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L'inchiesta

Dallo smart working all'addio al lavoro, cosa sta cambiando per noi e per le nostre città

Milioni di persone lasciano il proprio impiego perché non ne vogliono sapere di tornare alla vita di prima della pandemia. Dagli Usa all'Europa, fino in Italia. Con benefici per l'ambiente

12 minuti di lettura

A tarda sera Nicola Possagnolo, 32 anni, si lascia andare. Mentre arriva un altro assaggio, stavolta di rigatoni al broccolo con vongole e ricciola, versa un calice di vino bianco e spiega rassegnato: "Non vogliono tornare, tutto qui. Il periodo della pandemia li ha messi davanti ad uno specchio. Quei mesi di calma assoluta hanno fatto riflettere. Tanti si son decisi a non riprendere la vita di prima. Ecco perché abbiamo un problema a trovare personale". Possagnolo, comproprietario di Zanze XVI, locale veneziano che si è conquistato un posto al sole grazie alla sua cucina e in seguito alla partecipazione alla trasmissione tv 4 Ristoranti condotta da Alessandro Borghese, non è il solo imprenditore a trovarsi in difficoltà. I dipendenti che hanno fatto armi e bagagli e detto addio sono tanti.

Durante la pandemia alcuni erano in prima linea, dal personale medico alla logistica e alla ristorazione, e non ne possono semplicemente più. Altri meditavano già da prima di cambiare, hanno solo spinto il tasto pausa durante il lockdown. Altri ancora si sono resi conto che la loro vita precedente non era un granché. E poi c'è chi lavorando da casa non ha intenzione di rinunciare alla maggiore liberà e al tempo che riesce a dedicare a sé e alla propria famiglia. Risultato: la quantità di persone che si rifiuta di tornare al pendolarismo, frequentare l'ufficio o accettare orari scomodi, è aumentata a livelli mai visti prima. È un fenomeno che ha toccato anche l'Italia, con implicazioni per la sua società, il territorio e l'ambiente. Negli Stati Uniti lo chiamano "The Big Quit" o "The Great Resignation", termine coniato da Anthony C. Klotz quasi per caso durante un'intervista. Professore di psicologia delle organizzazioni aziendali alla Mays Business School in Texas, classe 1979, Klotz ha una strana specializzazione: studia quando e perché si decide di lasciare il proprio impiego.

Il grande addio

"Stavo osservando alcune tendenze negli Stati Uniti, differenti in apparenza, che però collegate fra loro mi hanno portato ad una conclusione: siamo davanti a una grande ondata di dimissioni. Da qui nasce la definizione "The Great Resignation", racconta in collegamento da Bryan, un'ora e mezza di macchina a nord di Houston. "I motivi e le dinamiche che hanno dato vita a questo fenomeno sono tante e non è facile nemmeno immaginare come evolverà. Ma fra queste tendenze c'è anche un cambio di attitudine, di cultura. Negli Stati Uniti il lavoro è centrale, definisce le persone, se ne parla di continuo. Può contribuire al benessere oltre che alla soddisfazione personale, anche se spesso accade il contrario. In genere quando si cambia lavoro ci si racconta che si vuole uno stipendio migliore o che non si hanno abbastanza opportunità. I soldi però c'entrano relativamente poco, è uno dei tanti elementi che entrano in gioco. I fattori che contano di più sono invece il tipo di compito che si svolge, il rapporto con il proprio superiore diretto, quello con i colleghi. Quando una o più di queste tre componenti è tossica, le cose volgono al cupo. La pausa della pandemia ha spinto a riflettere, con una conseguente rivalutazione del tempo e della qualità della propria vita. In psicologia esiste una teoria chiamata "teoria della gestione del terrore": ogni volta che ci si sente vicini alla morte o ci si trova in una situazione estrema, si tende a fare un bilancio della propria esistenza. E così in questi ultimi mesi mi sono ritrovato, durante le mie indagini, a parlare con manager di cinquant'anni o impiegati prossimi alla pensione che mi dicevano di aver buttato anni in un ufficio e che non avevano più intenzione di continuare a farlo".

