Biodiversità
Uno scorcio del Parco Nazionale del Pollino.  

Nelle foreste del Pollino l'antidoto al cambiamento climatico

Il segreto, svelato da una ricerca italo-spagnola, sta nella lentezza delle crescita delle piante che popolano questi boschi, che aumenta la resistenza alle variazioni climatiche. Ma vale solo per alberi centenari

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I boschi secolari del Parco nazionale del Pollino hanno un segreto: resistono di più ai cambiamenti climatici rispetto ad altre foreste del Mediterraneo. Una sorta di immunità al riscaldamento globale acquisita con il tempo ma che non si tramanda alle nuove generazioni di alberi che corrono più veloce ma si consumano in fretta. Una ricerca italo-spagnola pubblicata sulla rivista internazionale Science of the Total Environment ha studiato i comportamenti di crescita di quattro specie di alberi rivelando che conifere e latifoglie che popolano le pendici del Pollino hanno un asso nella manica contro l'aumento delle temperature: la lentezza. Per pino, abete bianco, faggio e cerro prendersela con calma è un antidoto naturale ai parametri sballati di primavere sempre più anticipate e lunghi periodi di siccità durante l'estate.

 

"Gli esemplari più anziani di queste specie presenti nel Pollino, con un età che varia da trecento ad oltre cinquecento anni, hanno dimostrato di avere scarsa sensibilità verso le variazioni climatiche. - spiega Francesco Ripullone, docente di Ecologia all'Università della Basilicata che ha partecipato allo studio - I tassi di crescita sono bassi ma rimangono stabili mentre in altri ambienti simili nel bacino del Mediterraneo negli ultimi decenni diversi ecosistemi forestali mostrano segni evidenti di declino della crescita e peggioramento dello stato di salute con conseguenze negative in termini di sequestro del carbonio, biodiversità e servizi ecosistemici".

Un discorso diverso vale per gli alberi delle stesse specie ma più giovani, con meno di 120 anni. In questo caso si sono perse per strada tutte quelle capacità di assorbimento degli effetti negativi del cambiamento del clima che la vecchia guardia vegetale di questi boschi ha accumulato con pazienza.

"Anche loro continuano a crescere in forma stabile ma con un'accelerazione trainata dall'aumento delle temperature che sul lungo periodo potrebbe avere ricadute dirette sulla longevità di queste piante. - aggiunge Ripullone - A causa del riscaldamento globale, in altre parole, in futuro potrebbe ridursi il numero di alberi con età così ragguardevoli". Secondo lo studio, a cui hanno collaborato anche l'Instituto Pirenaico de Ecología, l'Università della Tuscia e il Parco nazionale del Pollino, in Europa queste riserve di matusalemme arborei occupano solo lo 0,7% di tutta la superficie boschiva.

Per sfuggire ai cambiamenti climatici, alberi e foreste possono anche rifugiarsi in ambienti più favorevoli. Un'altra ricerca, coordinata dal Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza di Roma e pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, ha analizzato polline e spore fossili da campioni di sedimenti provenienti dal fondo del lago di Ocrida, un grande bacino d’acqua dolce situato al confine tra Albania e Macedonia del Nord che oggi rappresenta il più antico archivio lacustre continuo di reperti organici. Il bacino, per milioni di anni, è stato il rifugio per le piante durante le fasi climatiche meno favorevoli come quelle caratterizzate da un'aridità prolungata o i periodi glaciali. I campioni prelevati dal lago hanno dimostrato che molte specie rare o estinte altrove hanno trovato una sponda su queste acque per sopravvivere più a lungo prima di sparire del tutto.