Roma, atmosfere anni Sessanta e cucina eclettica da Le Serre by Vivi

La nuova avventura di Daniela Gazzini e Cristina Cattaneo in un angolo nascosto nel verde sopra lo Stadio Olimpico
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Hanno coraggio da vendere, Daniela Gazzini e Cristina Cattaneo. Non contente di gestire tre ristoranti in città combattendo tra aperture, chiusure, forniture e personale, queste due signore ne hanno aperto un altro in piena pandemia: ai bistrot di Villa Doria Pamphili, Palazzo Braschi e alla Rinascente, si aggiunge così il Le Serre by Vivi, in un angolo al confine tra Monte Mario, Balduina e Camilluccia, sopra lo Stadio Olimpico. 

Divertimento, cucina etnica e green a Le Serre by ViVi

Un grande giardino botanico, abbandonato per anni, lungamente ripulito e restaurato dal giovane archi-star Andrea Magnaghi, ma mantenendo un sapore di vecchiotto, tra lo spazio all’aperto capace di ospitare oltre duecento persone e le zone coperte e luminose che sfruttano i volumi occupati dal vivaio a metà del secolo scorso. L’estetica ricorda i "ruggenti Sessanta", tocchi di modernariato e un profumo coloniale tra Maghreb e Oriente, ma sotto l’elegante patina di vetro, ferro e legno, batte un cuore moderno, che nasconde hi-tech, o meglio bio-tech, perché Cip e Ciop – come si chiamano tra loro, anche se a me ricordano piuttosto femmine toste e determinate come Thelma e Louise – condividono una grande attenzione alla natura ecologica di ogni singolo materiale impiegato. Dall’energia agli imballaggi, dall’acqua agli scarti, tutto è pensato per essere conservato e riciclato. E la stessa attenzione vale ovviamente per la miriade di materie prime impiegate per alimentare una cucina ambiziosa, pensata per soddisfare i gusti più tradizionali come quelli più curiosi o ansiosi di provare piatti sconosciuti. 

Partners in crime da tredici anni, per quanto rigorose Cip e Ciop non cadono nella trappola dell’integralismo vegano, anzi molto laicamente – e con una buona dose di indulgenza – esibiscono un menu davvero ricco sotto un largo cappello green o meglio verde. Parlano di cucina mediterranea, ma scorrendo la lista delle pietanze si scopre che lo spartito suona musiche diverse. Questo è il punto di forza! Guacamole e nachos arrivano nella compagnia felice di pane burro e alici di Cetara in apertura, seguiti da un uno-due come l’hummus di ceci bio e un tagliere di Parma riserva 24 mesi. Il manifesto della contemporanea tavola multietnica, con un forte stampo anglosassone, sia per la composizione del menu sia per i piatti che abbiamo assaggiato nei viaggi che facevamo ragazzi, spostandoci tra Londra (scrambled eggs), Salento (orecchiette con cime di rapa) e Bangkok: oltre al nasi goreng, tra i più apprezzati spiccano i thai noodles, saltati nel wok con gamberoni, ortaggi alla soia e coriandolo fresco. 

Il divertente è che si muovono in libertà clientela e offerta: trovi ragazzi venuti per uno spuntino veloce o adulti più tranquilli. Una variegata clientela borghese, che può trovare offerti sullo stesso piano l’hamburger in versione vegetariana e quello classico di angus italiana. Ho assaggiato e apprezzato il filetto di tonno Tokio-Milano, un boccone tonico dal cuore rosso appena coperto da un filo di panatura nel panko, e un classicissimo pollo tandoori alla piastra. Pesce? Ancora poco, ma ci assicurano che gli chef si stanno esercitando a mettere a punto preparazioni semplici, pur non essenziali. Sfida ardua. 
Di nuovo mi fanno pensare alle tea room anglosassoni i dolci, una allegra sfilata dove la crostata di amarene s’accompagna al crumble di mele bio-vegan. Sotto lo sguardo curioso di Thelma e Louise concludo con una cheesecake ai frutti di bosco. La bagno con un piccolo tumbler di Wild Turkey, deludendo un po’ le padrone di casa e provocando la simpaticissima bartender, Sara Paternesi, appassionata di cocktail gravemente alcolici ma indotta a proporre persino mocktail, ovvero bibite dall’aria ingannevole, eppure prive di distillati, liquori, elisir, alcoli…