale dalla durata infinita e senza bisogno di sostituzioni.