Quanto tempo serve per abituarsi ad un'altra vita

Guardando alla saggistica che si occupa di espatriati, sappiamo che è necessario da un anno a 18 mesi per far proprio un altro contesto quando si va a vivere all'estero. Sempre che non subentri prima il rifiuto attraverso uno shock culturale, il processo si conclude con l'adattarsi al mutamento e alla nuova quotidianità. Klotz sostiene sia successo qualcosa del genere durante la crisi sanitaria, ma su scala globale e in contemporanea: per la prima volta il mondo si è fermato e - chi più chi meno - tutti hanno dovuto fare i conti con il passato.

I numeri del fenomeno

Poco più di quattro milioni di persone hanno abbandonato il proprio impiego in America a giugno, con un aumento di 15-20 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2019, che aveva comunque rappresentato un record. E i numeri di agosto confermerebbero la tendenza: 4,3 milioni di dimissioni, nuovo primato. È una quota minoritaria, fra il 3 e il 4% della forza lavoro totale, eppure c'è chi è pronto a scommettere che non si tratta di una fase passeggera.

Microsoft a marzo, nel suo Work Trend Index 2021, ha rilevato che 41% degli intervistati su scala globale sta considerando di lasciare il proprio impiego entro quest'anno e il 46% è probabile che si trasferisca altrove perché ora può lavorare da remoto. Che poi le intenzioni si trasformino in fatti è altra storia. Negli Stati Uniti, ad esempio, in genere a farlo sul serio è la metà, dunque il 20% del totale. Ma il punto è che l'altro 20% resta malvolentieri e senza più motivazioni.

Cosa sta accadendo in Italia

Secondo quanto riportato su Lavoce.info da Francesco Armillei, ricercatore alla London School of Economics, i dati del ministero del Lavoro sul secondo trimestre del 2021 contengono una novità interessante: l'aumento considerevole del numero di contratti terminati a causa di dimissioni del dipendente. La portata del fenomeno non era ancora chiara, dal momento che il periodo gennaio-marzo è stato in linea con gli anni precedenti. Tra aprile e giugno, invece, si registrano 484mila dimissioni (292mila da parte di uomini e 191mila di donne), su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. L'incremento nel numero di dimissioni rispetto al trimestre precedente sarebbe del 37%. La crescita è addirittura dell'85% se si fa il paragone con il secondo trimestre del 2020 e anche in un confronto con il 2019 il numero di dimissioni risulta più alto del 10%. Se confermati, sono numeri che fanno impressione.

"La tendenza è in linea con quanto accade negli Stati Uniti, cambia però il mercato del lavoro", spiega Mariano Corso, professore del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell'Osservatorio Risorse Umane e Smart Working. "I dati sulla stanchezza nei confronti di come era organizzato il lavoro prima della pandemia sono molto simili a quelli americani. Qui però le opportunità per cambiare impiego sono minori. Quella stanchezza non è detto si traduca in dimissioni, di certo è già ora scontentezza e mancanza di produttività. Le aziende che stanno costringendo i dipendenti a tornare in ufficio come nulla fosse accaduto in questi due anni, iniziando dalla pubblica amministrazione, da un lato li stanno comunque perdendo, dall'altro continuano a pagarli. C'è un'altra definizione nata a fine pandemia: ''Yolo economy'', dall'acronimo di ''You only live once'' (''vivi una sola volta''), ovvero l'economia di chi ha iniziato a mettere al primo posto la qualità della vita. È un altro frutto delle tante domande che le persone si sono fatte durante la pandemia guardando alla vita che avevano".
 

