La polemica
Portacontainer fuori dal porto di Los Angeles e Long Beach. David McNew/Getty Images 

Gli armatori contro i limiti di velocità alle navi: raddoppierebbe il numero

La richiesta Ue, secondo i grandi attori del trasporto marittimo, provocherebbe l'aumento dei mercantili in acqua per soddisfare la domanda e, in ultima analisi, la crescita delle emissioni che si vorrebbero ridurre. Meglio agire sui combustibili

1 minuti di lettura

Rallentare la velocità delle navi per ridurre le emissioni inquinanti nell’atmosfera? La strategia potrebbe funzionare, ma – avvertono gli armatori – solo sulla carta perché in realtà se l’operazione si trasferisse in mare allora il rischio sarebbe quello di ottenere l’effetto contrario. Possibile? Certo, se si considera il numero maggiore di mercantili che sarebbero chiamati a circolare per i mari del mondo per soddisfare la richieste crescente di merci post-pandemia. Risultato finale, un aumento delle sostanze nocive in aria.

Il cortocircuito che rischia di crearsi fra l’Unione Europea e le principali compagnie armatoriali sta tenendo banco da settimane nel mondo dello shipping. Punto di partenza, e di scontro, il piano dell’Europa per frenare l’avanzata di CO2 che, al di là del dichiarato impegno sulle fonti alternative e rinnovabili, non accenna ad abbassare la guardia. Nessuno, infatti, vuol mettere in discussione l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio, ma chiedere agli armatori di ridurre la velocità delle loro navi costringerebbe in realtà le compagnie a inserirne altre sulle rotte internazionali per far fronte alla domanda. E la soluzione adottata sarebbe a questo punto peggiore del danno su cui si vuole intervenire.

Lo ha sostenuto chiaramente anche Soren Toft, l’amministratore delegato di Msc-Mediterrean Shipping Company, secondo vettore al mondo nel trasporto di container dopo la danese Maersk (ma con la prospettiva di scavalcarla nei prossimi anni alla luce del piano di crescita della flotta che fa capo alla famiglia Aponte). In un colloquio con il Financial Times, Toft ha messo in guardia sulle misure dell’Unione per contenere le emissioni di CO2, al momento ancora in fase di studio.

La vera soluzione, per affrontare alla radice il problema, è l’uso dei combustibili adottati durante la navigazione. E oggi, in larga parte, quello maggiormente impiegato è ancora il tradizionale “bunker oil”. Gli “scrubber” montati sulle navi proprio per contenere le emissioni inquinanti del bunker non sono ancora così diffuse e altrettanto lunga è la rotta che conduce all’impiego di carburanti alternativi, a cominciare dall’Lng, il gas naturale liquefatto, per arrivare all’idrogeno e all’ammoniaca. Sarebbe quindi un errore, oggi, affrontare il problema andando a incidere sulla velocità che, se dimezzata, imporrebbe il raddoppio delle navi impiegate per far fronte alla richiesta e quindi l’aumento complessivo delle emissioni. E se si considera che il trasporto marittimo, da solo, vale quasi tre punti delle emissioni globali di carbonio del pianeta, si capisce allora quanto delicata sia la vicenda e quanto pesanti possano essere le ripercussioni.