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L'intervista

Guida definitiva a cosa fare dei sacchetti in bioplastica

Guida definitiva a cosa fare dei sacchetti in bioplastica
Parla Marco Versari, presidente di Biorepack: ""Un imballaggio in bioplastica è compostabile e va gettato nell'umido, le regole sono chiare. Bisognerà lavorare sull'etichettatura per aiutare ulteriormente i consumatori"
4 minuti di lettura

Marco Versari, presidente di Biorepack, Consorzio Nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile, fornisce il punto di vista del consorzio su come devono essere gestite le bioplastiche, contestando la presenza di incertezze sul "dove buttarle" e ricordando come oggi la filiera sia impegnata in una campagna informativa per aiutare i cittadini. Senza sbilanciarsi a commentare le nuove proposte di norme a livello Ue in materia di imballaggi - dato che si è ancora in pieno iter e bisognerà attendere per conoscere le decisioni finali - Versari racconta oggi l'importanza dell'"ottima impiantistica italiana" e del conferire correttamente i rifiuti per aiutare le operazioni di smaltimento. In parte, in questa intervista, risponde anche ad alcuni degli intenti futuri dell'Unione Europea che - si legge sul sito della Commissione - è impegnata a "eliminare la confusione riguardo alle plastiche a base biologica, alle plastiche compostabili e alle plastiche biodegradabili".

 

Come deve comportarsi nello smaltimento un consumatore quando ha a che fare con una bioplastica?

"Le regole di smaltimento sono chiare, non c'è mancanza di chiarezza: il messaggio è semplice, se è una bioplastica - in quanto compostabile - va nell'organico. Non bisogna guardare alla biodegradabilità, ma alla compostabilità. In generale ciò di cui non si conosce origine o destino va invece nell'indifferenziato".

 

Dunque se si parla di bioplastiche vanno sempre intese come compostabili?

"Biorepack è un consorzio che si occupa di recuperare gli imballaggi in bioplastica, compostabili, gli unici che possono circolare nel territorio nazionale. Questa compostabilità è figlia di uno standard armonizzato europeo. Dire invece 'biodegradabile' è un termine generico: è come dire alto, oppure veloce. Dunque va accompagnato ad un modo d'uso (preferirei 'da una caratteristica per il riciclo') . Per esempio 'veloce' se lo applichiamo al codice della strada e con le regole dell'autostrada oltre i 130 chilometri all'ora vale una multa, ma questo non significa che sia veloce in assoluto. Questi termini vanno quindi inseriti in un contesto: nel nostro caso, cioè recupero e riciclo di imballaggi in bioplastica, sono da considerarsi in primis non tanto biodegradabili ma compostabili, quest'ultima è la loro caratteristica specifica".

 

Quindi anche il cittadino deve concentrarsi sulla "compostabilità" più che sulla "biodegradabilità"?

"Sì, se si parla di gettare scarti nell'umido. L'imballaggio 'biodegradabile' in termini di recupero e riciclo, non vuole dire nulla. Noi guardiamo appunto alla compostabilità, il che significa che per la legge italiana quei rifiuti vanno nell'umido. Ripeto: la bioplastica oggi è da intendersi come un prodotto sempre collegato alla parola compostabile. La parola 'bio' è generica, perché può essere una materia prima o un fine vita, e noi - che ci occupiamo di riciclo - dobbiamo concentrarci sul termine 'compostabile', l'unica parola che ci permette di comprendere qual è il suo fine vita. La biodegradabilità non è un passaporto per buttare nell'umido. La carta è teoricamente biodegradabile, ma ha un suo specifico percorso di riciclo. Sul mercato dovrebbero trovarsi solo imballaggi in bioplastica compostabili certificati e a norma; tutti quelli che non sono a norma sono contraffatti". 

 

C'è un problema di contraffazione delle bioplastiche?

