Emissioni
(afp)

Gli incendi uccidono anche a distanza: oltre 33mila morti in 43 Paesi

Il fumo prodotto può rimanere nell'atmosfera per settimane e viaggiare per migliaia di chilometri. E l'esposizione provoca problemi cardiovascolari e respiratori

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Il fuoco non si limita a devastare i territori. L'aria viene infatti avvelenata. Il fumo prodotto può rimanere nell'atmosfera per settimane e viaggiare per migliaia di chilometri. Gli incendi non possono più essere ritenuti eventi locali, e i loro effetti colpiscono a distanza. Le nubi che si sono prodotte in Siberia in agosto hanno raggiunto per la prima volta il Polo Nord, quelle della California sono arrivate a New York, quelle australiane hanno inquinato il Cile.

Uno studio internazionale ha per la prima volta cercato di valutare gli effetti dello smog prodotto dal fuoco e la mortalità provocata. Realizzato all'interno del MCC Collaborative Research Network una iniziativa di collaborazione internazionale tra scienziati di varie istituzioni di tutto il mondo, è arrivato alla conclusione che l'esposizione provoca problemi cardiovascolari e respiratori e ogni anno, nelle 750 città dei 43 Paesi studiati, muoiono più di 33mila persone.


"Il nostro studio è stato basato su un database globale, non solo su aree specifiche. Grazie a una serie di modelli abbiamo potuto associare i dati della produzione di particolato con quelli della mortalità e abbiamo potuto estrarre la responsabilità, in particolare, del particolato sottile, le polveri che hanno un diametro inferiore ai 2,5 micron e che possono dunque penetrare nei polmoni" dice Antonio Gasparrini, uno degli autori, docente di biostatistica ed epidemiologia alla London School of Igiene and tropical Medicine. "Il dato più interessante non è il numero delle persone decedute, ma la percentuale, che è del 0,62%. Per quanto riguarda gli effetti a breve termine è paragonabile a quanto avviene nelle aree urbane a causa dell'inquinamento, ovvero lo 0.40-0,60%. Ci sono però molte differenze tra Paese e Paese. In alcuni il problema è dovuto agli incendi boschivi, in altri, come la Thailandia, alle pratiche di bruciatura dei residui agricoli che in alcune stagioni producono spesse nuvole e rendono l'aria irrespirabile", spiega Gasparrini.


La ricerca riporta una tabella comparativa dalla quale risulta che le regioni dove la situazione è più grave sono il Centro America, il sud est asiatico e l'Africa meridionale. Il Guatemala è uno dei Paesi più colpiti, seguito da Thailandia e Paraguay, dove la mortalità arriva al 2 per cento. Negli Stati Uniti è solo lo 0,26%. In Italia lo 0,30.

Possono sembrare numeri piccoli, ma se vengono moltiplicati per la popolazione del Pianeta diventano grandi. Vengono colpiti anche Paesi, come Francia e Germania, dove non sono bruciate vaste aree, perché il fumo viaggia.

A causa delle loro dimensioni minuscole, le polveri sottili possono penetrare profondamente nelle nostre vie respiratorie ed entrano nel flusso sanguigno. In particolare è a rischio chi ha già patologie connesse a cuore e polmoni. Non le producono solo gli incendi, ma quelle che provengono dalla combustione dei vegetali hanno una permanenza maggiore ed effetti peggiori.

Sono stati segnalati anche altri problemi. Uno studio del California Air Resources Board ha segnalato che nell'incendio di Camp, uno dei più devastanti, avvenuto nel 2018 nella contea californiana di Butte, vennero anche prodotti piombo, zinco, e ferro. La piuma di fumo durò due settimane. Un'altra ricerca associa la presenza di PM 2.5 a una maggiore presenza di casi positivi al Covid.

Per molto tempo si è pensato che questo tipo di contaminazione dell'aria fosse dovuta principalmente ai combustibili fossili e che il legno bruciato non fosse un problema. Questi studi dimostrano il contrario. Il rischio dovuto al fumo degli incendi è paragonabile a quello dei trasporti e delle attività industriali. E in un mondo che, a causa del cambiamento climatico, sta andando sempre più in fiamme, è un problema che va considerato.