L'intervista
Alluvione a Khairpur Nathan Shah in Pakistan nel 2010. Gideon Mendel For Action Aid/ In Pictures/Corbis via Getty Images 

"Vi spiego come funziona la macchina del negazionismo climatico"

Secondo la giornalista Stella Levantesi, autrice del libro I bugiardi del clima: potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, ne fanno parte aziende di combustibili fossili, lobby, think-tank, politici, scienziati. La tattica del momento? Ritardare l'azione contro la crisi climatica

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«È un precedente storico. Speriamo che il cambiamento aiuti a portare il business model della compagnia, che è ancora fortemente incentrato sul fossile, in linea con quelli che sono gli obiettivi climatici internazionali. E, soprattutto, che tutto questo si traduca in una spinta vera verso la decarbonizzazione e che non sia, nel contesto Exxon, l’ennesima mossa di greenwashing in un momento in cui la necessità della transizione energetica è non solo necessaria ma prioritaria». Stella Levantesi commenta con qualche scetticismo la conquista da parte del fondo  attivista pro-clima, Engine No.1, di tre posti su 12 nel board della Exxon, la compagnia-simbolo del negazionismo climatico, problema a cui ha dedicato un libro, I bugiardi del clima: potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, appena uscito per i tipi di Laterza.

Stella Levantesi. Twitter 

Giornalista e fotoreporter dotata di master alla School of Journalism della New York University, Levantesi - lavorando fra Italia e Usa (scrive dal New Republic a il manifesto) - ha raccolto una cospicua documentazione sulle campagne di controinformazione che cercano in tutti i modi di dimostrare che il climate change non esiste. «Lo chiamiamo negazionismo – dice – ma potremmo anche definirlo “fobia della regolamentazione” o semplicemente timore che la moderna narrativa capitalistica della conquista venga danneggiata in modo irreparabile».

Ogni tragedia storica, dalla Shoah alla mafia per finire con il Covid, per quanto possa sembrare incredibile visto che la verità è evidente, ha avuto la sua dose di negazionismo. Anche il clima: ma perché?

"Ogni negazionismo ha radici e ragioni diverse. Quello che condividono è una tendenza cospirazionista e, alla base, un sentimento di paura. La differenza sostanziale è che il negazionismo del cambiamento climatico è un fenomeno strutturato e organizzato: una vera e propria “macchina” di cui fanno parte aziende di combustibili fossili, lobby, think-tank di stampo conservatore, politici, perfino scienziati. Tutti finanziati dalle lobby. Il negazionismo fa leva su motivazioni economiche e politiche ed è un atto intenzionale e strategico. E non è una semplice negazione, per cui non si vuole accettare la realtà e si tenta di rimuoverla: se ne costruisce una alternativa".

Non è facile però negare l’intensificarsi di siccità, alluvioni e altri eventi estremi…

"Infatti negare tout court il climate change sta diventando sempre più difficile, quindi i negazionisti si trovano costretti a fare ricorso a strategie più insidiose: dal fare di tutto per ritardare l’azione sulla crisi climatica (Alexandria Ocasio-Cortez usa il termine climate delayer) a mettere in campo strategie per distogliere dalla responsabilità del settore fossile e reindirizzare l’attenzione sull’azione individuale, come se bastasse fare la raccolta differenziata per risolvere il problema, oppure ancora per dividere gli ambientalisti stessi, come sta avvenendo nel dibattito sulla transizione energetica. Vecchie strategie sempre esistite: la macchina negazionista le ha rispolverate e riadattate".

Quali esempi concreti di controinformazione cita nel suo libro?

