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Emissioni

Scoperta una nuova sorgente di gas serra: il permafrost in Siberia

Una ricercatrice misura le emissioni di protossido di azoto sull'isola Kurungnakh, nel delta del fiume Lena, in Siberia. Johanna Kerttula.
Una ricercatrice misura le emissioni di protossido di azoto sull'isola Kurungnakh, nel delta del fiume Lena, in Siberia. Johanna Kerttula. 
Il suo scioglimento potrebbe portare un rilascio del protossido di azoto, il terzo principale gas serra, dalle 10 alle 100 volte maggiore di quello previsto
2 minuti di lettura

Gli scienziati hanno appena scoperto una nuova ampia sorgente di ossido di diazoto (N2O – meglio noto come protossido di azoto), un composto gassoso che è il terzo principale gas serra dopo anidride carbonica e metano.
 

La fonte inaspettata è il permafrost nella Siberia nord-orientale, chiamato Yedoma, ricco di sostanze organiche. Quando si scioglie, rilascia questo e altri gas serra e qui in Siberia i ricercatori hanno rilevato emissioni di protossido di azoto da 10 a 100 volte più alte rispetto a quelle di un qualsiasi altro permafrost. I risultati, che arrivano da uno studio dell'università della Finlandia orientale, sono pubblicati su Nature Communications.

Attenzione al permafrost, in generale

Il permafrost è un terreno perennemente ghiacciato delle regioni artiche, che si trova subito sotto la superficie del suolo, formatosi nel corso dei millenni e profondo qualche centinaio di metri. Questo terreno è sempre più a rischio di disgelo, soprattutto se lo scioglimento dei ghiacci continuerà al ritmo attuale. Perderlo significa però acquistare una grande quantità di gas serra, frutto del carbonio intrappolato nei suoi strati interni. Finora l'interesse dei climatologi e degli studiosi dell'ambiente era concentrato quasi esclusivamente sull'anidride carbonica (CO2) e sul metano (CH4) immessi nell'atmosfera a causa del suo scioglimento, mentre oggi l'attenzione è rivolta al protossido di azoto (N2O), che, se è vero che è mille volte meno presente della CO2, è anche quasi 300 volte più potente, come agente riscaldante, nel trattenere il calore (i dati valgono in un periodo di 100 anni). 

Yedoma, il permafrost nella Siberia nord-orientale

Gli scienziati oggi si sono concentrati su un particolare tipo di permafrost, Yedoma, composto da un elevato volume di ghiaccio e per questo anche più vulnerabile rispetto ad altri permafrost. Yedoma occupa attualmente una superficie di più di un milione di chilometri quadrati nella Siberia nord-orientale – per avere un'idea si tratta di un'area pari a circa un quarto di quella occupata dal continente europeo. I ricercatori hanno esaminato gli argini dei fiumi artici Lena e Kolyma nella Russia siberiana nord-orientale, dove lo scioglimento dei ghiacci sta portando in superficie il permafrost Yedoma. Questo fenomeno sta causando il rilascio di ampie quantità di carbonio (C) e azoto (N), a loro volta esposti all'azione di diversi microrganismi. Il mix è esplosivo: questi elementi, combinati e a contatto, danno luogo ad ampie quantità di protossido di azoto.

Troppo protossido di azoto

Il punto è che nelle zone esaminate il rilascio di questo gas è risultato molto più elevato di quanto ipotizzato. A distanza di qualche tempo i livelli di N2O superano dalle 10 alle 100 volte quelli rilasciati da altri permafrost. Questo eccesso è attribuito dagli autori alle proprietà chimiche e fisiche dei depositi di materiali che costituiscono questo terreno, molto ricco di sostanze organiche, nonché alle caratteristiche e al comportamento dei microbi che interagiscono all'interno del ciclo dell'azoto.

I rischi non sono da sottovalutare: gli alti livelli potrebbero non riguardare soltanto le regioni analizzate, secondo gli scienziati, ma anche altre aree in prossimità di laghi, fiumi e nelle valli in tutto lo Yedoma. Inoltre c'è un altro elemento da considerare: questo permafrost siberiano è molto ricco di ghiaccio – la sua composizione va dal 50 al 90% – e  pertanto è anche più a rischio di scioglimenti piuttosto improvvisi e rapidi. Lo studio richiama l'attenzione su questo problema e sulla necessità di ulteriori approfondimenti.

 

In ultimo l'obiettivo è sempre quello di difendere ambiente e salute. A tal proposito la ricercatrice Maija Marushchak, prima firma nello studio, ricorda ad esempio il rischio di eutrofizzazione delle acque, il processo con cui queste degenerano e perdono di qualità, con danni all'ambiente, a causa dell'eccessivo apporto di sostanze nutritive, fra cui l'azoto, che stimolano la produzione di organismi vegetali.