"Il nostro problema è intercettare il 20 per cento di buste in polietilene che continuano a circolare nei nostri mercati, purtroppo spesso con stampato sopra la parola compostabile. Questo è un problema di legalità, non di compostabilità. Oggi purtroppo ci sono pochissimi controlli e una parte di questa illegalità è grave per il riciclo: ho fatto segnalazioni agli organismi competenti, ma non abbiamo ancora risposte. L'Italia ha detto: le buste legali o sono compostabili o sono riutilizzabili. Se uno vende una busta come compostabile ma non lo è allora dovrebbe essere punito legalmente".

 

Per aiutare i consumatori quanto sarà importante una nuova etichettatura?

"Dobbiamo lavorare certamente sull'etichettatura. Biorepack è nato anche per questo: favorire un sistema di riconoscimento più facile. Abbiamo due anni di vita e ora abbiamo iniziato ad occuparci di raccolta, trasporto e  trattamento, stiamo facendo anche campagne televisive e  cominciando a dare sempre più informazioni. Di sicuro non possiamo fare in 25 settimane quello - in termini di performance - che altri consorzi hanno fatto in 25 anni. Ma ci stiamo lavorando".

 

E come dovranno essere le nuove etichette?

"Un logo semplicissimo che permetta anche solo osservandolo di capire come gestire un imballaggio. Stiamo lavorando e investendo su qualcosa da proporre a produttori, utilizzatori, supermercati e altri. Non è semplice: è facile dire 'dovete fare l'etichetta' ma ci sono in ballo centinaia di player a tutti i livelli della filiera che devono accettare questo tipo di raccomandazione".

 

Alcuni studi, come "The Big Compost Experiment" effettuato dai ricercatori dell'University College of London, indicano che il 60 per cento della plastica considerata "compostabile" a casa non si decompone completamente. Come giudica queste ricerche?

"Qui stiamo parlando di esperimenti di citizen science. Hanno coinvolto milleseicento famiglie, di cui 900 dicono di avere preso materiale compostabile, aver fatto compostaggio e aver ottenuto determinati risultati. Mi chiedo: è scienza questa? Tanti altri studi indicano altro, mentre i gestori di impianti oggi dicono  il contrario: che le bioplastiche compostabili lo sono perfettamente e  aiutano nella gestione dell'umido. Potrei commentarne uno per uno questi 'studi'. Tanto per fare un esempio  anche a Pisa hanno fatto esperimenti: una busta della spesa messa a cinque centimetri sotto un sedimento e dopo sei mesi non ha superato test di biodegradazione di compostaggio. Ma quanto è difficile che questo accada davvero, che finisca là sotto? Allora dovremmo valutare che ogni prodotto debba essere biodegradabile. Se uno cammina su spiaggia tutto quello che vede dovrebbe essere biodegradabile in mare. Chi produce un imballaggio compostabile opera per fornire supporto alla migliore gestione dell'organico: non stiamo parlando del litter".

 

In Italia ci sono abbastanza impianti per gestire l'organico e le bioplastiche?

"Direi che l'Italia ha una ottima capacità di trattamento della frazione organico. Ci sono un paio di territori in sofferenza, la città di Roma e alcune aree della Campania, ma in generale il trattamento è diffuso ovunque e funziona. I materiali compostabili danno una mano a fare una buona raccolta. Il problema, dicono i gestori di impianto, è quando arriva l'umido con cose che non sono compostabili: spesso troppa plastica finisce nell'umido. La raccolta dell'organico va fatta bene".

 

Infine, uno sguardo al futuro. Come andranno gestiti i nuovi prodotti che arriveranno sui mercati? E vi convincono le proposte europee?
"Sulle norme europee siamo in fase di iter, aspettiamo a commentare. Per ora le leggi sono chiare, gli standard ci sono. Adesso che stanno arrivando nuovi imballaggi, come alcuni per carne, biscotti o certe cialde del caffè - magari tutti con fine vita differenti - sarà fondamentale che siano chiaramente etichettate. Ricordo però che il 95% degli imballaggi che circolano in Italia sono buste della spesa e sacchetti ortofrutta. E su questi c'è scritto compostabile chiaramente se sono legali. Ripeto: le regole di smaltimento sono chiare, la loro traduzione nei fatti non sempre è ben gestita, ma noi stiamo cercando di fare del nostro meglio perché questo avvenga".