Finanza

Manca uno standard comune per i fondi Esg e orientarsi negli investimenti diventa una scommessa

Manca uno standard comune per i fondi Esg e orientarsi negli investimenti diventa una scommessa
Le principali agenzie di rating non hanno criteri omogenei per verificare il raggiungimento degli obiettivi climatici dichiarati dalle società quotate in Borsa. L'allarme dell'Ocse: "Necessarie politiche per garantire la trasparenza, la comparabilità e la qualità globali". Visco. "Senza uniformità a rischio i finanziamenti per la transizione ecologica"
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Sugli standard per giudicare la corretta applicazione degli Esg (Environmental Social, Governance) c'è ancora troppa confusione sotto il cielo. In campo, per emettere gli standard e per verificare il raggiungimento degli obiettivi climatici dichiarati dalle società quotate in Borsa sotto la lente, ci sono almeno 6 agenzie di rating principali, ognuna però con i loro personali criteri di giudizio. E come se non bastasse si contano almeno 5-6 standard board, per cui ognuno di loro pretende di sostenere gli standard migliori degli altri. Insomma una babele dove ognuno dice la sua opinione su un tema molto importante per attrarre finanziamenti dei risparmiatori e favorire la transizione ambientale.

La confusione metodologica è giunta al punto che alcuni economisti di fama hanno letteralmente parlato di "aggregation of confusion" secondo lo studio di Florian Berg del Mit, Julian F. Kolben dell'Università di Zurigo e Roberto Rigobon del Mit del 17 maggio 2020. I tre studiosi hanno indagato la divergenza delle valutazioni ambientali, sociali e di governance (Esg) in un paper considerato una pietra miliare per la bibliografia sul tema per tutti gli studiosi. Sulla base dei dati delle sei più importanti agenzie di rating, ovvero Kld, (parte del gruppo Msci Stats) Sustainalytics (del gruppo Morningstar), Vigeo Eiris (Moody's), RobecoSAM (S&P Global), Asset4 (Refinitiv) e Msci Intangible Value Assesment, i tre economisti hanno scomposto le divergenze in tre aree: ambito diverso di categorie, diversa misurazione delle categorie e diversi pesi delle categorie. Alla fine hanno ritenuto che la divergenza di ambito e misurazione siano i fattori principali, mentre la divergenza di pesi è meno importante. Insomma spesso accade che si mettono assieme centinaia di parametri tra loro senza un criterio generale comunemente accettato.

Gestione del rischio e sostenibilità 

Da qui la confusione sul rating del rischio di "sostenibilità ambientale", che può disorientare anche gli investitori più preparati. La gestione del rischio, elemento che le agenzie di rating misurano da decenni, si basa su evidenze storiche di insolvenza, invece negli Esg non c'è ancora un saldo ancoraggio dei modelli economici. Per dare solo un esempio della complessità delle categorie usate bisogna ricordare che il rischio climatico è diverso dal rischio ambientale, concetto più ampio che comprende sia il clima, ma anche altri elementi come ad esempio la gestionje delle risorse idriche.

Gli operatori del settore

Abbiamo chiesto a Carlo Funk, a capo di Esg Investment Strategy di State Street Global Advisors per Europa, Medio Oriente e Africa, di esprimere la sua posizione in materia per avere il polso di un importante operatore del settore. "La nostra ricerca mostra il problema della bassa correlazione tra punteggi Esg provenienti da fornitori di dati diversi ed esistono molteplici motivi alla base di una correlazione così bassa tra i vari rating/valutazioni Esg. È importante sottolineare che gli indicatori di performance chiave (kpi) Esg  finanziariamente rilevanti non sono mai stati concordati, né tra le case di ricerca Esg, né per quanto riguarda gli standard di reporting. In particolar modo, proprio a causa della mancanza di Kpi Esg concordati a livello internazionale per il reporting aziendale, le stesse case di ricerca Esg hanno messo a punto strumenti diversi per acquisire informazioni, contribuendo ad aumentarne l'ambiguità".

