Tra stop e ripartenze, il 2021 del vino italiano (per ora)

In uno scenario confuso e in bilico, il trimestre delle grandi denominazioni italiane comincia con il segno positivo 
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Il vino italiano si trova ancora tra color che son sospesi. Da una parte, continua a leccarsi le ferite di un 2020 in cui la pandemia ha picchiato duramente, mettendo in crisi segmenti strategici per lo sbocco delle nostre bottiglie, come la ristorazione e i bar, ma anche le vendite che le aziende effettuano direttamente in cantina. Dall’altra, però, guarda con una fiducia crescente i dati in arrivo dal primo trimestre 2021, che indicano segnali importanti di ripresa del mercato grazie soprattutto alla ripartenza di Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Cina.

In un mondo così variegato come quello vitivinicolo, avere un quadro preciso e completo è molto difficile, perché numeri e grafici cambiano in base al mercato di riferimento, alla tipologia di azienda, al valore e volume di produzione. Senza dubbio, a pagare il prezzo più salato dell’emergenza sono stati i piccoli e medi produttori, quelli fortemente sbilanciati sulla vendita a corto raggio o concentrati sul target Horeca (hotel, ristoranti e bar). Secondo le stime dell’Osservatorio del Vino di Unione italiana vini, il comparto Horeca nazionale l’anno scorso ha perso il 30% del volume, mentre la vendita in cantina il 10%. Di contro ha guadagnato tutto il segmento retail, che è arrivato a cumulare il 40% delle vendite totali di vino nel nostro Paese, di fatto rafforzando ulteriormente la propria posizione. Nella sua globalità, il mercato italiano ha perso il 12% a volume, da 22 a 19 milioni di ettolitri, ma la perdita arriva al 25% se guardata sul lato monetario, con punte del 40% per il canale ristoranti-bar.

Le vendite online sono state di grande aiuto al settore  

Tuttavia, se includiamo anche l’export, la sensazione generale è che il settore del vino italiano finora sia riuscito a limitare i danni, comportandosi meglio dei principali competitor, a partire da Francia e Spagna. Il fatto è che i consumi non sono crollati, ma sono rapidamente cambiati: per questo ha retto meglio chi ha saputo e potuto diversificare, veicolando i volumi verso le catene della grande distribuzione e incrementando le vendite all’estero, magari con l’aiuto delle piattaforme digitali e dell’e-commerce, pur sacrificando parte del valore conquistato.

In questo scenario, mentre in alcune parti del mondo si stanno già rialzando le serrande, i primi tre mesi del 2021 evidenziano un gran desiderio di tornare alla normalità. Il Brunello di Montalcino ha registrato un avvio d’anno da record: la Riserva 2015 e soprattutto la super annata 2016 hanno fatto volare le consegne delle fascette di Stato per le bottiglie pronte alla vendita, polverizzando i precedenti primati. Nel complesso, il primo trimestre ha chiuso con un incremento del 37% rispetto allo scorso anno e a +23% sulla media degli ultimi 10 anni. In particolare, dopo un primo bimestre a +19% sul pari periodo (Covid free) dello scorso anno, marzo è stato di gran lunga il migliore del decennio, con un +92% sulla media riscontrata dal 2011 a oggi. Anche il Chianti Classico ha ottenuto una crescita del 22%, pari a circa 10 milioni di bottiglie. In Piemonte, il Barolo ha consegnato il 13% di fascette in più, mentre il Barbaresco è più stabile e segna un +1%. In Veneto, invece, il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg ha registrato una frenata del 6% mentre il Prosecco doc ha chiuso il primo trimestre a +7,4%, con il mese di marzo da solo in crescita del 9,4%. Numeri incoraggianti per chi spera finalmente di uscire a riveder le stelle, con un calice in mano.