L'intervista
(photo from Google Maps by Mogens Bergmann) 

Atlas Obscura. "Il mio atlante dei luoghi sconosciuti che stanno scomparendo"

Abbiamo chiesto a Dylan Thuras, cofondatore del sito web che dal 2009 racconta gli angoli più nascosti del pianeta, una lista di posti che a causa dell’azione dell’uomo e della crisi climatica hanno cambiato completamente volto. “Dovremo adattarci ad un pianeta che non sarà mai più lo stesso. Ma assieme alle cose che andranno perse ne vedremo di nuove nate dal grande ingegno dell’umanità per tirarci fuori da questa situazione”

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“Saranno anni drammatici e dovremo adattarci ad un pianeta che non sarà mai più lo stesso a causa della crisi climatica. Ma assieme alle cose che andranno perse, che già oggi stanno scomparendo, ne vedremo di nuove nate dal grande ingegno dell’umanità che spero venga usato per tirarci fuori da questa situazione. Per ogni luogo che abbiamo irreparabilmente sfigurato ne esiste uno dove le persone stanno facendo l’impossibile per correre ai ripari. Vedere il mondo nella sua interezza significa saper guardare ad entrambi”.

Dylan Thuras, statunitense, 38 anni, fondatore assieme a Joshua Foer del sito Atlas Obscura, da più di dodici anni racconta sul Web frammenti di mondo sconosciuti che non si trovano nelle guide turistiche. Un atlante di meraviglie, in senso letterale: luoghi straordinari nel loro essere inaspettati in virtù della stranezza e dell’unicità, anche se a volte sono cupi, dimenticati o in abbandono.

Dylan Thuras cofondatore di Atlas Obscura 
“Tutto nacque da una passione comune che avevamo io e Joshua per le opere del gesuita tedesco Athanasius Kircher, morto a Roma nel 1680, che fu tra i primi a tentare di tradurre i geroglifici egiziani ma che aveva interessi che andavano dalla matematica alla geografia”, prosegue Thuras. “A quel tempo vivevo in Ungheria, era il 2007, ero affascinato dall’impero austroungarico e lavoravo ad un blog chiamato Curious Expeditions. Con Joshua cominciammo a creare il primo nucleo di quattrocento posti poco noti di Atlas Obscura”.    

Frequentato da otto milioni di utenti al mese, con un gruppo di lavoro che comprende cinquanta persone, oggi il sito non è più un semplice catalogo di luoghi, ma ha allargato il suo punto di vista abbracciando storia, società e temi come diritti violati e difesa dell’ambiente, sempre però legati a comunità specifiche di determinate aree geografiche. E spesso si parla anche dell’Italia. Dal sito è nato anche un volume giunto alla seconda edizione e dai noi pubblicato da Mondadori oltre ad una agenzia di viaggi sui generis che tenta le vie di un turismo più sostenibile lontano dalle rotte frequentate.

La seconda edizione del volume Atlas Obscura (Mondadori) 

Noi a Thuras abbiamo chiesto di indicarci dieci posti poco noti che sono cambiati in maniera radicale a causa dell’opera dell’uomo, specie sul fronte climatico. Quella che segue è la sua selezione. Con un’aggiunta finale, un’undicesima meraviglia che racconta di un’opera umana che da decenni si lega ad ogni stagione con l’ambiente che la circonda senza creare alcun danno.

 

Danimarca. Il faro di Rubjerg Knude e il destino degli insediamenti sulle coste

E’ situato in Danimarca, sulle rive del Mare del Nord nella regione dello Jutland Settentrionale. Venne acceso il 27 dicembre 1900 e dismesso nel 1968 a causa dell’erosione della costa da un lato e dello spostamento delle dune di sabbia dall’altro. Il 22 ottobre 2019 la struttura è stata spostata di 70 metri verso l'interno per evitarne il crollo.

Il faro di Rubjerg Knude (foto di Lars Thomsen) 
“E’ un buon esempio di quel che molte comunità potrebbero dover affrontare a breve”, spiega Thuras. “Con l’unica differenza che non tutte potranno permettersi il lusso di spostare le proprie costruzioni altrove per l’erosione della costa o l’innalzamento del livello del mare. Dovremo prendere decisioni difficili: capire quanti “fari” sarà possibile salvare e quanti invece bisognerà sacrificare”.

