Adriano Gròsoli, il nonno dell'aceto balsamico che ha racchiuso la storia in una goccia

 
Novantadue anni, tra i fondatori e più strenui sostenitori del Consorzio, con Giorgio Fini, Elio Federzoni e Giuseppe Giusti ha trasformato un prodotto di nicchia (e di famiglia) in un simbolo dell'Italia a tavola
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Adriano Grosoli nasce in località “La Busa” – la Buca - il 2 maggio 1929, e tra pochi giorni completerà il suo novantaduesimo anno su questa terra. Terra che ha girato in lungo e in largo, con la forza incredibile degli uomini di quella tempra. Con un ricco patrimonio di coraggio, lungimiranza, garbo e determinazione, corredato da entrambe le lingue parlate – l’italiano e il modenese – con cui ha rivoluzionato la vita sua e dei molti che ha incontrato, prossimi e lontani.

Adriano Gròsoli 

“La Busa” è un luogo che la schietta toponomastica rurale identifica senza troppi fronzoli: era un’antica fornace per la produzione di mattoni che sfruttava i terreni argillosi circostanti scavati tutt’attorno. Siamo ai confini di Modena e il contado: pochi metri più in là è Spilamberto, nome che ora e allora fa rima con aceto balsamico senza altri aggettivi. La famiglia Grosoli di Grosoli Mario fu Adriano si occupa della lavorazione delle carni di maiale: macellai di trasformazione, che sfornano salami e salumi, non pochi dei quali destinati al ristorante di famiglia. Non proprio un’osteria, non ancora un ristorante moderno, ma già una Casa di accoglienza dove si badava di somministrare roba buona, che fossero i piatti di cucina o i prodotti di salumeria, che fosse il formaggio – Parmigiano Reggiano, va senza dire – del caseificio o il vino della cantina, entrambi appartenenti ai diversi rami della famiglia. La leggenda vuole seduti a queste tavole anche Enzo Ferrari, solo o in compagnia di Tazio Nuvolari, visto che il locale aggettava proprio sulla Vignolese, la strada di massima comunicazione della pedecollina prebellica. L’aceto balsamico è una presenza silenziosa e tuttavia marginale dell’economia dell’azienda anche se le batterie di botticelle destinate alla dote o alla maggiore età sono una consuetudine rispettata. Un complesso di successo e di lavoro strenuo, che fino alla Seconda Guerra si tiene bene. Già prima della nascita di Adriano i prodotti di famiglia erano conosciuti anche fuori zona, ed erano stati apprezzati – come usava all’epoca – alle varie esposizioni: si ricorda quella di Genova del 1927, prodiga di medaglie e riconoscimenti alla “Premiata Salumeria” secondo la squillante retorica dell’epoca.

Inizialmente l'aceto era marginale nell’economia dell’azienda anche se le batterie di botticelle destinate alla dote o alla maggiore età rimanevano una consuetudine   

Ma è nel tormentato dopoguerra che maturano i tempi di uno spostamento in città: non più macello ma bottega, Mario e Adriano con la famiglia lavorano in quella che oggi chiameremmo serenamente gastronomia. In casa la cucina sempre sotto pressione per produrre i cibi pronti che la borghesia modenese del quartiere benestante poco fuori le mura mostra di apprezzare, in bottega i prodotti di commercio e di produzione. C’era l’aceto, sia nella versione invecchiata e preziosa che in quello più quotidiano: il primo venduto in stille, il secondo più richiesto ma sempre in quantità assai ridotte. Adriano lavora a banco, un salumiere “allargato”: spazia cioè nei prodotti di drogheria fino ai cibi da asporto, che procurano alla famiglia un discreto benessere. Ma Adriano è inquieto: sul principio degli anni Settanta la comparsa dei primi antenati dei centri commerciali gli fanno percepire che la fine di un’epoca è vicina, e non esita a spostare il timone dell’attività che ormai conduce in pieno verso una diversa produzione e commercializzazione del balsamico. Un azzardo, ma un azzardo ragionato: nel ’65 era già stato promulgato il regolamento, pur approssimativo e largo, relativo all’aceto balsamico. Dava linee guida, ma non indicava territori.

