L'intervista

"Il ghiaccio di 1 milione di anni fa ci dirà cosa accelera il cambio climatico"

Carlo Barbante, direttore dell'Istituto di scienze polari del Cnr, è in partenza per l'Antartide. Uno studio prova che le attività umane triplicano il riscaldamento globale: "Andando ancora più indietro nel tempo vedremo cosa accadeva in natura"
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Tra un mese sarà di nuovo in Antartide, per aprire il libro di ghiaccio che racconta storie di cambio climatico e inquinamento vecchie centinaia di migliaia di anni. Carlo Barbante, direttore dell'Istituto di scienze polari del Cnr e docente dell'Università di Venezia condurrà un progetto che si propone di prelevare ed analizzare il ghiaccio di oltre un milione di anni fa, superando così gli studi che erano arrivati a 800 mila anni addietro.

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Perché arrivare a un milione di anni fa è importante?

"Certo non per stabilire un record, ma perché nel periodo tra 800 mila e 1 milione di anni fa il sistema climatico ha cambiato modo di funzionare. Il mutamento è stato determinato da fattori naturali e non antropici, come invece accade ora, ma capire cosa era accaduto allora ci aiuta a capire perché il sistema reagisce in maniera così forte alle variazioni di anidride carbonica".


Si può dire che il ghiaccio ha memoria?

"In qualche modo sì: la memoria è una cosa che appartiene al regno animale, ma di certo il ghiaccio registra in modo fedele quel che accade nell'atmosfera. La neve che si deposita soprattuto nelle aree polari e nei siti di alta quota contiene le sostanze rilasciate nell'atmosfera dall'uomo insieme a quelle naturali. Depositandosi al suolo e poi diventando ghiaccio è come se si conservasse in freezer quel che noi recuperiamo con i carotaggi".


Un recente studio, condotto sui ghiacci antartici e pubblicato su Nature, dimostra come anche attività umane di epoca preindustriale siano riuscite a triplicare le emissioni sulla penisola Antartica settentrionale. 

"Sì, in questo caso si è analizzato materiale relativamente recente, ma si è stati in grado di stabilire in maniera molto precisa le concentrazioni di particelle carbonio imputabili agli incedi innescati dall'uomo nelle isole della Nuova Zelanda. metano e CO2 intrappolate nelle bolle d'aria racchiuse nel ghiaccio. Però, come detto, si è riusciti ad arrivare anche fino a 820mila anni fa". 


Come? Quanto incide per questi risultati l'innovazione tecnologica?

"Gli strumenti sono fondamentali. Intanto quanto più si può arrivare in profondità, tanto più si può estrarre ghiaccio antico e per scavare come si è fatto fino a 3 chilometri e mezzo all'interno della calotta polare servono trivelle sempre più sofisticate. Occorrono poi misurazioni continue, come è stato fatto nello studio di Nature, e mezzi per trasportare in laboratorio le carote congelate, dove vengono fatte fondere e l'acqua ottenuta analizzata. Per rilevare la CO2, invece, occorre un sistema che estrae il gas direttamente dal ghiaccio, senza fusione. Certo, di recente abbiamo potuto ottenere risultati sempre più attendibili, ma già da anni con strumenti meno sofisticati si era rilevata la contaminazione del piombo provocata dalle miniere dell'antica Roma. I romani avevano sistemi di estrazione di argento primitivi, che hanno lasciato segni molto evidenti nei nostri ghiacciai"

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Ultimamente l'analisi del ghiaccio si è concentrata molto sugli effetti del cambio climatico.

"Verificare quanto accaduto nel passato ci serve a mettere in giusta prospettiva quanto accade oggi. Purtroppo, i ghiacci oltre a registrare il riscaldamento globale ne stanno subendo anche le conseguenze gravissime e non soltanto perché si perdono indispensabili riserve d'acqua. Nei siti non polari lo scioglimento è drammatico: è come se un libro preziosissimo che racconta una storia fondamentale avesse le pagine inzuppate e l'inchiostro sciolto non ci permettesse più di leggere cosa c'era scritto".