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L'intervista

Jeremy Rifkin: "Il governo Meloni rischia di frenare la transizione ecologica in Europa"

Jeremy Rifkin
Jeremy Rifkin 
L'appello dell'economista alla premier: "Non si può dimenticare la crisi climatica. Non abbiamo visto abbastanza disastri causati da questo sconvolgimento della natura in tutto il mondo?"
3 minuti di lettura

Jeremy Rifkin è molto preoccupato per l'Italia del dopo-elezioni. La cancellazione del ministero della Transizione ecologica (Mite) nell'organigramma del nuovo governo, con le competenze sparpagliate confusamente fra mezza dozzina di altri dicasteri, rischia di avere conseguenze catastrofiche a catena, non solo sul nostro Paese: "L'Italia è centrale per l'Europa, lo è fin dagli albori della comunità europea profetizzata da Altiero Spinelli", dice il guru della sostenibilità in quest'intervista via Zoom dal suo ufficio di Washington.

"È come se venisse tradito il sogno di un continente unito e proteso verso uno sforzo comune sulla principale emergenza per l'umanità, la lotta al cambiamento climatico, che è entrata dopo tanti anni fra le priorità dell'Europa". Di certo non aiuta il goffo esordio europeo del nuovo ministro dell'Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, né la presenza di Roberto Cingolani come consigliere vista la limitatezza sia della durata del suo incarico (sei mesi), sia delle materie su cui deve "consigliare": stoccaggi, price cup, rigassificatori, decoupling del prezzo dell'elettricità.
 

Professore, che fine faranno a questo punto i 71,2 miliardi che l'Europa ci ha assegnato come quota del NextGenEu per la transizione, il 37,2% del totale ovvero la fetta maggiore del Pnrr?
"L'Unione europea potrebbe rallentare il pagamento delle prossime rate, il che come facilmente comprenderete potrebbe danneggiare gli sforzi fatti finora e porre una seria ipoteca sul conseguimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni, ma soprattutto di riconversione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, che già è in grave ritardo a causa della guerra, della perdurante e martellante attività della lobby del petrolio, e di altre emergenze mondiali".

 

Per questo era essenziale una struttura organica, ampia, con competenze distribuite e responsabilità assegnate come quella che si era messa insieme con il precedente governo? Adesso rischiano di esserci conseguenze anche sull'Europa?
"Certo. L'Italia è parte importantissima dell'Europa, che non può andare da nessuna parte senza l'Italia. Per tenere il passo, è fondamentale implementare i cambiamenti istituzionali a livello di governo nazionale che portino a snellire le procedure e semplificare le autorizzazioni per gli impianti solari ed eolici, per lo sviluppo di microreti di energia rinnovabile, per i veicoli elettrici, per le ristrutturazioni degli edifici residenziali e commerciali che li rendano più resistenti ai disastri climatici. Inoltre, andrebbero stabilite forme di governance focalizzate sui temi ambientali, anche sovranazionali laddove esistano caratteristiche comuni: quelle che io chiamo 'bio-regioni'. A livello locale, poi, per gestire gli ecosistemi le regioni e i comuni lungo tutta l'Italia dovrebbero creare delle vere e proprie assemblee di cittadini che lavorino a fianco ai governi locali per assistere e coordinare gli interventi specialmente in occasione di eventi naturali infausti. Queste assemblee parteciperanno al recupero e alla ricostruzione di infrastrutture stavolta resilienti, in grado di affrontare la drammatica escalation di inondazioni, incendi, siccità, ondate di calore. Insomma, tutte le conseguenze dei cambiamenti climatici".
 

Per tutto questo andrebbero usati i fondi del Pnrr?
"Certamente. Enormi fondi europei attribuiti al governo italiano dovranno essere allocati a ogni regione, e le regioni a loro volta, con l'aiuto delle assemblee dei cittadini di cui parlavo, realizzeranno il passaggio dall''età del progresso' all''età della resilienza' e prepareranno un miglior futuro per i loro concittadini".
 

Un'altra novità sono le comunità energetiche. Anche in Italia, pur con le consuete difficoltà regolamentari, comincia ad essercene qualcuna. Sono un buon modello?
"Sì. Sono mini-reti energetiche, a livelli che possono andare da un grande condominio a un piccolo comune, in grado di funzionare per loro conto anche se c'è un blackout generale perché alimentate da fonti proprie di energia rinnovabile. Possono anche contribuire alla rete nazionale in condizioni di surplus di produzione di energia. Sono iniziative locali, però è fondamentale uno stimolo governativo: un input a livello centrale è altresì importante per promuovere un grande sforzo corale, con delle commissioni operative, che coinvolga l'università, i manager, gli amministratori locali cui peraltro spetta la gestione di gran parte del fondi: tutti protesi verso l'obiettivo. Invece, i ritardi si accumulano ad altri ritardi".
 

C'è ancora tempo per recuperare?
"Certo, ma non molto. Permettetemi di rivolgere una vigorosa richiesta alla vostra premier Giorgia Meloni (pronunciato perfettamente, ndr) perché ripristini al più presto una struttura di governo dotata di mezzi adeguati e dedicata a contrastare il cambiamento climatico. Vi ricordo che stiamo parlando della principale minaccia per la sopravvivenza della nostra specie. Non abbiamo visto abbastanza disastri causati da questo sconvolgimento della natura in tutto il mondo? Non a caso se ne stanno rendendo conto perfino nella comunità finanziaria, dove i fondi stanno disinvestendo dalle aziende dei combustibili fossili. Alcune lungimiranti esperienze estere possono essere di guida. Per esempio potrebbe essere di beneficio imparare in questo settore dalla Cina, che ha anch'essa appena rinnovato il governo".
 

Proprio la Cina, considerata universalmente il più grande inquinatore del pianeta?
"La Cina è nel mezzo di una trasformazione accelerata che la porti fuori dai combustibili fossili, e ha installato più impianti solari ed eolici che qualsiasi altro Paese. Parlo per esperienza diretta perché negli ultimi nove anni ho svolto funzioni di advisor per il governo di Pechino proprio sui loro ambiziosi piani di recupero ecologico. La Cina sta assumendo un ruolo da leader quanto alla trasformazione "verde" dell'economia e sta facendo sforzi giganteschi per ripristinare i suoi ecosistemi".
 

Ma allora perché ha chiesto dieci anni di proroga, dal 2050 al 2060, per raggiungere la neutralità climatica?
"Questo cronoprogramma mostra quanto siano serie le loro intenzioni per il raggiungimento effettivo degli obiettivi, che hanno voluto rendere più realistici. Comunque io penso che alla fine riusciranno a raggiungere le "emissioni zero" prima del previsto, probabilmente intorno al 2050 come l'Europa. Vi assicuro che l'impegno della Cina nella transizione ecologica è forte, come lo stesso presidente Xi Jinping ha assicurato al congresso del partito pochi giorni fa. Stiamo parlando di un Paese di 1,4 miliardi di abitanti con immense estensioni territoriali e grandi escursioni climatiche: ripeto, il Paese effettuerà gli investimenti necessari e sarà pronto a quella che è stata definita "Civiltà ecologica", senza ritardi e indipendentemente dalla difficoltà intrinseca del progetto. E questo sarà un grande punto di svolta per tutta l'umanità, impegnata nel passaggio dall'era del progresso all'era della resilienza".