Bolivia. La stazione sciistica fantasma di Chacaltaya e la scomparsa della neve

Era la stazione sciistica più alta al mondo, l’unica della Bolivia, costruita a ben 5.421 metri sul bordo di un ghiacciaio che aveva 18mila anni. Ma a causa dei cambiamenti climatici dal 1940 la sua superficie è andata riducendosi fino a scomparire del tutto nel 2009. Oggi il resort è abbandonato come è capitato ad altre strutture simili in giro per il mondo cominciando dall’hotel Belvédère, nel passo di Furka in Svizzera che affacciava sul ghiacciaio Rhône ridotto ormai ai minimi termini. Con la sua riduzione si sono ridotti anche i turisti finché l’albergo non ha chiuso.

Bolivia Chacaltaya Snowy Ski Station (foto di Rosana Feitoza) 
“E’ capitato a più di duecento strutture solo sulle Alpi di dover chiudere a causa della riduzione del manto nevoso”, sottolinea il cofondatore di Atlas Obscura. “È un effetto collaterale della crisi climatica al quale pochi pensano. Una persona su dieci nel mondo lavora nel settore turistico o è collegata ad esso. Ogni ristorante, ogni hotel, ha un suo piccolo ecosistema attorno che scompare con loro o comunque subisce le conseguenze di ogni chiusura”.

Hotel Belvedere, Svizzera (foto da Google Maps di Gerlof Hoogeveen) 

Micronesia. Il volto sfigurato della piccola repubblica di Nauru

È la più piccola repubblica indipendente al mondo: una sola isola di 21,4 chilometri quadrati abitata da 10mila persone. Priva di una capitale ha fatto parte dell’Impero coloniale tedesco dal 1888 al 1919. È stata amministrata dall’Australia fino al 1968, quando divenne indipendente. Ma ancora oggi il legame di dipendenza economica è stretto a causa della crisi economica e l’Australia ha qui costruito un campo dove detiene gli immigrati clandestini. Il campo, per le sue precarie condizioni, è stato più volte segnalato da Amnesty International e preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite.

Nauru (foto di Viimane) 
L’isola ha vissuto a lungo sui giacimenti di fosfati, oggi esauriti, usati in agricoltura. Venivano estratti al ritmo di due milioni di tonnellate l'anno. A metà degli anni Settanta il reddito pro-capite era di 50mila dollari l’anno, secondo solo a quello dei cittadini dell’Arabia Saudita. Ma con la chiusura delle miniere la ricchezza è scomparsa e a causa dell’intenso sfruttamento del terreno sono scomparse anche diverse specie animali. Dell’epoca d’oro restano le enormi strutture sulla costa per il carico dei mercantili ormai in rovina.

Nauru deve importare quasi tutto e dispone di un solo impianto di desalinizzazione. Il debito estero è cresciuto oltre le capacità produttive di pari passo con la povertà. Una fonte di reddito era rappresentata dagli affitti della Nauru House, uno dei più alti edifici di Melbourne, costruito con i profitti dei fosfati. Nel 2004 è stata venduta assieme ad altre proprietà pubbliche per oltre 150 milioni di dollari per rimborsare alcuni creditori. Secondo la rivista Forbes, la percentuale di persone in sovrappeso a Nauru è del 94,5%, la più alta al mondo.

Nauru (foto di Hadi Zaher) 
“L’uso massiccio di super fertilizzanti ha permesso di avere raccolti più ricchi ma ha creato scompensi e Nauru è un caso emblematico”, spiega Dylan Thuras. “Non è un fenomeno che ha a che fare con il cambiamento climatico ma con lo sfruttamento ambientale e le conseguenze che si pagano quando si dipende da un’unica risorsa”.

 

Stati Uniti. L’isola del Tabasco che sta morendo per decenni di decisioni sbagliate

L'Isola di Avery in Luisiana sorge su una grande roccia di sale. È conosciuta come la patria della salsa Tabasco. È uno dei luoghi storici degli Stati Uniti, meta di turismo, a poca distanza dal Golfo del Messico. Ma il terreno si sta impoverendo a causa di alcune opere infrastrutturali fatte in passato e legate all’industria petrolifera. L’acqua salmastra sta uccidendo le piante e l’aumento delle tempeste ha aggravato ancor più la situazione.

Avery Island (foto da Google Maps di Kat Win) 
“La somma di una serie di decisioni sbagliate, specie lo scavo di canali per far passare gasdotti e oleodotti, ha portato ad una situazione critica”, racconta Thuras. “Ho scelto Avery, fra le altre, perché il Tabasco è una salsa che molti di noi hanno comprato ma pochi sanno cosa c’è dietro, da dove viene e che quel luogo non se la passa affatto bene. Succede decine di volte quando ordiniamo online, solo che ne siamo completamente all’oscuro”.

