Green story

La saggezza delle comunità indigene per salvare l'ambiente

Sempre più ricercatori e governi di formazione occidentale riconoscono il valore del patrimonio di conoscenze dei popoli nativi, che permette loro di proteggere i propri ambienti e conviverci da migliaia di anni
3 minuti di lettura

Quasi venti anni fa, la tribù Maori dei Ngati Naho si oppose al piano dell'ente autostradale neozelandese per la costruzione di una superstrada nel Waikato. Il percorso invadeva un'area che secondo la tradizione M?ori era governata da una creatura acquatica, un taniwha. Le autorità tennero conto dell'obiezione e modificarono il progetto in modo da aggirare quella zona. Un anno dopo, l'area fu colpita da un'enorme inondazione, e la superstrada rimase intatta. "Sto ancora aspettando il titolo in prima pagina: "Creatura mitologica fa risparmiare milioni ai contribuenti"" scherza Dan Hikuroa, professore associato in studi M?ori all'Università di Auckland e membro della tribù Ngati Maniapoto. Chissà se col senno di poi lo staff tecnico si è chiesto: "Ma perché non avete detto semplicemente che era un'area a rischio inondazioni?!"

Come molti popoli indigeni, i M?ori hanno sviluppato le proprie competenze ambientali osservando da vicino il paesaggio e il suo modo di comportarsi nel corso di diverse generazioni. Ora l'Agenzia di protezione ambientale neozelandese cerca di integrare regolarmente la conoscenza tradizionale dei Maori (la matauranga) nelle sue decisioni. Hikuroa è stato nominato commissario alla cultura per la sezione neozelandese dell'UNESCO, un ruolo che a suo dire ha lo scopo principale di integrare le competenze dei Maori nelle attività dell'organizzazione.

Sempre più ricercatori e governi di formazione occidentale riconoscono il valore del patrimonio di conoscenze ammassato dalle comunità indigene, che permette loro di proteggere i propri ambienti e conviverci da centinaia, o anche migliaia di anni. Secondo studi pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed, i territori gestiti dagli indigeni presentano ovunque molta più biodiversità inalterata rispetto a qualsiasi altro paesaggio, perfino delle aree protette a scopo di conservazione.

Adottare le conoscenze degli indigeni, come sta cercando di fare la Nuova Zelanda, può contribuire alla gestione statale degli ecosistemi e delle risorse naturali, e aiutare gli scienziati occidentali a comprendere meglio le loro stesse ricerche grazie ad approcci e punti di vista alternativi. Questa possibilità è tanto più urgente con la crisi climatica in atto. La Segretaria degli Interni degli Stati Uniti Deb Haaland, cittadina di Laguna Pueblo nel New Mexico e prima segretaria nativa americana del governo statunitense, ha dichiarato alle Nazioni Unite: "Ogni governo, stato e comunità può imparare dalla visione del mondo e dalla resistenza degli indigeni, e migliorare l'amministrazione di terre, acque e risorse non solo in vista dei bilanci, ma da una generazione all'altra."

E tuttavia gli studiosi indigeni avvertono che, se è possibile impiegare le conoscenze tradizionali a fin di bene, c'è anche il rischio di sfruttarle o gestirle male. Dominique David Chavez, discendente degli Aruachi Taino nei Caraibi e ricercatrice del Native Nations Institute all'Università dell'Arizona e della National Science Foundation, afferma che, in quanto scienziati occidentali, "ci insegnano a visitare le comunità, prelevarne le competenze e tornare nei nostri istituti per disseminarle nelle riviste accademiche." Così si finisce per alterare le forme tradizionali di condivisione tra generazioni, mentre la priorità dovrebbe essere un'altra: assicurarsi che i sistemi conoscitivi degli indigeni siano preservati e supportino le comunità che li hanno sviluppati. In Puerto Rico (Borikén per gli indigeni) Chavez si occupa di ristabilire le connessioni e i sistemi tradizionali di trasmissione delle informazioni tra anziani e giovani.

Creare un ponte tra indigeni e scienza occidentale significa anche rispettare il sistema di valori in cui quelle conoscenze sono radicate. Un esempio: la pratica di seminare piante agricole diverse e sviluppare un suolo sano capace di ritenere l'acqua (la cosiddetta "agricoltura rigenerativa") esiste da sempre nelle comunità indigene di tutto il mondo. Ma l'impulso crescente ad adottare questa tecnica altrove resta parziale, perché si accompagna a pesticidi industriali, o magari trascura il benessere di chi coltiva la terra. "Nelle scienze indigene non è possibile separare la conoscenza dall'etica della responsabilità che quella conoscenza comporta - mentre nella scienza occidentale lo facciamo continuamente" sostiene Robin Wall Kimmerer, direttrice del Centro per le popolazioni native e l'ambiente per l'Università statale di New York a Syracuse, e membro della Citizen Potawatomi Nation. Il metodo scientifico è progettato per essere indifferente alla morale e ai valori: "La conoscenza indigena li rimette al loro posto."

L'uso condiviso delle informazioni indigene dovrebbe contribuire idealmente a ricucire i rapporti tra comunità indigene e occidentali. Un esempio è l'"erba dolce" (Muhlenbergia capillaris) nel nord dello stato di New York, una pianta nativa usata dagli indigeni per la cesteria tradizionale. Una tribù preoccupata dal declino della pianta ha contattato Kimmerer per cercare una soluzione.Le normative statali ne avevano già limitato la raccolta: "Una delle prime domande che ci si pone è: la pianta è stata sfruttata in modo eccessivo?" spiega Kimmerer. Gli studi, a cui lei ha contribuito, hanno dimostrato al contrario che è proprio la raccolta dell'erba, fatta seguendo i protocolli indigeni, la soluzione per farla prosperare: "Se la lasci stare comincia a diminuire."

A suo avviso questo esempio segnala un difetto cruciale nell'approccio dell'Occidente alla gestione della terra: l'idea che l'interazione umana sia sempre soltanto dannosa per gli ecosistemi. "È una delle ragioni per cui si allontanavano sistematicamente i popoli nativi da aree che oggi sono parchi nazionali: c'è questa convinzione che persone e natura non possano convivere in modo sano." Kimmerer spiega invece che per gli indigeni la risposta è: "Certo che si può!, e noi custodiamo pratiche che lo rendono possibile."

 

Nella lotta agli incendi boschivi dello scorso anno, le autorità australiane si sono rivolte proprio alle pratiche aborigene. I ricercatori hanno collegato la gravità degli incendi al cambiamento climatico, ma Kimmerer aggiunge un altro possibile fattore: la gestione del territorio australiano nell'era moderna. I popoli aborigeni "si sono occupati per millenni di un territorio che va soggetto a incendi. Aver ignorato la scienza indigena ha contribuito al disastro." La società occidentale ha molto da imparare, ora che sempre più riconosciamo i meriti di molte comunità indigene capaci di coesistere felicemente con gli ecosistemi. "Abbiamo questa convinzione che la scienza occidentale sia l'unica strada per la verità. Non ci viene neanche in mente che la verità potrebbe essere altrove" conclude Kimmerer. "Chi si occupa di risorse e territorio dovrà accettare che la conoscenza può avvenire in tanti modi diversi."

Traduzione di Antonio Casto

© 2021 The New York Times