CON OCCHI DI SELVA

La dendroteca, a passeggio sotto gli alberi che amiamo inventare

In cammino fra alberi, boschi, sentieri e libri
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Philippe Jaccottet (1925-2021) è considerato uno dei massimi poeti di lingua francese degli ultimi decenni. Nato in Svizzera, studia a Parigi e dal 1953 si trasferisce a Grignan, piccolo comune-castello circondato da mura medioevali, nel dipartimento della Drôme, nel sud della Francia. Qui traduce, ad esempio Rilke, ad esempio Musil, ad esempio Hölderlin, ad esempio poeti italiani come Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Eugenio Montale. E compone le sue poesie e i suoi saggi, fra i quali si ricordano Il barbagianni e altre poesie (L’effraie et autres poésies), Alla luce d’inverno (A la lumière d’hiver), E tuttavia (Et néanmoins), Appunti per una semina (La semaison. Carnets 1954-1979), La seconda semina (La seconde semaison. Carnets 1980-1994), La parola Russia (A partir du mot Russie). Nel 2014 riceve l’onore di vedere la sua opera raccolta in un volume-monumento per la Bibliothèque de la Pléiade. In Italia si sono occupati della sua opere i poeti Antonella Anedda, che ha ha tradotto due sue opere, La parola Russia per Donzelli e Appunti per una semina per la Fondazione Piazzolla, quest’ultimo oramai introvabile; e Fabio Pusterla, curatore di vari titoli tra i quali Paesaggi con figure assenti (Armando Dadò editore), Passeggiata sotto gli alberi (Marcos y Marcos) e La ciotola del pellegrino (Casagrande), l’antologia poetica Il barbagianni. L’ignorante (Einaudi); la traduttrice e studiosa di letterature francofone Ida Merello ha curato Quegli ultimi rumori (Crocetti / IF).

Ora, camminare nei paesaggi e passeggiare fra le pagine di Jaccottet è al contempo piacere e ristoro. Gli aspetti interessanti della “natura cucita” esulano da una visione idilliaca ed esclusivamente estatica del paesaggio, del bosco, dell’intimità che si scava scartando l’umanità e i suoi aggregati. Come avviene per le voci autentiche la natura non viene idolatrata o temuta, le due ideologie correnti che spesso vincolano le opinioni e le rappresentazioni di tutto ciò che vive spontaneamente e indipendentemente rispetto la nostra specie; l’ordito è ben più variegato e approfondito. in questa toccata e fuga mi limiterò a segnalare alcune tracce del suo scrivere e del pensiero che si è generato leggendolo.
 

Ad esempio incrociamo le parole tatuate in Passeggiata sotto gli alberi, da poche settimane in libreria, l’ultimo dei suoi libri usciti in Italia dopo la sua scomparsa. Mi è stato molto utile averlo come compagno di viaggio nello zaino mentre andavo in cerca degli alberi più annosi d’Italia, i nostri millenari: «Lo splendore sembra avere la sua sorgente nella morte e non nell’eterno; la bellezza si manifesta nel mutevole, nell’effimero, nel fragile; l’estrema bellezza luccica forse nell’estrema contraddizione; nella contraddizione condotta fino a un enigma che, riflettendoci sopra, ci potrebbe sembrare folle; ali di farfalla, sementi, sguardi.» Noi abitiamo la natura e ne assumiamo la bellezza, la tragica vitalità, la grandiosità delle prospettive e delle geometrie; le età colossali, i misteri di nascita e resilienza, ma tutto questo esiste poiché la morte è una minaccia costante, anzi, si può appunto dire che buona parte dell’incanto delle foreste annose o dei grandi alberi o dei capodogli che emettono i loro canti intermittenti e scoppiettanti risiede proprio nel pericolo che li accompagna e li ha forgiati. E qui, adesso, noi possiamo godere del dono di queste nature sopravvissute che sono arrivate fino a noi, schivando, reinventandosi, incorporando.
 

Paesaggi con figure assenti è stato pubblicato in Francia nel 1970, ma da noi è arrivato alcuni decenni più tardi. Jaccottet vi ha scritto: «È sotto il tetto traforato degli alberi, non appena ci si addentra in questo rifugio, dove il sole non brucia più, nella casa che non è mai chiusa, e c’è una frescura, un profumo inseparabili l’uno dall’altro. Il cielo discende tra le foglie. Sotto i pini, l’ombra è priva di spessore.» Quante volte ci siamo inebriati alzando lo sguardo nel cuore di una faggeta, dentro questo mondo protetto e circondato da un estenuante giorno di sole?
 

In Quegli ultimi rumori Jaccottet ci rivela la sua esperienza di natura: «Sensazione della fine di un mondo al di fuori del quale non potrei più respirare.» Ida Merello, la curatrice del volume, riflette a proposito dell’incedere descrittivo del poeta di lingua francese: «Jaccottet cerca di aderire alle cose, trasformando il linguaggio in una mediazione leggera», il che potrebbe suggerire l’adesione ad una scrittura dal tono realistico, ad un verismo espressivo; eppure mi resta un margine di dubbio, poiché la scrittura realista, rappresentazione delle (dura?) verità così com’è si risolve classicamente in un teatro delle esasperazioni, in una condanna, in una sciagura umana che non è la verità, ma una certa versione della verità. Quando leggiamo Zolà o perché no, Gomorra, noi ne traiamo una versione della verità, di quella particolare verità, spesso criminale e disperante che può inorridirci o affascinarci. Allo stesso modo il cinema documentaristico coglie aspetti della verità concreta, della storia, delle dinamiche umane, dei rapporti sociali e delle epopee individuali, ma non è sempre la verità, con la differenza che descrivere gli esiti di un terremoto tiene conto di qualcosa di visibile, contabile, mentre comporre un romanzo verista, che sa di verità, è comunque sempre invenzione, postulato, un poniamo che. Adeguatamente la Merello, nella sua introduzione, precisa, qualche riga prima: «Le immagini di Jaccottet non sanno limitarsi a una rappresentazione. Il mondo reale non abbraccia solo quello che il poeta vede, o sente, ma anche quello che sogna, ricorda, o legge nei testi della tradizione o degli amici. Sempre è necessaria la ricerca della parola giusta per aderire alle cose e alle idee», e qui ci verrebbe in aiuto Dylan Thomas che fece della ricerca della parola “esatta”, l’unica vera parola con cui poter dire, il polo esistenziale della propria poetica. Ma è comunque questa la sorpresa di tutta la scrittura naturalistica, dal filosofico al poetico: il tentativo di cucire insieme le parole e i respiri consumati sotto le fronde di un larice secolare, o accanto ad una cascata mormorante, o ancora adagiati come un daino alla riva di un ruscello ciacolante, è ibridazione fra fantasia, sogno, estasi, e concretezza degli elementi, conoscenze botaniche, zoologiche, scientifiche, innamoramento e spavento. Ogni passo e ogni riga è una curiosa via all’invenzione, non è mai soltanto descrizione fotografica. 

 

Tiziano Fratus vive in una casa davanti a un bosco. E' autore di molti libri e medita.
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