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L'attivista

La lotta di Cécile Ndjebet per le donne e le foreste: "Non c'è salvezza senza i nostri diritti"

Cécile Ndjebet (foto: FAO Forestry/Flickr)
Cécile Ndjebet (foto: FAO Forestry/Flickr) 
L'attivista camerunense si racconta, dall'infanzia nella povertà alla militanza a sostegno delle comunità nella gestione delle foreste senza le quali "non si possono nemmeno mitigare gli impatti negativi del cambiamento climatico"
3 minuti di lettura

Cécile Ndjebet ha dedicato la sua vita alle foreste e all'autodeterminazione delle donne. L'attivista camerunense è stata insignita dalla Fao con il riconoscimento intitolato a Wangari Maathai, la prima donna africana a ricevere il Premio Nobel per la Pace. Ndjebet ha instancabilmente promosso il concetto che le donne dovrebbero essere coinvolte nella gestione delle foreste e avere pari diritti sulla terra e sulle risorse forestali. Circa il 70% delle donne in Camerun vive in zone rurali e dipende almeno in parte dalla raccolta di prodotti forestali selvatici per il proprio sostentamento, eppure in alcune comunità alle donne è negato il diritto di possedere terre forestali, di ereditarle se il marito muore o persino di piantare alberi su terreni degradati.

Da molti anni qualcosa è cambiato però, grazie a Cécile Ndjebet e all'African women's network for community management of forests (Rete delle donne africane per la gestione comunitaria delle foreste - Refacof). "Credo che l'amore per la Natura e per le foreste sia nato grazie alla mia infanzia passata con mia madre e mia sorella maggiore. Allo stesso modo, ho sviluppato il desiderio di proteggere e difendere le donne", spiega a Green&Blue. Ndjebet proviene da una famiglia molto numerosa. "Mia madre aveva quattordici figli, non solo era una famiglia molto numerosa, ma era anche piuttosto povera. Sono cresciuta con mia sorella maggiore, fino a quando anche lei non è andata via di casa per sposarsi. Da quel giorno ho dovuto imparare a cavarmela da sola".
 

Dopo la formazione universitaria (ottenuta grazie a borse di studio per merito), Ndjebet lavora come dipendente pubblico, impegnandosi nel coinvolgere le donne in vari progetti. "Questo mi ha permesso di fare un'ottima esperienza di lavoro con le donne. Ho avuto anche l'opportunità di beneficiare di una formazione professionale incentrata sull'approccio di genere e sviluppo, sulla silvicoltura comunitaria, sui diritti umani".


In quel momento scatta qualcosa dentro Ndjebet e capisce che l'amministrazione pubblica non è il suo posto. "Una volta lasciata l'amministrazione, mi sono unita alla società civile e ai movimenti delle donne. In questi ambienti ho avuto molte opportunità di tradurre in azioni concrete la mia esperienza di lavoro. E l'incontro con un'organizzazione non governativa americana (Rights and Resources Initiative - RRI) nel 2007 mi ha permesso di professionalizzarmi sui diritti delle comunità nella gestione delle foreste". Da queste esperienze nasce la Ong Cameroon Ecology (Cam-Eco), con la missione di salvaguardare i diritti delle comunità nella gestione delle foreste e delle risorse naturali. "In poco tempo ci siamo resi conto che era necessario prestare particolare attenzione ai diritti delle donne sulle terre e sulle foreste" continua l'attivista.

Così nasce l'African Women's Network for Community Management of Forests, che ha co-fondato nel 2009. Ndjebet diventa quindi una voce importante, sia in Camerun, sia a livello internazionale, per il riconoscimento della parità di genere nella gestione delle foreste. L'organizzazione conta oggi venti Paesi membri in tutta l'Africa.
 

"Da allora, ci siamo battuti per i diritti delle donne sulle terre e sulle foreste; abbiamo dimostrato che senza diritti di proprietà garantiti per le comunità locali in generale, e per le donne in particolare, non si può ottenere una gestione sostenibile delle foreste, non si può combattere la povertà e non si possono nemmeno mitigare gli impatti negativi del cambiamento climatico".


Refacof è una piattaforma specializzata per i diritti forestali e di proprietà delle donne in una prospettiva di equità di genere. L'associazione è impegnata nella promozione di riforme politiche e pratiche per il riconoscimento dei diritti delle donne alla terra e alle risorse forestali. L'advocacy viene svolta a livello internazionale, sub-regionale, nazionale e locale. I progetti o gli interventi fanno perno su cinque pilastri strategici: "Rafforzare il network; promuovere le riforme per un regime di proprietà equo; influenzare l'agenda politica e gli interventi di promozione dei regimi fondiari e forestali a tutti i livelli; contribuire alla gestione sostenibile delle risorse naturali, alla conservazione della biodiversità e all'emancipazione economica delle donne; facilitare lo scambio di esperienze e la condivisione delle conoscenze tra i membri del network".


Questi cinque pilastri negli anni si sono sviluppati a loro volta in cinque programmi che costituiscono il manifesto di Refacof. C'è il programma di riforma delle proprietà, che "promuove riforme fondiarie e forestali con l'obiettivo di garantire i diritti delle donne indigene". Il programma di mainstreaming di genere, e il programma di ripristino e riabilitazione di terre ed ecosistemi degradati. Poi c'è il programma di sviluppo dei mezzi di sussistenza, che "riguarda il miglioramento della sicurezza alimentare e della nutrizione, l'agricoltura biologica e altre attività generatrici di reddito a basso impatto per gli ecosistemi". E infine il programma di sviluppo della leadership femminile: "Si tratta di un programma di sviluppo delle capacità delle donne in materia di leadership, negoziazione e gestione dei conflitti" spiega Ndjebet.

Quanto al futuro, quali sono progetti e gli obiettivi di Refacof? Entro il 2030, l'associazione si è impegnata a piantare venti milioni di alberi nel continente come contributo delle donne africane al ripristino degli ecosistemi degradati. Ma non solo. Per sostenere le iniziative di sviluppo delle comunità in generale e delle donne impegnate in progetti agricoli "utilizzeremo tutti i forum a nostra disposizione, a livello nazionale, regionale e internazionale, per far sentire la nostra voce e le nostre aspirazioni" conclude Ndjebet.