Biodiversità

La pesca illegale sta decimando la 'culla' di cavallucci marini del Mar piccolo di Taranto

Uno dei cavallucci marini che popolano il Mar Piccolo di Taranto. 
Il terzo nucleo di popolazione nel Mediterraneo, che ospitava più di 500mila esemplari, è messo a rischio dalla richiesta dei mercati orientali, dove questo simbolo dei mari è usato come cibo e medicinale
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È il terzo nucleo della popolazione di cavallucci marini del Mediterraneo. Nel Mar Piccolo di Taranto ormai Cnr ed Università di Bari stanno monitorando da diverso tempo questo pesce protetto e unico senza che la notizia sia stata diffusa. E la sua rilevanza è ancor maggiore se si considera che ha un'altissima densità, alla pari delle popolazioni esistenti nel Mar Menor in Spagna e di Rio Formosa in Portogallo. Ma le sorprese non finiscono qui: Taranto negli ultimi anni ha raggiunto per le dolorose vicissitudini di cui è stata protagonista un alto tasso d'inquinamento generato dall'Ilva. Come è possibile che proprio a ridosso di un  mostro del genere che ha provocato vittime e lutti, uno dei simboli dei mari si riproduca in dimensioni così importanti da attirare le attenzioni di ricercatori e studiosi?

"È stata una sorpresa anche per noi - ricorda Michele Gristina, ricercatore dello Ias Cnr -, questo animale resiste anche all'inquinamento ed è una novità in assoluto. L'unico pericolo che teme è quello della sovrappesca". Tra le caratteristiche principali di questa specie c'è quella di mimetizzarsi di fronte agli attacchi dei predatori. Non si muove agilmente in acqua e gli resta solo questa difesa. Non può nulla di fronte alla pesca illegale che purtroppo in questi ultimi tempi ha sfoltito il numero delle presenze in questo lembo di mare.

"Quando siamo intervenuti - ricorda Gristina - avevo subito notato un'altissima densità anche in acque poco profonde, a non più di un metro. Intere famiglie con piccoli che seguivano i più grandi. Un numero inestimabile". Si parla addirittura di circa 500.000 esemplari che crescevano e si moltiplicavano in uno degli specchi d'acqua inquinatissimi italiani. Nel giro di due, tre anni la situazione è precipitata tanto da contare appena poche decine di migliaia di animali.

"Non ci capacitavamo - osserva Gristina - abbiamo subito pensato a qualche fonte diversa d'inquinamento che potesse causare la morte degli individui. Oppure alla variazione improvvisa della temperatura dell'acqua. Ma dopo verifiche circostanziate abbiamo escluso tutte queste cause. Ne rimaneva in piedi solo una: la pesca illegale". 

Ci sono state diverse segnalazioni alle autorità giudiziaria e persino articoli scritti da siti locali ma in mano per ora non ci sono risultati eclatanti. "In passato ricordo un sequestro di certe cassette da parte della capitaneria di porto. - dice Marino Martellotta, comandante del Gruppo Carabinieri Forestale di Taranto -  Sappiamo che la destinazione principale di questi articoli è il mercato orientale e le comunità cinesi in Italia. C'è una forte richiesta per realizzare liquori e cibo per i ristoranti, in alcuni casi anche medicinali".

È una pesca di frodo che può avvenire innescando bombe di profondità a basso potenziale o con reti illegali che catturano questi animali. Ormai il fiorente mercato cinese ha coinvolto anche il nostro Paese e con esso il cavalluccio marino, che rischia l'estinzione.

"Si tratta di una partita estremamente complessa - spiega Gristina - perché la situazione è difficile. Ho la sensazione che questo specchio di mare non interessi più di tanto gli stessi tarantini".  Eppure si sta lavorando per formare un'area marina protetta, attirando le attenzioni del ministero dell'ambiente. Ovviamente, da proteggere c'è l'intera biodiversità che viene rilevata quotidianamente in questo tratto di mare, mezzo militarizzato.

"Potrebbe essere il simbolo della rinascita tarantina - osserva Fabio Badalamenti del Cnr -, se riuscissimo a salvare questo simbolo dei mari sarebbe l'inizio della svolta in un'area devastata dall'inquinamento". Una svolta che deve arrivare in fretta.