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La spedizione

Cosa ci insegna il ritrovamento dell'Endurance tremila metri sotto il ghiaccio

La caccia al relitto costata più di 10milioni di dollari ha svelato nuovi dettagli dei resti nei fondali del Mare di Weddell grazie alle immagini catturate dai droni sottomarini

2 minuti di lettura

Sulla scrivania del mio ufficio alla Columbia University giace in bella vista una bottiglia di whisky (rigorosamente senza la 'e') per celebrare un articolo pubblicato o un progetto finanziato con i colleghi. O anche per alleggerire l'ansia dovuta alle scoperte legate al cambiamento climatico e alle sue conseguenze. Il distillato è una riproduzione di quello che Lord Ernest Shackleton portò con sé durante una delle sue spedizioni in Antartide e ci permette di gustare ciò che sorseggiava il grande esploratore, anche se lontani nel tempo.

Un scoperta di pochi giorni fa ci regala un altro pezzo della storia di Lord Shackleton: il relitto dell'Endurance, la storica nave che fu schiacciata dai ghiacci marini e che affondò durante una delle sue spedizioni più drammatiche, è stato ritrovato nelle acque antartiche dopo 106 anni da un team di avventurieri, archeologi marini e tecnici sul fondo del Mare di Weddell, a più di 3000 metri di profondità, a Est della penisola antartica.

La caccia al relitto è costata più di 10 milioni di dollari ed è stata finanziata da un donatore anonimo. Per scandagliare i fondali, il team ha utilizzato persino droni sottomarini, cercano i resti dell'imbarcazione per più di due settimane in un'area di 150 miglia quadrate intorno al punto in cui era affondata nel 1915.

(ansa)
"Abbiamo fatto la storia polare con la scoperta di Endurance e completato con successo la ricerca di uno dei relitti più impegnativa del mondo", ha affermato John Shears, a capo della spedizione. La nave, fatta di legno, a tre alberi e con 144 piedi di lunghezza, salpò dall'Inghilterra nel 1914 con un equipaggio di 27 persone per raggiungere le coste antartiche e tentare la prima traversata del continente, stralciando la concorrenza del norvegese Roald Amundsen e del britannico Robert Falcon Scott.

Le cose, però, andarono diversamente. Shackleton, infatti, non raggiunse nemmeno il Polo perché all'inizio del gennaio del 1915 l'Endurance si arenò a meno di 100 miglia dalla sua destinazione, andando alla deriva per più di 10 mesi. Durante questo periodo, la pressione crescente del ghiaccio cominciò ad avere la meglio sul legno della nave, costringendo l'equipaggio ad accamparsi sul ghiaccio. Il team lasciò l'area tramite le scialuppe di salvataggio e riuscì, poi, a raggiungere Elephant Island e, quindi, South Georgia Island dopo un viaggio epico nelle acque più burrascose del mondo.
(ansa)
Le immagini della nave raccolte dal team e mostrate pochi giorni fa ci arrivano a distanza di quelle scattate durante la spedizione del 1915 dal grandissimo fotografo ufficiale della spedizione, Frank Hurley, che riuscì a riportarle in patria durante il lunghissimo e rischiosissimo viaggio. Le foto hanno rivelato parti della nave con dettagli sorprendenti, come la sezione della poppa, che mostra il nome "Endurance" sopra una stella a cinque punte (simbolo della nave, Polaris, che Shackleton acquistò e che poi battezzò Endurance), oppure il ponte posteriore e il timone.

Secondo i termini del Trattato sull'Antartide, il patto sancito sei decenni fa per proteggere la regione australe, il relitto non sarà lasciato lì, essendo considerato un monumento storico. Le immagini e le scansioni acquisite saranno utilizzate per sviluppare materiali didattici ed esposizioni nei musei. Il ritrovamento della Endurance ci offre una finestra sul passato, sul periodo dell'era eroica dell'esplorazione antartica, caratterizzato dall'ombra della Prima guerra mondiale - la nave salpò l'8 agosto 1914, 5 giorni dopo lo scoppio del conflitto - e alle porte di uno dei periodi più bui della storia della società moderna.
(ansa)
Forse il ritrovamento della Endurance è un messaggio dal passato che ci invita a riflettere su come sia effettivamente possibile collaborare al di là dei confini geografici e degli interessi economici, ricordandoci che le sorti del nostro Pianeta sono intimamente legate a quelle dell'estremo continente australe. Oppure, questo è solo una speranza nata dai fumi del whisky con il quale brindiamo agli eroi del passato e del futuro, a coloro che sono disposti a rischiare tutto per ciò in cui credono, ai poli e altrove.
 

*Marco Tedesco è uno scienziato del clima, esperto glaciologo, del Lamont – Doherty Earth Observatory presso la Columbia University e ricercatore del Goddard Institute of Space Studies (GISS) della NASA