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Biodiversità

Il clima che cambia spinge scimmie e primati a scendere dagli alberi

Un giovane orangutan (Pongo abelii) nella foresta di Kuta Mbelin, nel nord dell'Isola di Sumatra, Indonesia (foto: Ulet Ifansasti/Getty Images)
Un giovane orangutan (Pongo abelii) nella foresta di Kuta Mbelin, nel nord dell'Isola di Sumatra, Indonesia (foto: Ulet Ifansasti/Getty Images) 
Uno studio, cui ha preso parte anche la Sapienza Università di Roma, ha analizzato quali sono i fattori che spingono alcuni primati a passare più tempo a terra. Tra questi anche l'aumento delle temperature e la deforestazione
2 minuti di lettura

Lucy, probabilmente la più famosa tra i nostri antenati, camminava, ma passava buona parte del suo tempo tra gli alberi. È un buon esempio della vita passata tra cielo e terra che caratterizza i primati ancora oggi. A fronte di tante specie che vivono soprattutto a terra, e soprattutto in Africa e in Asia - umani esclusi - tante vivono ancora per buona parte sugli alberi. Ma ci sono indizi su come il cambiamento climatico stia modificando anche le abitudini di alcuni di questi primati, spingendoli a passare più tempo a terra. Così suggerisce il team internazionali di ricercatori che su Pnas racconta i risultati di più di 150 mila ora di osservazione di scimmie e lemuri in giro per il mondo.
 

L'adattamento alla vita terrestre, scrivono gli autori, è accaduto più volte, per combinazione di fattori ecologici e anatomici, che hanno portato - non sempre - alcuni primati ad allontanarsi da quella che si crede la loro condizione ancestrale: la vita sugli alberi. Ma ancora oggi diverse specie vivono soprattutto per aria: è il caso delle scimmie del nuovo mondo (o platirrini) o i lemuri per esempio. Ma potremmo scommettere che rimarranno sempre sugli alberi? In che modo il clima che cambia influenza le loro abitudini?


Per rispondere alle domande gli scienziati, tra cui anche Luca Santini, ricercatore della Sapienza Università di Roma, hanno messo insieme i dati già raccolti da diversi gruppi di ricerca nel mondo relativi al comportamento di 47 specie di scimmie e lemuri provenienti dal Madagascar e dalle Americhe. È stato un lavoro enorme, che ha visto la partecipazione di oltre 100 istituti diversi. L'idea era di capire se esistessero dei fattori ecologici, delle caratteristiche proprie delle specie e appunto delle influenze antropiche in grado di modificare i loro comportamenti. Partendo da una curiosità iniziale, confida Santini: "L'interesse iniziale era capire perché primati, che sono animali sostanzialmente arboricoli, quando si osservano poi sul campo passano diverso tempo per terra e perché alcune popolazioni lo fanno mentre magari altre della stessa specie no".

Il tempo speso a terra

I risultati hanno mostrato che, nel complesso, queste scimmie e questi lemuri passano poco tempo a terra: in media circa il 2,5% del loro tempo al mese, alcuni molto meno, alcuni di più, come i lemuri per esempio. "L'aspetto più interessante è stato notare quanto le specie analizzate siano flessibili in contesti diversi - riprende Santini - ovvero, abbiamo sì osservato delle differenze tra specie, ma anche tra popolazioni delle stessa specie".
 

Il doppio effetto del cambio climatico

Nel particolare, analizzando possibili fattori associati all'attività terrestre, i ricercatori hanno notato che gli animali che scendevano di più dagli alberi erano quelli che vivevano in condizioni di elevate temperature, molti erano onnivori, vivevano in zone con un maggior livello di frammentazione forestale, vivevano in gruppi sociali numerosi e in aree più lontane da infrastrutture umane. "È come se la specie umana avesse un doppio effetto su alcuni di questi primati: in alcuni casi spinge il cambiamento, guidando l'aumento delle temperature e la frammentazione delle foreste, dall'altra lo contrasta perché impedisce agli animali di scendere a terra dove è presente, come accade ad alcuni lemuri del Madagascar, dove sono cacciati", commenta il ricercatore.

La capacità di adattamento di cebi e lemuri

Doppio è anche il significato di quanto osservato, continua: "Da una parte alcune specie mostrano un buon grado di flessibilità ai cambiamenti, modificando il proprio modo di vivere e la propria ecologia, basti pensare agli animali che scendono dagli alberi per trovare nuove fonti di cibo quando le foreste si degradano. Alcune specie particolarmente adattabili sono i cebi del Sudamerica, ma anche i lemuri del bambù. Ma dall'altra alcuni non sono in grado di adattarsi, o per ragioni anatomiche o ecologiche, per cui i cambiamenti climatici per esempio potrebbero essere un ostacolo alla loro sopravvivenza". Meno adattabili, ovvero meno propensi a scende a terra, appaiono scimmie ragno, le scimmie urlatrici, i tamarini o gli uistitì, aggiunge Santini. "Questo sottolinea, ancora una volta, il bisogno di interventi mirati, soprattutto per combattere la degradazione delle foreste".