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Il progetto

Per bonificare il mare di Bagnoli arrivano i super batteri dal Nord Europa

Una veduta dell'area post industriale di Bagnoli
Una veduta dell'area post industriale di Bagnoli 
Il progetto Life SEDREMED per biorisanare i fondali dell'area dell'ex Italsider riduce i costi economici e ambientali. Da un gruppo di giovani, emigranti di ritorno, l'idea mutuata dal Belgio e dalla Finlandia: "Potremmo essere vicini a una svolta"
3 minuti di lettura

Ancora una volta l'uomo potrebbe chiedere alla natura un aiuto diretto per rimediare ai danni che egli stesso ha causato all'ambiente. Trovando nei microrganismi alleati invisibili per una missione sin qui impossibile: il risanamento e la bonifica della baia di Bagnoli, nell'area settentrionale di Napoli, pesantemente compromessa dalle attività dell'acciaieria Ilva/Italsider e dismessa - al termine di un processo di deindustrializzazione - solo sul finire degli anni '80.


L'ultima, intrigante idea intenderebbe dunque scongiurare l'ipotesi della rimozione diretta degli strati sottomarini del fondale, un intervento dai costi esorbitanti e dalla complessa sostenibilità (dove finirebbero i rifiuti speciali e con quali costi?) a favore di un'opzione alternativa di biorisanamento in situ che già convince l'Unione Europea. Una soluzione che prevede l'utilizzo di batteri allevati nel Nord Europa (la loro specie è top secret), pronti - per così dire - a ridimensionare le sostanze inquinanti, aiutati da una tecnologia complementare, che prevede la trasmissione di corrente elettrica per accelerare la degradazione e la fissazione dei contaminanti presenti.

 


"La nostra idea, in un certo senso rivoluzionaria, è quella di ripulire mare di Bagnoli senza toccarne materialmente i fondali", racconta Ernesto Rollando, uno dei tre volti giovanissimi di Nisida Environment, la startup che è parte del progetto LIFE SEDREMED, finanziato dall'Unione
Europea "per lo sviluppo di una soluzione innovativa per la decontaminazione di sedimenti marini inquinati". Con lui l'ad Raffaele Vaccaro e la co-fondatrice Rossella Liberti: entrambi biologi, entrambi campani di ritorno. "Siamo rientrati dopo un periodo di studio in Belgio e in Usa animati dal desiderio di aiutare a uscire dall'impasse per una delle grandi questioni irrisolte della nostra regione, il rilancio di Bagnoli".


Qui, su questa costa che pure sarebbe una privilegiata finestra sul golfo di Napoli, tre chilometri non sono balneabili per via dell'accumulo nei sedimenti di significative concentrazioni di idrocarburi alifatici (IPA), policlorobifenili (PCB), diossine (PCDD), residui di amianto e metalli pesanti come arsenico, piombo, zinco, cadmio e mercurio. Una polveriera, o quasi. Se ne parla da decenni, senza trovare una via di uscita. Ipotizzando costose operazioni di dragaggio con approcci poco compatibili. E, soprattutto, aspettando.  "Ma la popolazione e le associazioni non si rassegnano, così abbiamo voluto metterci in gioco", raccontano i tre giovani ricercatori.
 

Il progetto, finanziato nella sua fase sperimentale per 1,5 milioni di euro, ha il coordinamento scientifico della Stazione Zoologica Anton Dohrn, il sito è gestito da Invitalia, le due tecnologie utilizzate arrivano da realtà nordeuropee: del biorisanamento tramite l'utilizzo di microrganismi si occupa la belga Idrabel, che ha sviluppato un metodo di biofissazione, immobilizzando i microrganismi su supporti minerali naturali. Una tecnica già sperimentata, mai però in mare aperto.


"Si tratta di batteri in grado di degradare i contaminanti organici, quali gli idrocarburi, e accumulare sul supporto minerale su cui sono fissati i metalli pesanti, che sono i principali inquinanti dell'area di Bagnoli", rilevano Donatella De Pascale, direttrice del Dipartimento di biotecnologie marine ecosostenibili dell'Anton Dohrn, e Chiara Melchiorre, project manager di LIFE SEDREMED.


In soldoni, per potersi nutrire i batteri aerobici producono degli 'eso-enzimi', che suddividono lunghe catene di carbonio in catene sempre più piccole. I componenti degradati diventano abbastanza piccoli da poter essere ingeriti dai batteri: qui altri tipi di enzimi, detti "endo-enzimi", degradano i componenti assimilati e li utilizzano per il corretto funzionamento del metabolismo. Un processo alla fine del quale la materia organica viene trasformata in CO2 e H20.


Dell'utilizzo di reazioni elettrocinetiche ed elettrochimiche per potenziare la biorimediazione e abbattere gli inquinanti organici nel suolo si occupa invece la finlandese EKOGRID. Del monitoraggio dei risultati ambientali sono incaricate la Isodetect (Germania) e l'Università Politecnica delle Marche, sotto la supervisione di Antonio Dell'Anno, esperto in materia di bonifica dei siti di interesse nazionale.


Ma siamo sicuri che funzionerebbe? E con che costi? "Il progetto mira a una riduzione compresa tra il 60 e l'80% delle concentrazioni di contaminanti organici e di metalli pesanti, su un totale di 40 mila metri cubi di sedimenti da decontaminare e con una riduzione dei costi, rispetto alla decontaminazione convenzionale, che stimiamo intorno all'85%", dicono ancora i ricercatori. "I risultati delle attività previste dal progetto potrebbero contribuire ad un significativo avanzamento nelle tecniche di risanamento ambientale dei sedimenti marini con impatti positivi anche sulle attività in corso e programmate a Bagnoli",  - annuisce Filippo De Rossi, ex rettore dell'Università del Sannio e ordinario di Fisica e tecnica ambientale, oggi neo sub commissario per Bagnoli.


In questi mesi c'è stata una fase sperimentale in laboratorio, con sedimenti contaminati prelevati a Bagnoli e inviati in Belgio: qualora arrivi il semaforo verde la metodologia di bonifica potrebbe essere integrata nel piano di decontaminazione di tutta l'area marina di Bagnoli. "Non solo. - aggiunge De Pascale - La parte ancor più interessante è che una soluzione del genere potrebbe essere replicata su scala più ampia per una gestione sostenibile dei sedimenti marini contaminati in tutta Europa, con maggiore economicità ed efficacia". "Un'idea che potrebbe essere dunque replicata per esempio nella zona dell'Ilva, a Taranto, o nell'area portuale di Genova", aggiunge Rollando, che ha proprio origini liguri.


E dunque occhio al cronoprogramma del progetto: nei prossimi mesi sono attesi i primi feedback e tutti, a Bagnoli, sperano nell'agognata svolta per una bonifica che non arriva mai. In un'area costiera che, come ha di recente confermato il progetto ABBaCo, ha perso tutta, o quasi, la sua biodiversità, dalla Posidonia oceanica spazzata via dall'inquinamento, agli organismi unicellulari, eccezion fatta per quelli più resilienti. Anche per questo l'aiuto dei super batteri dal Nord Europa è atteso con malcelata impazienza.