 

Adriano si spinge oltre: vende la bottega quando ancora funziona ben bene, poi verso la fine del decennio ristruttura la Fornace che aveva acquistato anni prima a La Busa e installa la produzione, prima, la casa poi. Erano anni eroici: con un furgone carico d’aceto percorre tanti chilometri in tentata vendita, fuori dalle zone di casa dove il Balsamico non faceva troppi proseliti. In pochi anni con lo stesso piglio varca i confini nazionali prima ed europei poi. Sbarca negli Stati Uniti, forte del suo garbato carisma, della sua curiosità e del suo desiderio di andare un passo avanti, e tocca il cuore degli americani, sempre pronti ad entusiasmarsi per quegli aceti – il Balsamico e l’invecchiato – capaci di raccontare una storia in una goccia. Con la moglie Luciana percorre le strade del mondo, facendosi riconoscere per eleganza e sobrietà, accompagnati da una innata empatia ed una forza comunicativa formidabile. La battuta facile e la passione per il suo prodotto e il suo lavoro gli consentono di allacciare rapporti preziosi, chiudendo il cerchio con gli altri capostipiti del Balsamico modenese: Giorgio Fini, Elio Federzoni e Giuseppe Giusti. Adriano ama le cose fatte in regola, e propugna l’idea di qualità in entrambe gli universi del Balsamico: sia la IGP Modena che il Tradizionale, che poi acquisirà la DOP. Adriano è un motivatore, ma un motivatore lungimirante: avverte l’urgenza di una tutela per il prodotto ed è instancabile propugnatore della costituzione del Consorzio di Tutela, fino al 1993 quando raggiunge il suo obiettivo: resterà vicepresidente fino al 2001, quando poi in varie funzioni sarà affiancato in azienda e nelle cariche istituzionali dalla figlia Mariangela, che con caloroso eloquio racconta le vicende di famiglia.

Adriano Grosoli in un'immagine promozionale dell'Aceto Balsamico del Duca 

Lei che voleva diventare commissario di polizia, e fu esortata dal padre a completare gli studi giuridici: “Perché le cose non si fanno a metà”, e che poi entrò in azienda fino a prenderne la guida. Adriano ha continuato a frequentare il suo ufficio fino alla venerabile età di 88 anni, e tutt’ora, nonostante gli acciacchi, non perde occasione per informarsi: “Di là come va?”, con una sintesi che dà per scontato il dove e il come. Agitatore di cose e di uomini, colto della cultura sanguigna e terricola delle genti emiliane, dedito al lavoro ma anche al vivere a tutto tondo: lo sport compagno di vita, lo sci e il nuoto, e la fame di novità che lo ha condotto per il mondo. Nel mondo ha anche trovato il nome per il suo aceto: che ai mercati orientali risultava impossibile anche solo visualizzare il nome Gròsoli, con l’accento sulla prima sillaba, e pescò nella storia del territorio una nomenclatura più “globalizzabile”: gli Este, così legati a Modena, avevano di certo nelle loro cantine qualche botticella di aceto, fosse il Forte, il Mezzano o il Balsamico. Supportando la meritoria opera di restauro del ritratto del Duca Francesco I di Velasquez rese possibile accostarne il nome al Balsamico di casa Grosoli, ed ecco il marchio – il brand, come si dice – giunto fino a noi.

Ma questo non è un caso isolato: Adriano ha tenuto alta l’attenzione per la propria terra con iniziative di supporto di attività di vario genere. Usava dire: “Restituiamo qualcosa di quel tanto che questo territorio e questo prodotto ci hanno dato”. E non erano soltanto parole.