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La normativa

Cosa cambia e cosa no con il nuovo decreto sulle piante officinali

Cosa cambia e cosa no con il nuovo decreto sulle piante officinali
Nuove regole per far crescere e trasformare le erbe officinali in prodotti di consumo cosmetici e alimentari. Obiettivo: tutelare la biodiversità e favorire lo sviluppo della filiera primaria. Le polemiche: "Occasione mancata per l'uso di fiori e foglie di cannabis sativa"
2 minuti di lettura

Dalla lavanda all'assenzio, dalla menta alla canapa sativa: cambiano le regole per far crescere e trasformare le erbe officinali in prodotti di consumo cosmetici e alimentari. Bloccato la scorsa estate a causa del dibattito sulla canapa (ancora aperto), il nuovo decreto interministeriale sulle piante officinali è stato firmato dal ministro alle Politiche Agricole Stefano Patuanelli lo scorso 12 gennaio in Conferenza Stato Regioni. Una tappa attesa che per essere concretizzata deve ancora attendere, fanno sapere dal Mipaaf, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per capire cosa di fatto cambierà per le tante aziende italiane di un settore in crescita, con circa 3000 imprese (dati di Assoerbe).

Tutela della biodiversità e nuove regole per la filiera primaria

La precedente legge in materia aveva quasi un secolo di vita, essendo del 1931, solo in parte modificato da una legge del 2018. Il nuovo decreto interministeriale punta a definire l'elenco delle piante officinali coltivate in cui dovrebbero venir aggiunte alcune specie. E che ci saranno dei criteri di raccolta e di prima trasformazione di quelle spontanee per le quali, oggi più di ieri, si dovrà garantire la tutela della biodiversità, senza arrecare danni all'ambiente provocati da raccoglitori improvvisati. Per questo si dovrà avere una formazione adeguata. Grande attenzione, inoltre, allo sviluppo della bioeconomia circolare e agli investimenti per favorire nuova occupazione soprattutto giovanile nella filiera primaria.

Il caso Cannabis sativa L.

Ancora aperta la questione della canapa industriale per cui si attendevano chiarificazioni che però non sono arrivate come ha sottolinato Agrinsieme: il testo non prevede in modo specifico l'uso in ambito officinale dell'infiorescenza della Cannabis Sativa Linneis a basso contenuto di THC (l'unica varietà ammessa alla libera coltivazione ai sensi della Legge n. 242 del 2016). Quest'ultimo è il tetraidrocannabinolo, principio che può avere effetti stupefacenti i cui limiti massimi sono fissati allo 0,2%. Non si trova se non come tracce nei semi, che sono già commercializzati in campo alimentare e per i quali il decreto fa una distinzione, ma nell'infiorescenza e nelle foglie che, come sottolinea Federcanapa, sono le parti di pianta in cui risiedono le principali proprietà officinali da poter utilizzare in aromi o semilavorati per la cosmesi a cui le aziende dovrebbero rinunciare. Le regole in pratica rimangono le stesse di prima come ha ribadito il presidente della Commissione agricola Filippo Gallinella: per la produzione di foglie e infiorescenze o di sostanze attive a uso medico sono sempre quelle definite dal testo unico sugli stupefacenti D.P.R. 309/90 compresa l'autorizzazione da parte del ministero della Salute. 

Nell'universo officinale che include piante aromatiche e da profumo, alghe, funghi macroscopici e licheni destinati ai medesimi usi sono circa 300 le erbe utilizzate per scopi erboristici e farmaceutici, in cosmetica, per i liquori, in cucina, per l'igiene della persona e della casa e per la moda. La più coltivata in Italia è la menta. Tra le più richieste la lavanda