Gabriella Genisi e la memoria dei vicoli di Mola: il sapore dei carciofi locali e il suono dei versi di Neruda

La scrittrice di Lolita Lobosco e la nostalgia per il gusto dell'infanzia con l'ortaggio che per decenni (con il pesce) è stato la ricchezza dei molesi

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Di un passaggio di Neruda in Puglia non esistono tracce ma, se così fosse, sono certa che per la sua Ode al carciofo l'ispirazione gli sia arrivata da una varietà autoctona del Cynara scolymus, detto anche Locale di Mola e conosciuto in tutto il mondo. Fino agli anni '80 la produzione del carciofo di Mola di Bari era copiosa e bastava a coprire il 14 per cento della produzione pugliese ma, a causa di un fungo parassita, la varietà è pressoché scomparsa.

Sul carciofo si basava buona parte dell'economia locale di un paese composto per metà da agricoltori e per metà da pescatori e marinai, era perciò frequentissimo ammirare sontuosi bouquet di carciofi in bella mostra, accomodati su di una seggiola impagliata sull'uscio delle abitazioni del centro storico.

Sono passati tanti di quegli anni da quei raccolti così abbondanti che della Cynara molese me n'ero completamente scordata senonché, l'altra settimana, attraversando intorno a mezzogiorno le strade lastricate della Mola bianca per andare dal dentista, fui rapita da un profumo di carciofi fritti allora allora. Ora, se il carciofo molese è già di per sé una delizia, tenero al punto da poter essere mangiato crudo, la frittura nell'olio d'oliva bollente, non prima di averlo ripassato nell'uovo e nella farina, è la morte sua.

Rallentai il passo per poter annusare meglio e capire da quale uscio provenisse quell'aroma così denso di memoria. Attraverso una tenda leggera intravidi una donna anziana che con gesti lenti e solenni immergeva gli spicchi in una grande padella. Fu in quel momento che, grazie al magico potere che è la memoria olfattiva, mi ritrovai bambina nella cucina di mia nonna, con lei che sbucciava carciofi, li friggeva nel fracassè e li metteva in un cartoccetto di carta da pane davanti a me. Il ricordo del vapore sul viso, delle dita unte e di quel sapore verde e morbido che si scioglieva in bocca, fu così intenso che restai per qualche minuto appoggiata allo stipite.

Fu lo squillo del cellulare a riportarmi alla vita reale, al mio appuntamento dal dentista. Controllai l'orologio, ero in ritardo. Mi affrettai e buttai l'occhio alla mercanzia esposta sulle sedie davanti alle abitazioni sperando che qualcuna esponesse carciofi. Erano quasi tutte vuote, era quasi ora di pranzo, ma poco più avanti, in uno slargo, ne intravidi una. Mi avvicinai a controllare cosa stessero vendendo e quasi non credetti a quel che vidi: adagiati con cura in un grande paniere riposavano una quarantina di saraghi in attesa di acquirente. Sorrisi, scattai una foto e proseguii.

Era l'altra faccia di Mola, quella marinara. Era il tempo che cambia. Ma questa è un'altra storia, un altro caffè.