Ambiente

Quando si asciugano i fiumi del mondo

La siccità mondiale ha prosciugato il Paranà in Sudamerica. E sono quasi senza acqua anche il Colorado negli Usa e il Mekong in Asia. Così si spegne la vita

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Terra dove prima c'era acqua. Sassi e sabbia al posto del fluire della corrente. Barche arenate. Questo lo scenario a settembre lungo il Rio Paraná, il secondo fiume del Sud America dopo il Rio delle Amazzoni.

"Tutto quanto qui è secco". Sono le parole che risuonano sulle bocche di tanti pescatori e barcaioli. Come ogni corso d'acqua, il Rio Paraná non è solo un fiume, ma è la fonte di vita per milioni di persone. Da alcuni mesi il suo livello si è abbassato così tanto che le pompe adibite a far confluire l'acqua nelle città sono emerse, lasciando parte della popolazione a secco. Senza acqua, ma anche senza elettricità, dato che si sono fermate tante turbine idroelettriche.

 

Il Rio Paraná è anche una delle principali vie di comunicazione dei paesi che attraversa. Le navi, però, riescono a caricare una percentuale ridotta delle merci da esportare, dato che resterebbero bloccate nelle secche se riempite troppo. In alcuni tratti il passaggio è completamente interrotto. Molti container sono quindi bloccati nei porti. Il risultato è che il commercio regionale è in ginocchio. Per ultimo, ma non per importanza, la siccità: c'è il rischio di una grave condizione di insicurezza alimentare, dovuta al fatto che le rese delle colture agricole stanno crollando per il ridotto apporto d'acqua. Lo scenario delineato è il risultato di un effetto a catena che trascina non solo l'economia, ma anche la vita di milioni di persone a picco verso la tragedia.

Questa profonda variazione della portata idrica del Rio Paraná è influenzata dai cambiamenti climatici, in particolare dall'alterazione dei regimi pluviometrici e dalla deforestazione dell'Amazzonia. Gran parte dell'umidità che si trasforma in pioggia e che alimenta gli affluenti del Paraná ha infatti origine nella foresta pluviale, dove gli alberi rilasciano vapore acqueo in grandi quantità. Il taglio della foresta ha interrotto questo flusso di umidità, facendo drasticamente calare la portata dei corsi d'acqua che alimentano il bacino idrografico del Paraná.

La lista dei fiumi interessati da scarsità idrica non è circoscritta all'America del sud: è in costante crescita ovunque.

I giganti d'acqua in sofferenza sono oramai diffusi su tutti i continenti: dal Paraguay nell'omonimo stato, all'Omo in Etiopia, dal Colorado negli Usa, al Mekong nel sud est asiatico. E le conseguenze delle riduzioni dei flussi ricadono su tutti gli ambiti della vita: risorse agricole e ittiche per la sussistenza e per il mercato, energia derivante da impianti idroelettrici, mobilità, sicurezza economica e benessere.

 

Colorado da record

Il fiume Colorado e alcuni suoi affluenti hanno raggiunto la scorsa estate i livelli d'acqua più bassi della storia. La carenza di precipitazioni e la contrazione del manto nevoso sulle Montagne Rocciose che alimentano il corso hanno drasticamente ridotto i livelli degli invasi lungo i fiumi, innescando una serie di limitazioni nell'assegnazione e nella distribuzione dell'acqua. La quantità d'acqua disponibile è calata per i 40 milioni di cittadini che vivono nei territori attraversati dal Colorado e così per l'industria e per l'agricoltura. Molti dei campi sono rimasti a maggese, ovvero a riposo, per la mancata possibilità di irrigazione. E così anche alcune centrali idroelettriche in Arizona e in California sono rimaste spente per alcuni periodi, impossibilitate nella produzione di energia. Il Dipartimento dell'energia degli Usa prevede che la produzione di elettricità da centrali idroelettriche a fine 2021 sarà inferiore del 14% rispetto al 2020.

Le dighe che soffocano il Mekog

Se da una parte le dighe e la connessa produzione di energia risentono negativamente del fenomeno siccitoso, dall'altra possono essere queste stesse infrastrutture a causare impatti disastrosi per persone e ambiente. Il Mekong, il fiume più lungo dell'Indocina, per il terzo anno consecutivo è al minimo storico. I livelli dell'acqua sono diminuiti di due terzi rispetto alla portata media. Questa condizione è dovuta a due cause: la riduzione delle precipitazioni e la presenza di 11 mega dighe nel territorio cinese. Solo la porzione sinica del fiume, seppur la più breve, contribuisce ad alimentare fino alla metà della sua portata media. La presenza delle centrali a monte e il controllo dei flussi operato dal governo interrompe la corrente d'acqua verso valle, andando a impattare negativamente su tutti i paesi a sud della Cina. Gli abitanti di Laos, Myanmar, Thailandia, Cambogia e Vietnam, intanto, vedono il letto del fiume riempirsi di alghe e svuotarsi di acqua e di pesci. La loro primaria fonte di sussistenza, il Mekong, sta scomparendo sotto i loro occhi, con conseguenze gravi nel delta vietnamita. Secondo Nguyen Thu Thien, geografo esperto di aree umide della University of Wisconsin, "Il Vietnam potrebbe perdere il delta e tutta la sua produzione di riso entro il 2050. Milioni di persone saranno costrette a fuggire, se la costruzione delle dighe sarà completata".

Se il Po evapora

L'emergenza idrica si fa sentire anche in Italia, dove il Po oramai da alcuni mesi ha visto la sua portata calare in modo decisivo a causa della carenza di precipitazioni e delle elevate temperature estive che hanno provocato un'intensa evaporazione delle acque. "Dai dati emerge una maggiore riduzione delle piogge nella stagione invernale e un aumento in autunno. Le proiezioni future, anche considerando gli scenari più ottimistici, rilevano che tali tendenze saranno ancora più pronunciate", ci spiega Jaroslav Mysiak, del Centro EuroMediterraneo Cambiamenti Climatici. Oltre al clima il deflusso minimo vitale del Po è messo in pericolo dalla presenza di sbarramenti e l'eccessivo prelievo per fini agricoli e industriali. Nel solo distretto padano, infatti, sono presenti 179 dighe. Nonostante ciò alcuni governi regionali stanno opponendo forti resistenze nei confronti dell'attuazione della Direttiva acque promulgata dall'Ue, tesa a garantire per ogni corso un deflusso minimo vitale.

"Il mondo agricolo continua a chiedere nuove dighe, nuovi invasi, nuove derivazioni, mentre le strategie europee si dirigono nella direzione opposta, promuovendo la rimozione degli ostacoli nei corsi d'acqua e una loro rinaturalizzazione", spiega Andrea Goltara, presidente del Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale. La volontà dovrebbe essere quella di impedire un ulteriore deterioramento dei sistemi acquatici e di garantirne una maggiore protezione e rivitalizzazione. Il fine è quello di mantenere un ambiente sano e resiliente, che continui a sostenere e soddisfare i nostri bisogni fondamentali e le nostre abitudini di vita. Le conseguenze di decisioni non lungimiranti, potrebbero altrimenti portare a quell'effetto domino per cui un giorno non troveremo più acqua nei fiumi, ma solo terra e polvere.

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