Le idee
Northbank, Benue State, Nigeria (Getty Images) 

La lotta ai cambiamenti climatici deve combattere anche contro le disuguaglianze globali

Il clima amplifica le disuguaglianze sociali ed economiche. E un mondo iniquo non sarebbe capace di gestire la sfida della transizione e dell'adattamento. È possibile costruire un'agenda integrata?

2 minuti di lettura

Il cambiamento climatico, come altri grandi problemi ambientali quali la perdita di biodiversità, non sono solo un problema per l’ambiente, ma per la società intera. L’economia e la società sono a tutti gli effetti parte della biosfera, e anzi ne sono contenuti. Pertanto, pensare ai rischi climatici o alle politiche energetiche significa pensare agli impatti economici e sociali, inclusi gli effetti distributivi fra e all’interno dei Paesi. L’analisi dei dati storici di temperature e di crescita economica suggerisce che oltre una certa soglia di temperatura il mancato sviluppo economico dovuto al riscaldamento aumenti sproporzionatamente. Poiché i paesi caldi sono anche quelli più poveri, l’aumento delle temperature aumenterà le disuguaglianze economiche di conseguenza. Anzi, lo ha già fatto: il grado o poco più di riscaldamento globale che abbiamo già in pancia ha aumentato le disuguaglianze economiche di un quarto. Per il futuro, prevediamo che questa tendenza accelererà: le disuguaglianze potrebbero raddoppiare anche se riuscissimo a rispettare gli accordi di Parigi di mantenere l’aumento delle temperature sotto i 2°C. Molto peggio se non ci riusciremo.

La necessità di una società equa per gestire il clima

Queste previsioni non devono sembrare catastrofiche o ineludibili. Le disparità economiche fra diversi Paesi sono diminuite negli ultimi decenni, grazie alla maggiore crescita economica dei paesi emergenti, Cina in primis. Il segnale climatico sull’economia si intensificherà, e come detto colpirà i Paesi meno capaci di adattarsi e più esposti ai rischi metereologici. Ciononostante, i trend economici e sociali avranno un ruolo determinante per le disuguaglianze. E anche nel rendere più o meno incisiva la transizione climatica. Le questioni di equità rimangono centrali nelle negoziazioni internazionali. E l’appetito domestico dei paesi che hanno annunciato politiche climatiche ambiziose, come Europa e Stati Uniti, potrebbe venire meno se queste portassero pochi benefici e rischi di delocalizzazione. E se aumentassero i divari economici al loro interno, in aumento già da anni e resi ancora più evidenti dagli effetti della pandemia.

Quali strategie?

Evitare che i rischi climatici e le politiche di decarbonizzazione amplifichino le disuguaglianze economiche non è facile, ma neanche impossibile. Due sono le condizioni necessarie. La prima - e anche la più complessa- è quella di una transizione climatica coordinata fra i grandi Paesi emettitori, con quelli industrializzati che si assumono le maggiori responsabilità. Gli annunci di neutralità climatica di Europa, Stati Uniti, Giappone, Corea e (in parte) Cina sono un passo in avanti, non solo per riuscire a limitare l’aumento di temperatura ma anche verso una ripartizione degli sforzi più equa e giusta. Devono essere affiancate da un adeguato supporto internazionale finanziario e tecnologico, di cui si parla da anni ma con pochi passi in avanti.

Come raggiungere la neutralità è però tanto importante di quando. Le politiche di transizione, se non ben studiate ed implementate, rischiano di aumentare le disuguaglianze, ed erodere il consenso alle politiche stesse. Le detrazioni fiscali per la riqualificazione energetica sono un esempio di politica che favorisce le famiglie proprietarie di immobili, e gli incentivi alle auto elettriche non sono da meno.

Anche prezzare la CO2 può avere effetti distributivi regressivi, a seconda del modo in cui le entrate fiscali sono amministrate. Insomma, affinché la sfida al clima assicuri opportunità eque, le politiche nazionali e internazionali devono essere trasparenti e allinearsi a quelle contro le disuguglianze. Altrimenti si rischia che le tensioni internazionali e domestiche rendano la lotta al clima inefficace, o iniqua.

 

L'autore è professore ordinario di economia del clima al Politecnico di Milano, e direttore dello European Institute on Economics and the Environment (eiee.org).