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L'intervista

Pablo Trincia e il nostro futuro nelle megalopoli

Pablo Trincia e il nostro futuro nelle megalopoli
In onda su Sky il 5, 6 e 7 la docu-serie in tre puntate "Essere umani - Lo spettro di Mumbai sul nostro futuro". L'autore spiega perché è importante "parlare di più dell'emergenza climatica"
2 minuti di lettura

Se c'è un luogo simbolo al mondo considerabile come uno "spettro del nostro futuro" allora questo è Mumbai. La grande metropoli indiana è teatro di quasi tutte le minacce che riguardano la vita sul Pianeta: l'innalzamento delle temperature, quello dei mari che rischiano di sommergerla nel 2050, il sovrappopolamento, la povertà e l'aumento delle emissioni climalteranti in una India che prova a crescere anche economicamente. "Un concentrato di tutto, in cui capire molto del futuro che ci attende con la crisi del clima" spiega Pablo Trincia. Il giornalista e autore, dopo il successo di Veleno, insieme al regista Riccardo Spagnoli ha affrontato un viaggio a Mumbai per dare vita a una docu-serie di tre puntate che andrà in onda dal 5 al 7 dicembre su Sky Tg24 (ore 20.45). Si chiama "Essere umani - Lo spettro di Mumbai sul nostro futuro" (produzione Chora media), un reportage che tenta di mostrare  le possibili tragiche conseguenze dell'impronta dell'uomo sulla Terra, ma anche la resistenza della nostra specie ai cambiamenti.

Dopo aver passato tre settimane in una realtà "dove vedi persone che vivono in scatole di latta minuscole guardando un'apocalisse perché il mare è a pochi passi da loro e spesso invade le strade", Trincia racconta a Green&Blue come è nato il suo documentario (a cui è legato il podcast originale Spotify "Megalopolis - Mumbai 2050") e perché è importante "parlare di più dell'emergenza climatica".


Come è nata l'idea di documentare le minacce del clima in una città come Mumbai?
"Abbiamo scelto Mumbai perché è un concentrato di tutto, uno dei luoghi più incredibili della Terra. Credo sia una versione ridotta del mondo davanti al cambiamento climatico, una megalopoli con 22 milioni di abitanti e problemi enormi di sovrappopolamento, pianificazione e di resistenza alla crisi del clima. Più della metà della popolazione vive nelle baraccopoli: si tratta di persone vulnerabili, spesso legate per lavoro e famiglia all'area in cui vivono, dove è difficile immaginare di spostarli, di migrare: perderebbero entrate, lavoro, clienti. Ma cosa succederà da qui al 2050 quando si alzeranno ulteriormente i livelli del mare? In prospettiva è davvero allarmante".

Lì come si percepisce l'emergenza clima nel quotidiano?
"A Mumbai vivono già nella quotidianità della crisi del clima. Ad ogni tifone la metropoli si allaga: si crea un effetto vasca da bagno dato che le fognature sono intasate dai rifiuti e i canali di scolo vecchi. A ogni monsone è una tragedia. C'è molto cemento, troppo, i terreni non assorbono più acqua. Succede ogni anno. Le persone costruiscono baracche sulle colline: con le alluvioni queste crollano. Lì l'età media è 28 anni, da noi 47, solo questo fornisce la misura dei drammi che le nuove generazioni avranno in futuro. Ed è quello che abbiamo provato a documentare".

Tre puntate, ognuna dedicata a un tema per mostrare gli impatti della crisi, ma anche le reazioni.
"La prima puntata è dedicata al sovrappopolamento, la seconda alle conseguenze e gli effetti di questo, nella terza invece parliamo della resistenza. Raccontiamo di come provano a combattere la minaccia innescata dal clima e gli sforzi necessari per resistere. Lo facciamo anche attraverso esempi di vite".

Si parla abbastanza di surriscaldamento? Quanto è difficile comunicare  il cambiamento e come si può fare a veicolare il messaggio della necessità di una azione urgente?
"La crisi del clima è sottovalutata, è un tema respingente: ci mette davanti a qualcosa che fa paura, anche ad affrontarlo, che non vogliamo guardare. Ma esiste e dobbiamo parlarne. Però le cose si possono raccontare con una chiave. Quella che abbiamo scelto noi sono le persone, le donne e gli uomini, le famiglie. Non puoi raccontare la crisi del clima solo parlando degli iceberg o di cose che ci appaiono lontane, bisogna parlare di prospettive, di quelle degli 'esseri umani', appunto. Solo così forse si può veicolare un tema difficile come questo. Noi in primo piano e il cambiamento climatico sullo sfondo: inquadriamo gli esseri umani che lo stanno subendo".


Con che sensazione sei tornato da questa esperienza in India?
"La sensazione è che dobbiamo preparaci a un cambiamento totale, ma c'è anche la consapevolezza di come noi esseri umani ci adattiamo a tutto. Mumbai è la prova: milioni di persone che riescono a costruirsi una vita laddove ad altri potrebbe sembrare inconcepibile. Il futuro sarà complesso e violento, ma come sempre abbiamo fatto nel corso della storia tra carestie, terremoti, guerre e catastrofi, ci adegueremo. Credo che troveremo il modo di adattarci anche alla crisi del clima, il problema è cosa questo comporterà".