Lo smart working come un sintomo e non come un fine

L'aderire al modello dello smart working, o il rifiutarlo, è un sintomo: rivela il tipo di giudizio sul passato, prima ancora di essere uno sguardo sul futuro. Stando all'ultimo rapporto dell'Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, in Italia il 14% di coloro che hanno la possibilità di sfruttare il lavoro in remoto, circa 6 milioni di persone, vuol tornare alla vita di prima dell'emergenza sanitaria. Il 53% invece chiede un nuovo equilibrio che permetta di recarsi in ufficio solo qualche volta la settimana. C'è poi un 33% che non intende frequentarlo, questo significa che non è più compatibile con il sistema in vigore in pre-pandemia.

 

Nel 53% dei casi si gioca invece la partita del modello ibrido, dove però i rischi di storture sono vari e si aggiungono alla mala gestione dello smart working quando è nelle mani di manager abituati al controllo a vista. Da remoto costringono i dipendenti a carichi di lavoro eccessivi per esser certi di non lasciar loro tempo libero, con l'abituale logica punitiva, invece di concentrarsi sui risultati. Nel frattempo, alcune aziende stanno ripensando gli spazi restringendoli per risparmiare, senza però organizzare la forza lavoro in maniera adeguata imponendo solo l'alternanza in presenza. Si arriva così al paradosso di andare in ufficio per partecipare a riunioni su Zoom o vedersi costretti a rispettare gli orari di un tempo dovendo affrontare senza motivo il traffico dell'ora di punta.

"La presenza deve avere senso e purtroppo vedo che le aziende fanno errori, si limitano a impartire giorni in ufficio e a casa", lamenta Corso. "Non si possono più dare risposte così generiche a nuove esigenze. Una compagnia che sottovaluta lo stato d'animo di più di due terzi dei suoi dipendenti evidentemente non ha afferrato la portata di quel che sta accadendo".

I dati dell'Osservatorio del Politecnico di Milano sullo smart working sono in parte confermati da un altro osservatorio, quello sugli Stili di Mobilità di Legambiente, che in collaborazione con Ipsos ha fotografato ad ottobre non solo l'aumento del traffico ma anche le intenzioni dei dipendenti sul lavoro in remoto. Le percentuali sono tutte a favore del cambiamento ma in maniera meno netta. Coloro che vorrebbero tornare al prima, parliamo delle intenzioni non dello stato delle cose, è mediamente un 35-40% nelle quattro città prese in esame, ovvero Roma, Torino, Napoli e Milano.


"È vero: se guardiamo alla media generale siamo tornati ai livelli di prima della pandemia in fatto di congestioni delle strade, con poche differenze", aveva spiegato Andrea Poggio, responsabile mobilità sostenibile di Legambiente, ai tempi della presentazione dell'Osservatorio sulla mobilità. "Cambia l'uso del mezzo pubblico che è diminuito. Quel che colpisce però è la differenza fra le città e il resto del Paese. Nelle prime si adotta lo smart working, ci sono le ciclabili e i servizi di sharing, campo nel quale cala la parte auto ma è esplosa quella dei monopattini. Altrove invece manca molto di tutto ciò e a volte manca tutto. E in quei casi il ritorno all'auto privata è stato massiccio superando i livelli del 2019".

Noi il calcolo lo avevamo fatto qualche mese fa: se i 6 milioni di lavoratori potessero recarsi al lavoro un giorno su due e l'altro collegarsi da casa, si risparmierebbero 2 miliardi e 400 milioni di chilometri percorsi in un anno, come fare la spola fra Terra e la Luna seimila volte. Fra pedaggi, manutenzione del veicolo, la il risparmio a testa sarebbe di 300 euro per un totale complessivo di un miliardo e 100 milioni di euro. Senza dimenticare le 330mila tonnellate di CO2 che non verrebbero emesse.