Che fare dunque per superare l'empasse? "Ci auguriamo - prosegue Funk - che l'istituzione dell'International Sustainability Standards Board (Issb) acceleri l'adozione di informazioni Esg concordate a livello internazionale, il che dovrebbe avere un effetto anche sui rating Esg, dato che in ultima istanza queste informazioni aziendali confluiscono in tali rating".

Non sarà facile. "Siamo consapevoli - ammette Funk - che il problema della qualità dei dati può costituire una barriera agli investimenti. Per  affrontarlo, noi di State Street Global Advisors abbiamo ideato R-FactorTM, un sistema di punteggi Esg che utilizza più fonti di dati e li allinea secondo strutture di materialità trasparenti e ampiamente accettate per generare punteggi Esg univoci per le società quotate. Abbiamo incorporato la mappa di materialità sviluppata dal Sustainability Accounting Standards Board (Sasb) nel nostro framework trasparente grazie al suo approccio consultivo e basandoci sulle solide evidenze accademiche a favore dell’implementazione di questi standard. Allineando questo approccio a tali linee guida accettate a livello internazionale, miriamo a sostenere lo sviluppo di una piattaforma che metta a disposizione degli investitori dati Esg materialmente rilevanti".

Anche Florence Devevey, Responsabile analisi per la finanza sostenibile in Europa, Medio oriente e Africa di S&P Global Ratings non nasconde alcune criticità: "I rating di sostenibilità variano in base ai fornitori di rating Esg. Al di là della mancanza di dati Esg coerenti e comparabili, che può spiegare alcune incongruenze nei risultati, è importante ricordare che i rating Esg spesso non misurano la stessa cosa, riflettendo le diverse esigenze dei partecipanti al mercato. Alcuni possono concentrarsi maggiormente sulla materialità finanziaria dei fattori Esg, altri sul loro impatto sui vari stakeholder; anche il peso relativo dato ai fattori ambientali, sociali o di governance può variare". Che fare, dunque? "A nostro avviso - prosegue Devevey - sono fondamentali la trasparenza e la chiarezza su ciò che i diversi prodotti misurano e sulla metodologia applicata. Crediamo che una maggiore trasparenza e chiarezza su ciò che viene misurato, sulla metodologia utilizzata e sul processo analitico seguito aiuterebbero i partecipanti al mercato a comprendere meglio le differenze tra i diversi rating Esg".

L'allarme dell'Ocse

Il tema è caldo al punto che ha visto entrare in campo l'agenzia dell'Onu, la Ue e da ultimo l'Ocse, l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. La creazione di istituzioni e quadri di governance trasparenti e partecipativi secondo l'Economic Outlook dell'Ocse del 2021 "faciliterebbe la progettazione e l'attuazione di strategie di decarbonizzazione e rafforzerebbe l'accettazione pubblica". Per l'organizzazione economica internazionale con sede a Parigi "lo sviluppo di dati e indicatori comparabili tra i paesi e che tengano conto delle tendenze attuali e future delle emissioni consentirebbe una valutazione più sistematica delle prestazioni dei Paesi e consentirebbe di monitorare i progressi realizzati".

Insomma gli sforzi di benchmarking internazionale (cioè di valutazione della validità dei prodotti, servizi e processi attraverso il confronto con le imprese con le migliori performance del settore di riferimento), come quelli proposti dal Programma internazionale per l'azione sul clima dell'Ocse, potrebbero fornire un'utile piattaforma per trovare una soluzione condivisa, se ci fosse la volontà politica. L'Ocse ha prodotto anche un altro studio sulla stessa lunghezza d'onda, datato 12 ottobre 2021, intitolato "Strengthening ESG practices and climate transition in financial markets", cioè come rafforzare  le pratiche Esg e la transizione climatica nei mercati finanziari, un report dove gli economisti incaricati hanno lamentato che "nonostante i progressi, permangono sfide che ostacolano l'efficacia della transizione e dell'uso degli Esg".