"Beh, tanti. Non si perde occasione per confondere le carte. Nel cosiddetto “Climategate” ci fu una controversia sulle e-mail hackerate dalla Climate Research Unit dell’Università dell’East Anglia che contenevano dati che vennero estrapolati, decontestualizzati e manipolati e infine pubblicati su un sito web negazionista. Gli scienziati furono addirittura accusati di tramare per attribuire un maggior peso alle attività umane nei cambiamenti climatici, accuse che vennero smentite da indagini indipendenti, ma comunque la polemica venne utilizzata dall’industria negazionista che, nel momento in cui l’attenzione era alta su un climate summit dell’Onu, lanciò una campagna aggressiva attraverso scienziati di facciata e piattaforme mediatiche negazioniste come Fox News. Un altro esempio riguarda addirittura il New York Times, che pubblicò fra il 1985 e il 2000 senza specificarlo chiaramente dei “redazionali” pagati dalla Mobil Oil, almeno stando alle accuse del ricercatore Jeffrey Supran e della storica della scienza Naomi Oreskes. Mettere in dubbio l’urgenza del fenomeno, ritardare l’azione, la tattica del greenwashing, sono tutte diverse dimensioni di un unico sforzo: posticipare il più possibile le politiche climatiche e la transizione energetica per mantenere il proprio business as usual".

Erano anni di minore vigilanza sul tema…

"Certo, e va detto che nel 2005 il New York Times si “riabilitò” pubblicando alcuni documenti che mostravano come Philip Cooney, capo di stato maggiore e ex lobbista dell’American Petroleum Institute, aveva manipolato i rapporti scientifici delle agenzie governative per mettere in dubbio la scienza del clima e ostacolare la regolamentazione del governo sulla riduzione delle emissioni di carbonio. Cooney fu costretto a dimettersi, e andò a lavorare, guarda caso, per la Exxon. Due anni prima due astrofisici pubblicarono uno studio su una rivista scientifica (nonostante le revisioni paritarie degli scienziati esprimessero preoccupazioni sulla sua validità) per screditare il grafico della “mazza da hockey” dello scienziato del clima Michael E. Mann, che mostra un picco di temperatura nel ventesimo secolo dopo 900 anni di clima stabile. Lo studio era stato finanziato dallo stesso American Petroleum Institute, protagonista della rete negazionista, ma sollevò una tale ira di opinione pubblica che alla fine il direttore di quella rivista si dimise".

Ma venendo all’oggi tutto questo non è stato ampiamente screditato e ridimensionato?

"Macché, il negazionismo non riguarda solo il passato. Secondo un’indagine indipendente, oggi al congresso americano ci sono 139 membri che rifiutano di ammettere la scienza del clima e la responsabilità antropica nella crisi climatica. In totale hanno ricevuto più di 60 milioni di dollari dalle aziende di combustibili fossili. E questa è solo una minima parte del flusso di finanziamenti della macchina negazionista".

In Europa e in Italia qual è la situazione?

"Da noi il negazionismo è meno riconoscibile perché è un fenomeno meno istituzionalizzato ma è comunque presente: dalle argomentazioni retoriche che puntellano i discorsi pubblici di alcuni politici – per esempio, “fuori fa freddo” quindi “dov’è il riscaldamento globale?” – al rischio greenwashing di alcune aziende e dell’azione politica. C’è una tendenza della destra populista europea ad assumere posizioni antiambientaliste, spesso in collegamento con i think-tank americani di cui parlavo. E si cade a volte ancora nella trappola del “resoconto equilibrato”, dove viene dato spazio a prospettive negazioniste contenenti dati non corretti o estrapolati dal contesto (il famoso cherry-picking dei negazionisti): come se tutte le volte che si parlasse della Terra si dovesse includere anche la “prospettiva” terrapiattista. La crisi climatica non è un’opinione, è un fenomeno scientifico riscontrabile a livello fisico. E il fatto che ancora, nel 2021, si debba ribadire questo concetto prova che le strategie negazioniste hanno avuto successo. I negazionisti hanno trasformato un fenomeno scientifico in un tema politico così da poterlo rendere dubitabile. Se qualcosa è reso dubitabile si può mettere in discussione molto più facilmente".