L'effetto sulle città

Le metropoli sono responsabili del 70% delle emissioni di gas serra, secondo uno studio della International Energy Agency (Iea) del 2012, occupando appena il 2% della superficie terrestre. A luglio la School of Environmental Science and Engineering della Sun Yat-sen University di Guangzhou, in Cina, riprendendo l'analisi di Iea è arrivata a sostenere che le 25 metropoli più grandi sarebbero responsabili di oltre la metà delle emissioni globali. Le città sono anche luoghi che, in virtù della densità abitativa, permettono di fornire e ottimizzare servizi che vanno dalla micro-mobilità elettrica alla banda larga e, almeno in teoria, un trasporto pubblico capillare e preciso. Non è un caso che Amazon stia sperimentando il suo nuovo sistema circolatorio di prese e consegne in alcune città indiane, fra le più dense in assoluto. Ma che la concentrazione ha anche conseguenze negative specie sul piano ambientale e crea da sempre squilibri con il resto del Paese dal punto di vista economico. È sempre sembrato un effetto inevitabile della centralità delle metropoli, impossibile da mitigare. Fino ad oggi.

L'Italia dei Morelli

Nel 2014 un ingegnere informatico di nome Franco Morelli, usando i dati relativi ai redditi Irpef pubblicati dal Ministero delle Finanze, ha elaborato una mappa interattiva della ricchezza in Italia. Sono dati di quasi dieci anni fa e si tratta di informazioni relative al dichiarato. Al di là della divisione classica fra Nord e Sud, quel che si nota nel mosaico che va dal rosso profondo delle aree più povere al giallo e al verde acceso di quelle più ricche, è che il benessere caratterizza quasi tutti i centri urbani. Anche a Sud. Bisogna però aggiungere un altro fenomeno che la mappa fotografa e che è centrale: l'aumento della distanza fra chi ha meno e chi ha di più in Italia.  

Il gap economico

"In confronto con altri Paesi, il livello di concentrazione della ricchezza osservato in Italia sembra essere oggi in linea con altre nazioni europee come Germania, Francia e Spagna", ha scritto a marzo un altro Morelli, stavolta Salvatore, ricercatore e professore al Graduate Center della City University of New York oltre che al Centro Studi per L'Economia e la Finanza dell'Università Federico II di Napoli. "Tuttavia, la sua evoluzione temporale è più vicina a quella riscontrata negli Stati Uniti. Per contro, la quota del 50% inferiore (composta da circa 25 milioni di individui) ha visto il più forte declino dalla metà degli anni '90 se confrontata con gli altri Paesi. La quota di ricchezza della classe medio-alta appare, invece, relativamente forte e ha subito variazioni meno visibili. Nel nostro Paese (...) dalla metà degli anni '90 e fino al 2016 lo 0,1% più ricco ha visto raddoppiare la sua ricchezza netta media reale (da 7,6 milioni di euro a 15,8 milioni di euro ai prezzi del 2016), facendo raddoppiare la sua quota dal 5,5 al 9,3%. Al contrario, il 50% più povero controllava l'11,7% della ricchezza totale nel 1995, e il 3,5 nel 2016; ciò corrisponde a un calo dell'80% della sua ricchezza netta media (da 27 mila a 7 mila euro a prezzi 2016)".

Il ministero dell'Economia e delle Finanze non è d'accordo, in apparenza. Nel 2020 ha comunicato la crescita del reddito disponibile degli italiani e la diminuzione delle disuguaglianze e delle emissioni pro-capite. C'è differenza però fra reddito disponibile, ovvero la capacità delle famiglie di produrlo con il proprio lavoro e/o con l'aiuto dello stato, e i patrimoni.


Nota importante: lo studio di Morelli, svolto in collaborazione con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo, fa leva su una nuova fonte di dati mai utilizzata finora. Si tratta dei registri delle imposte di successione presentate all'Agenzia delle entrate dal 1995 al 2016. Questi dati permettono di osservare meglio i patrimoni, nonostante l'evasione e la elusione fiscale.
 