Insomma c'è ancora troppa libertà di giudizio che può generare confusione nei risparmiatori. Il punto dolente è che secondo l'Ocse "sebbene gli Esg siano validi, l'ampia varietà di metriche, metodologie e approcci su cui si basano, contribuisce a ottenere risultati disparati". E ancora: "I rating Esg spesso mancano di trasparenza nel loro calcolo e differiscono sostanzialmente anche nelle metriche da cui attingono come le metodologie utilizzate nel loro calcolo.

Ma non basta. "Anche le metodologie tendono a differire sostanzialmente tra fornitori di rating e determinano una mancanza di correlazione tra i rating Esg forniti da diversi fornitori. Pertanto sono necessarie politiche per garantire la trasparenza, la comparabilità e la qualità globali delle principali metriche Esg nei quadri di rendicontazione, nei rating e nelle definizioni degli investimenti Esg". Parole pesanti da meditare con attenzione da parte dei politici nazionali prima che sia troppo tardi. In conclusione per l'Ocse ci vuole più trasparenza e una definizione comune di misurazione per consentire agli investitori e agli stakeholder (tutti gli interessati alle sorti di una società) di comprendere quali fattori possono avere più o meno importanza nella metodologia di ciascuna società di rating".

La posizione del governatore Ignazio Visco

Una posizione isolata quella dell'Ocse? No, non proprio. "Gli obiettivi di neutralità climatica da raggiungere nei prossimi decenni richiedono una mole ancora più elevata di finanziamenti al fine di modificare radicalmente il modo in cui produciamo, trasportiamo e utilizziamo energia" e "per mobilitare una tale quantità di risorse occorre il pieno coinvolgimento del sistema finanziario, oggi frenato dalla scarsa qualità delle informazioni sui rischi legati al clima, che risulta decisamente inferiore a quella dei dati di natura finanziaria, come quelli che riguardano i rischi di credito e di mercato". Lo ha detto il 26 novembre 2021 il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, nel corso del suo intervento al convegno 'Il sistema finanziario europeo nella prospettiva post-Covid' organizzato dall'Aedbf ( European Society for Banking and Financial Law), sottolineando come, secondo l'Agenzia internazionale dell'energia, l'Aie, "entro il 2030 gli investimenti in tecnologie pulite dovranno triplicare a livello globale, raggiungendo i 4mila miliardi di dollari". Una cifra enorme che necessita dunque di uno sforzo finanziario straordinario.

Ma perché il sistema oggi rischia di non raggiungere l'obiettivo finanziario? Il problema di fondo, ha continuato il governatore di Bankitalia, "è in parte originato anche dalla mancanza di una definizione generalmente accettata del rischio di sostenibilità. Nel caso del rischio di credito, la definizione comune considerata dagli investitori porta a una elevata correlazione dei meriti di credito assegnati alle imprese dalle diverse agenzie di rating. Per il rischio di sostenibilità, invece - ha precisato ancora Visco - l'esistenza di definizioni molto diverse, che vanno da quelle che considerano solo gli effetti finanziari nel breve termine a quelle che contemplano anche l'impatto a più lungo termine, si riflette in una correlazione bassa tra i cosiddetti punteggi Esg assegnati dalle diverse agenzie specializzate". Insomma il governatore Visco è sulla stessa lunghezza d'onda dei suggerimenti espressi dall'Ocse, dove peraltro ha lavorato in passato come capo economista prima di tornare in Banca d'Italia e salire fino al vertice dell'istituto. Senza dimenticare che tutto quanto ricordato sopra è tarato per le imprese quotate. Una questione sorge spontanea: chi si occuperà delle piccole imprese (dove non ci sono dati né team Esg dedicati)? Una domanda ancora senza risposta.

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