Islanda. La prima pietra tombale in memoria di un ghiacciaio

“Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere il suo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni tutti i nostri ghiacciai dovrebbero seguire lo stesso percorso. Sappiamo cosa sta succedendo e cosa deve essere fatto. Solo tu saprai se ce l'abbiamo fatta”.

Okjökull, Islanda (foto da Google Maps di Ásgeir Jónsson) 
È la "Lettera al futuro" dello scrittore Andri Snær Magnason, sulla targa commemorativa posta nell’agosto del 2019 in memoria del ghiacciaio Okjökull, che copriva il vulcano Ok islandese. Di fatto è una delle prime pietre tombali dedicate ad un luogo naturale cambiato in maniera radicale a causa della crisi climatica.  

“Una delle prime dichiarazioni ufficiali di morte la morte di un luogo. Temo sia un esempio di ciò che vedremo molto spesso in futuro”, spiega il “padre” di Atlas Obscura. “È davvero interessante: iniziamo a formalizzare i ricordi di ciò che abbiamo perso. Fa riflette non solo perché si mantiene la memoria di un ghiacciaio scomparso ma anche perché spinge ad agire affinché non succeda di nuovo”.

Okjökull, Islanda 

Thailandia. Il tempio tornato alla luce per la siccità diventato meta turistica   

Wat Nong Bua Yai è un tempio buddista molto insolito della provincia di Lopburi, in Thailandia. Il tempio è finito sott'acqua per 20 anni dopo la costruzione della diga di Pa Sak Cholasit. Ma i suoi resti sono tornati in superficie a causa della siccità che ha colpito la Thailandia centrale. Pilastri che non sostengono più nulla, gradini di pietra che non portano da nessuna parte, una statua del Buddha senza testa di quattro metri e altre rovine sparse e quel che resta della costruzione originale. Che oggi è diventata meta per il turismo locale.

Wat Nong Bua Yai, Thailandia (foto da Google Maps di B4 i DRY) 
“Ecco, questo è un altro aspetto del cambiamento climatico che crea a sua volta luoghi capaci di attrarre visitatori”, prosegue Thuras. “Magra consolazione rispetto ai danni enormi creati dalla siccità. Il bacino è sceso a 4% delle sue capacità e sebbene la popolazione locale sia ben consapevole del grave impatto della siccità, il tempio è risorto come un luogo turistico che porta fortuna. Vicino all’accesso all’area vengono venduti biglietti della lotteria assieme ai soliti snack e bevande. C’è dell'ironia in questa attrazione per i visitatori, specie quando sono quegli stessi pescatori e agricoltori locali che hanno visto sfumare i propri mezzi per guadagnarsi da vivere visto che la diga originariamente permetteva di irrigare 1,3 milioni di acri di terreni. Ora si arriva al massimo a tremila”. 

Wat Nong Bua Yai, Thailandia (foto da Google Maps di B4 i DRY) 

Australia. Un museo sottomarino per ricordare gli “incendi” che devastano la barriera corallina

Il Museum of Underwater Art (Moua) australiano non è come la maggior parte dei musei. È il primo e d'arte subacquea nell'emisfero australe e si trova al largo della costa del Queensland, nei pressi della città portuale di Townsville, fuori dai principali circuiti turistici.

Le installazioni sono state create per aumentare la consapevolezza dei problemi che ha la Grande Barriera Corallina, tra cui lo sbiancamento dei coralli e il riscaldamento delle temperature dell'acqua. Progettato dallo scultore subacqueo Jason deCaires Taylor, con il sostegno del governo statale del Queensland, il museo mira a mettere al centro la conservazione degli oceani e a contribuire a creare nuove aree per la crescita dei coralli. L’unica opera fuori dall’acqua è la prima ad essere stata creata nel 2019, intitolata "Ocean Siren".

Il Museum of Underwater Art (Moua) australiano (foto di Jason deCaires Taylor)  
Realizzata in acciaio inossidabile, acrilico traslucido e 202 luci a led, è collegata a un indicatore di temperatura posto sulla Grande Barriera Corallina e cambia colore in tempo reale in base alle condizioni dell'acqua. Con l'aumento delle temperature, la scultura passa dal blu all’arancione e al rosso.