"La ricchezza non è un male, la sua concentrazione sì" è un adagio che potremmo applicare anche alle città e alle emissioni. E se vi state chiedendo cosa c'entrino i patrimoni, le diseguaglianze e le metropoli con "The Big Quit", la risposta sta in quel che è diventato realtà a portata di mano durante la pandemia: la possibilità di lavorare da remoto, magari trasferendosi in cittadine piccole o borghi più vivibili e meno cari, avendo dunque stipendi più forti e ridistribuendo risorse economiche e intelligenze dove in genere non arrivano. A beneficiarne è per primo il lavoratore. Basta confrontare l'affitto di un appartamento di cento metri quadrati nel centro storico di Roma con uno in quello di Lecce. Circa 1600 euro al mese il primo, appena 600 il secondo. Con uno stipendio di 2000 euro vuol dire passare dalla notte al giorno.

South working: un'opportunità in più, da remoto

L'indotto legato agli uffici nelle città diminuirebbe, ma aumenterebbe quello delle zone dove si abita evitando l'effetto quartiere dormitorio e ancor più potrebbe bilanciare il peso fra i diversi territori. Uno scenario simile per le aziende significherebbe ampliare il bacino potenziale dei dipendenti non essendo costrette a reclutare in base alla vicinanza alla sede ma sulla capacità e il talento. Su tali ipotesi in piena pandemia ad Elena Militello, originaria di Palermo e all'epoca 27enne ricercatrice dell'Università del Lussemburgo, venne in mente un'idea per cambiare l'Italia. Chiamò quel progetto South Working. Immaginò un Paese che non fosse solo fatto di pochi poli attrattivi, come Milano, Roma, Torino, ma che iniziasse a moltiplicare in maniera più diffusa i possibili luoghi di lavoro consentendo fra l'altro il rientro al Sud di molte persone.

Il Paese delle città da 15 minuti

Sui 7,094 comuni Italiani, 102 hanno più di 60mila abitanti. Solo Roma e Milano superano il milione, seguite da Napoli, Torino e Palermo. Le "città da 15 minuti", dove tutto è vicino e nelle quali la necessità dell'uso della macchina è sporadica, sono 404. È la fascia di centri urbani, quelli con da 20 e 60mila residenti, nei quali vive il 22% della popolazione. Se aggiungiamo le cittadine con 10 e 20 mila abitanti, dove vivono il 16% degli italiani, e quelli che hanno fra 60 e i 100mila abitanti (7%), arriviamo al 45% della popolazione, contro il 12% che risiede nelle sei città con più di mezzo milione di abitanti. Alcuni di questi centri medio piccoli sono ricchi, basti pensare a comuni nel milanese come Basiglio, Cusago, Arese e Segrate che sono fra i primi dieci per il livello di reddito pro-capite dei suoi residenti, ma la maggior parte non lo sono e non potranno mai esserlo essendo lontani dalle grandi metropoli o dalle aree più industrializzate. Un fenomeno come "The Big Quit" o "The Great Resignation" potrebbe contribuire alla creazione di un nuovo equilibrio se solo si cogliesse l'occasione. A patto però di rivedere profondamente l'idea di luogo di lavoro.

Lavoro e gerarchie: gli effetti collaterali

"Quel che stiamo vedendo ha dei precedenti", commenta Paddy Cosgrave, mente e anima del Web Summit, la fiera dedicata alle startup più importante in Europa che ha aiutato una capitale dimenticata come Lisbona a conquistarsi uno spazio internazionale. "In passato è già successo che il lavoro salariato venisse paragonato ad una sorta di schiavitù. Oggi molti si chiedono perché vivere in una condizione di perenne frustrazione e gettano la spugna. Credo per altro che ci sia un collegamento, che andrebbe indagato, fra le condizioni sempre peggiori dei lavoratori e la crescita senza freni nella concentrazione di certe ricchezze. Non abbiamo mai visto multinazionali come quelle della Silicon Valley accumulare così tanti soldi e di conseguenza non c'è da stupirsi se poi in maniera randomica il sentimento delle persone si rivolga contro figure come Mark Zuckerberg, mentre in tanti fanno persino fatica a pagare l'affitto per vivere in una zona in città non troppo lontano dall'ufficio. E non bisogna nemmeno stupirsi che questo dire 'no' sia una contestazione delle strutture gerarchiche all'interno dei posti di lavoro, dato che è una delle principali fonti di malcontento. Uno dei punti di forza delle startup sta proprio nell'aver adottato un'organizzazione orizzontale: come nella ricerca scientifica l'unica vera gerarchia accettata universalmente è quella delle idee migliori. Dovremmo farci qualche domanda se per arrivare a mettere in dubbio lo status quo del passato abbiamo avuto bisogno di una tragedia come la pandemia".

