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Persone

Carlo Barbante: "Dal ghiaccio impariamo le variazioni del clima"

Carlo Barbante (Illustrazione: Motiejus Vaura)
Carlo Barbante (Illustrazione: Motiejus Vaura) 
Lo studioso che preleva campioni di ghiacciai che stanno scomparendo a causa del riscaldamento globale e che soffre di "mal d'Antartide". "Lì ci si confronta con l'essenziale"
2 minuti di lettura

"Sono un figlio del Moplen, finito in Antartide per caso". No, Carlo Barbante non è "l'uomo del ghiaccio" né tantomeno un "uomo di ghiaccio". La sua voce, che rivela appena la sua origine veneta, è calda e appassionata mentre descrive la sua vita frenetica tra insegnamento, spedizioni ai Poli, divulgazione e abile tessitura di relazioni internazionali.


Tutto per Ice memory, il progetto di ricerca che ha ideato e coordina. Il gruppo internazionale diretto da Barbante raccoglie e conserva campioni prelevati dai ghiacciai di tutto il mondo, che potrebbero scomparire o ridursi moltissimo a causa del riscaldamento globale. Insieme alla dendroclimatologa Valerie Trouet, al Festival di Green&Blue di Milano svela il fascino e l'arte di preservare la memoria della natura: Trouet cerca tracce delle variazioni del clima nei tronchi degli alberi, Barbante legge le stesse informazioni nel ghiaccio. Ed è difficile credere che tanta passione sia nata per caso. "E invece è così", racconta Barbante, 59 anni, di Feltre, dove è nato e vive perché "non ci si può staccare da queste montagne".

"Mi sono laureato in chimica e pensavo che sarei diventato un ricercatore in ambito industriale, il mio primo impiego è stato proprio nella fabbrica del Moplen, la plastica rivoluzionaria degli anni Sessanta. Però prima dell'assunzione c'è stato il servizio militare con gli alpini, in Val d'Aosta, dove si tenevano i corsi di addestramento per i ricercatori che partivano per spedizioni ai Poli. Sono stati loro a raccontarmi la bellezza dell'Antartide e a darmi le dritte per provare a entrare nei programmi di studio. Nel 1989 ho scritto al professor Paolo Cescon dell'università di Venezia, per candidarmi ai suoi programmi. La sua risposta, e non lo ringrazierò mai abbastanza, è arrivata un anno dopo, quasi avevo dimenticato quella lettera. Alla Moplen c'era un ambiente stimolante, in quegli anni era davvero l'avanguardia, ma non mi trovavo bene, avevo bisogno di ampi orizzonti, di qualcosa che mi collegasse alle mie montagne".

Barbante comincia come tecnico del progetto in Antartide, poi ricercatore e infine professore a Cà Foscari e direttore dell'Istituto di scienze polari del Cnr. La prima spedizione al Polo Sud è del 1993, ed è subito "mal d'Antartide". "È proprio come il mal d'Africa - dice lo scienziato - l'attrazione per le regioni polari è un fenomeno ormai riconosciuto. Ricordo l'emozione fortissima del primo arrivo, ma è indelebile soprattutto il momento in cui ho staccato il piede dal ghiaccio per andare via e ho pensato che dovevo inventarmi un progetto per tornarci. Non si può stare a lungo senza quel senso di libertà dello spirito che allontana da qualsiasi cosa materiale, eccetto l'indispensabile per la sopravvivenza. È il luogo in cui ci si confronta con l'essenziale. È anche il luogo dove si stabiliscono relazioni fortissime perché le emozioni e le persone con cui sei stato in Antartide ti restano dentro. Ormai l'ho sperimentato più volte: anche se non vedo per anni colleghi con i quali ho condiviso quell'esperienza, ogni incontro è un riconoscersi. Quando sono là è tutto facile e non mi manca nulla".

Dopo tante spedizioni, il ritorno è sempre straniante. "Certo è bellissimo tornare da mia moglie e dai miei due figli, che sono importanti per il sostegno che mi danno e perché condividono le mie passioni, però i primi giorni sono sempre un po' spaesato: l'ultima volta, a febbraio, avevo novemila email da leggere".

In quelle email c'è spesso anche la chiave per tornare ancora in Antartide: "Ice memory, che spesso paragono alla ricostruzione della biblioteca di Alessandria, per preservare le tracce del passato racchiuse nel ghiaccio, non è solo Carlo Barbante. Ho con me un gruppo straordinario, un'unità mista di ricerca capace di un lavoro di squadra sui campi più disparati, dalla logistica alla scienza, all'analisi, all'amministrazione. Un lavoro complicatissimo".

E poi ci sono i progetti futuri: "Mi do da fare, credo di riuscire a fare tante cose insieme, ho tante idee in testa e ogni tanto trovo qualcuno che mi viene dietro. Ora vorrei riuscire a far passare l'idea che il nostro Paese deve dotarsi di una struttura unica, che metta insieme i progetti di Antartide e Artico: non si può più procedere con bandi e organizzazioni separate. Qualcosa si muove con il sottosegretario dedicato alle aree polari del ministero degli Esteri. Troverò ancora qualcuno che mi venga dietro".

DOVE E QUANDO

"Scritto nel ghiaccio"
Il glaciologo sarà al Festival di Green&Blue il 6 giugno alle 11 al foyer del Teatro Parenti alle 11 con Valerie Trouet