“L’Australia è stata flagellata dagli incendi negli ultimi anni. Sono fenomeni tremendi ma visibili a differenza di quel che succede nella barriera corallina”, commenta il cofondatore di Atlas Obscura. “Anche in quel caso l’effetto è quello di un incendio devastante, pochi però se ne sono accorti. Per questo credo che il museo subacqueo sia importante. Specie quell’opera che diventa rosso fuoco quando la temperatura dell’acqua è così alta di diventare disruttiva”. 

Russia. Una porta sull’inferno nel cuore della Siberia

È noto come "la porta degli inferi" o il "mega crollo" e sta diventando sempre più grande e profondo ogni anno. Il cratere Batagaika in Siberia iniziò a formarsi a causa della deforestazione negli anni Sessanta con l’aggiunta dell’innalzamento delle temperature. E così il permafrost ha iniziato a sciogliersi durante i mesi più caldi, causando il collasso del terreno. Un fenomeno che a sua volta ha causato il rilascio nell’atmosfera di metano e anidride carbonica.

Cratere di Batagaika, Siberia (foto di En Ruta) 
Il cratere continua a crescere e si è espanso al ritmo di 10-30 metri l’anno, a seconda delle temperature. Attualmente è lungo un chilometro e profondo circa 85 metri. Gli abitanti locali evitano accuratamente il cratere, credono siano davvero una porta agli inferi. Non è l’unico in questa zona della Siberia, ma è di gran lunga il più imponente. Gli scienziati ritengono che alcuni strati di sedimenti venuti alla luce risalgano a 200mila anni fa. Sono state ritrovate anche le carcasse di un mammut, di un bue muschiato e di un cavallo di 4.400 anni.

Cratere di Batagaika, Siberia (foto di En Ruta) 
“Quel che mi colpisce, al di là dello spettacolo di questa enorme voragine, è il fatto che si tratta di un monito”, continua Thuras. “Alcune zone della Terra che hanno avuto climi rigidi in passato come il Canada, potrebbero presto cambiare radicalmente aspetto in maniera così profonda che oggi facciamo fatica ad immaginare”.

Libano. L’ultima città crociata che presto dovrà difendersi dal mare

Tiro, a circa 90 chilometri a sud di Beirut, è una città costiera di fondazione fenicia. Fra le altre cose fu l’ultima durante le crociate ad essere conquistata e anche l’ultima a cadere in mano musulmana. Dal 1984 è nella lista dei Patrimoni dell'umanità dell'Unesco.

Il porto di Tiro (foto di Sean Long) 
“In genere si pensa a Venezia o a New York quando si parla del possibile innalzamento dei mari a causa dello scioglimento dei ghiacci polari”, spiega Dylan Thuras. “Ma di centri costieri di importanza storica ne esistono tanti altri anche se meno noti e Tiro è uno di questi. Bisognerà difenderla e bisognerà trovare il modo di farlo in maniera efficiente. Ma credo che non sarà possibile proteggere ogni città specie nei Paesi meno ricchi e questo apre degli scenari complessi con i quali sarà difficile fare i conti”.

Perù. Quel ponte fatto d’erba che viene tessuto ad ogni stagione

A Queshuachaca o Keshwa Chaca, c’è uno dei pochi esempi rimasti di ponti intrecciati a mano con una tecnica che risale alla civiltà inca. Realizzato fibra vegetale intrecciata, si estende per 35 metri a 20 metri dal fiume Apurimac che che scorre in un vallone. Il ponte viene rifatto ad ogni giugni e tutte le famiglie Quehue dell’area hanno il compito di intrecciare ognuna un certo numero di metri di corda.

Queshuachaca, Perù (foto di Dylan Thuras) 
“Mi piace perché è un esempio di infrastruttura sostenibile”, conclude Dylan Thuras. “Sopravvive come tradizione malgrado lì vicino ci sia un ponte in ferro che svolge la stessa funzione. Dovremmo imparare da un esempio del genere. A volte prendiamo d’assalto tutti gli stessi luoghi soffocandoli, basti pensare alla vostra Venezia, quando il mondo è pieno di meraviglie e dovremmo imparare tutti a guardarlo con occhi diversi. Insomma, alcuni posti rischiano di soffocare per troppo amore e altri che rischiano la stessa sorte perché ne ricevano troppo poco con comunità e tradizioni che scompaiono perché non c’è alcun motivo o stimolo per tenerle in vita. Il ponte intrecciato in Perù da questo punto di vista è un mezzo miracolo. Ad Atlas Obscura, nel nostro piccolo, cerchiamo di indirizzare le persone verso posti dove i soldi del turismo potrebbero aiutare a migliorare la situazione e a iniziare a far qualcosa per migliorare la situazione”.