Al Web Summit 2021, dopo due anni di pausa, c'erano oltre 1200 imprese ad alto contenuto tecnologico, 81 delle quali italiane. Fra loro, camminando per i padiglioni, siamo incappati per caso nella Smartivemap di Milano che partecipava in quanto startup Alpha, ovvero fra quelle già avviate. Cofondata da Francesca Maria Montemagno nel 2015, il Web Summit l'ha scelta e invitata per il suo campo di applicazione: una piattaforma digitale che permette di sapere in tempo reale cosa pensano i dipendenti delle diverse iniziative o scelte dell'azienda. Le risorse umane la usano per sondaggi interni per stabilire se si è pronti o meno a fare dei cambiamenti. Quindi anche ad avere una mappatura precisa del profilo e dell'attitudine dei lavoratori.

Nuovi strumenti

"A partire da giugno stiamo toccando con mano un ricambio delle persone molto significativo", spiega Francesca Maria Montemagno. "Si lascia l'azienda per una realtà più flessibile, più dinamica dal punto di vista organizzativo, non necessariamente per un ruolo più alto. O si lascia  per cambiare vita, per dare più spazio al proprio benessere. Dalle nostre indagini emerge stanchezza e insofferenza verso le procedure ridondanti del passato, la poca attenzione a rendere l'ambiente più "umano". Spesso viene puntato il dito verso i capi e verso il modo di esercitare la loro funzione. C'è in generale poca propensione a lavorare totalmente in remoto, altrettanta poca propensione al rientro in ufficio al 100%. Fra chi vuol tornare ai vecchi schemi spesso ci sono o i manager che non sanno come controllare i dipendenti a distanza, oppure chi lavora nell'amministrazione o nei call center e vuole avere la certezza di un orario fisso e strumenti affidabili. C'è poi chi ha assaggiato il 'south working' e ora medita di trasferirsi. Siamo davanti a un rapporto logorato con le organizzazioni nelle quali si lavora, che porta ad una disaffezione e a porsi delle domande sul proprio ruolo e sul proprio futuro".
 

Insomma, anche "The Big Quit" sta diventando un business a suo modo e Smartivemap non è l'unica azienda che si sta specializzando in strumenti per una gestione delle risorse umane più attenta. Sempre in Italia c'è ad esempio Yumi che produce una app attraverso la quale i membri di un gruppo di lavoro possono scambiarsi commenti in forma completamente anonima "sempre in un'ottica di stimolo costruttivo". I dati aggregati dalla piattaforma fotografano le dinamiche interne ai vari team, per fornire alle aziende uno scenario aggiornato sui propri colleghi e collaboratori. Guardando alla "Great Resignation", avere il polso interno per le aziende diventa strategico, specie se i dipendenti hanno un grado elevato di specializzazione e perderli rappresenta un danno pesante.

Il potere di dire "no"

Torniamo in Texas, alla Mays Business School di Anthony Klotz. Quando gli chiediamo come mai si sia specializzato in un campo così singolare, coloro che decidono di licenziarsi, ci risponde parlando del potere. Quello che le compagnie esercitano sui propri dipendenti in virtù della busta paga, a volte in maniera intelligente e produttiva a volte meno. Ma in ogni caso è sempre a senso unico, con poche eccezioni. Una di queste è quando si decide di andar via. Non appena si fa un piano per lasciare il proprio impiego, in quel momento, il dipendente acquista per una volta del potere. Quello di dire 'no'. "Di qui l'euforia che accompagna questo passaggio. O, in alternativa, la rabbia fredda accumulata in anni di frustrazione", conclude Klotz.