Dalla Normale di Pisa all'allevamento di capre, la scelta radicale di Martino Patti

Era uno storico specializzato nel periodo delle Guerre Mondiali poi, 10 anni fa la svolta: "Ho aperto Cascina Badin per tornare a una vita dignitosa"
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"Io amavo la mia vita precedente, ero e sono convinto che il mio lavoro di storico specializzato nel periodo delle Guerre Mondiali e della Memoria significasse qualcosa. Non ho cambiato stile di vita e occupazione perché ne ero stanco, non ho lasciato le aule universitarie perché avevo perso il senso delle cose, ma perché la mia anima era oppressa. Sono arrivato a Cascina Badin, l'ho creata, perché cercavo una vita più vera, qualcosa che avesse un senso. Qualcosa che avevo perso: la dignità del lavoro svolto". Martino Patti, torinese classe '78, fa parte di un nutrita fetta di popolazione che è emigrata al contrario, lasciando la grande città per dedicarsi alla campagna, alla terra, nel suo caso all'allevamento. Eppure si distanzia da molte di queste storie per un solo attimo, che significa tutto. Il motivo. "La ricerca della verità" non come dato oggettivo, ma come senso filosofico della vita. E del lavoro che svolge da 10 anni a Castagneto Po

"Quando con mia moglie e i miei suoceri, che dopo la pensione hanno cominciato ad aiutarci, abbiamo scelto questi terreni alle porte del Monferrato, non erano in perfetta forma. Ora un po' alla volta li bonifichiamo, li riportiamo alla vita". La bonifica, per Martino non è solo un atto dovuto al terreno e una necessità per proseguire nel suo lavoro, ma una via di mezzo tra una metafora e un simbolo. "Il mio animo era in un pantano quando lavoravo a tempo pieno nel mondo accademico. Sono stato lungo tempo all'estero", ma la maggior parte dei problemi per lui sono arrivati quando ha cominciato a lavorare stabilmente in Italia.

Martino Patti 

"Il sistema è profondamente marcio dall'interno, le raccomandazioni sono all'ordine del giorno, ma soprattutto mi pesava dover avere un rapporto così finto con le persone attorno a me, parlarci" solo per un tornaconto e dover sottostare a qualsiasi ricatto lavorativo. Una storia sentita più volte, che trova però qui una sensibilità diversa. Uno stop. "La mia anima era sempre più oppressa, situazione aggravata dal non riuscire, nonostante tutto, a provvedere alla mia famiglia. Svendere la mia integrità per il nulla, nonostante sembra sia la norma, era troppo. Oggi equivarrebbe a dover vendere il mio prodotto ottenuto con grandissima fatica allo stesso prezzo di un industriale. Una grande e immensa menzogna". Il senso della verità l'ha incontrato solo poi. "Prima il mio lavoro era formare nuove generazioni, ma quando ho lasciato tutto e per guadagnare mi sono trovato a fare lavori umili, con padri di famiglia sottoposti a condizioni quasi estreme, ho colto il punto. Il senso". Ovvero la dignità. "La stessa che ho sentito mia quando ho venduto le mie prime uova. Ho guadagnato poco più di due euro, ma erano miei ed erano sinceri". 


La nuova vita l'ha affrontata e scelta in concerto insieme alla moglie, che sottolinea più volte come sia stata "consorte a tutti gli effetti", compagna nelle scelte, nella difficoltà tanto quanto nella fortuna. "Io ho per metà sangue siciliano e quando ho dovuto scegliere cosa fare ho deciso che volevo riprendere la tradizione di famiglia, tornare a quelle estati felici quando con i miei nonni andavo per i campi. Creare qualcosa con le mie mani e vivere di quello". Tutto nasce nel 2010 e dopo una ricerca del luogo perfetto la famiglia Patti è giunta a Castagneto Po, un concentrato di 1800 abitanti a pochi chilometri dalla grande città, "la stessa dove le vecchie generazioni della campagna erano scappate negli anni del boom economico" fuggendo da una zona rurale da sempre in grande difficoltà, dove la cascina è un vero e proprio nucleo sociale fondamentale, ma che tra gli anni '60 e '70 viveva ogni anno della vendita di qualche vitello e poco più. Un territorio socialmente difficile, che non ha subito accolto a braccia aperte il figlio della città che percorreva il tratto inverso, scegliendo di portare una visione decisamente nuova al lavoro che gli abitanti di queste zone praticavano da sempre. "Qui ho pochissime amicizie, sono l'eccezione", ma questo non l'ha fermato dall'impiantare un'azienda etica, fondata sull'onestà del lavoro "che significa prima di tutto pensare alla sincerità del metodo e al rapporto con gli animali. E' per loro che ho scelto proprio questo angolo particolare di Piemonte per fondare Cascina Badin". Fatto che avviene, definitivamente, nel 2012. 

Le capre di Cascina Badin vivono solo al pascolo libero  

Nonostante fosse da sempre affascinato dalla mucca come animale, infatti, le difficoltà "del settore vaccino, praticamente disastrato e probabilmente il più difficile con cui entrare in contatto" l'hanno portato verso altri lidi. "Il prodotto di capra regala più margini e così ho scelto di indirizzare il mio lavoro verso questi animali così particolari. Castagneto Po è per loro", nonostante le difficoltà di terreni particolarmente scoscesi, difficili da coltivare, al limitare del bosco, questo entroterra a mezz'ora dal centro di Torino e anche meno dalle Colline Patrimonio Unesco del Monferrato, si adattano in maniera perfetta alle necessità di una specie che non abbassa la testa per mangiare, ma cerca sempre qualcosa più in alto di lei. "Anche e soprattutto questo significa lavorare onestamente per il benessere animale: rispettare in primis la sua natura". La stessa natura dell'anima che Martino nella sua vecchia vita sentiva sempre più offesa, calpestata e non ascoltata. E che oggi asseconda e coltiva. Mettendo ogni giorno in moto un lavoro etico ed ecosostenibile per tutto il circolo dell'economia aziendale: terra, animale, e uomo.

Il segreto di un prodotto eccellente, per Martino è uno solo: "trattare l'animale con dignità" 

Cascina Badin è un'azienda piccola, che affronta il mercato un po' alla volta, senza voler fare grandi passi (anche se l'ecommerce sta per arrivare, manca poco più di un mese) e in perfetta sintonia con l'approccio generale del suo fondatore, il lavoro quotidiano si muove sull'impronta della pura eccellenza gastronomica: "Un risultato naturale se si vive come noi in una dimensione eco-friendly, rispettosa dell’ambiente e dei suoi naturali cicli vitali, senza packaging di plastica", sostituendo l'allevamento all'aria aperta con la stalla solo quando necessario e nutrendo le capre al chiuso solo con fieno magro di collina, senza ricorso ai mangimi iperproteici. Nascono così la robiola, la ricotta di capra, i tomini monoporzione, lo yogurt di capra colato alla greca nei teli di lino ("la ricetta me l'ha insegnata mio suocero, lui è nato in Albania, quasi al confine con la Grecia, e fa parte della sua tradizione culinaria"), diversi formaggi stagionati nel carbone vegetale, la toma "Saronsella" e altre tipologie di tome.

Il rapporto con il pubblico è difficile, i formaggi di alta qualità ancora poco capiti. Il problema? Parte anche "dall'alta ristorazione, gli artigiani troppo spesso ne sono tenuti fuori"  

"Rapportarci con i rivenditori non è facile, solitamente lavoriamo nell'ordine di pochi pezzi perché risulta quasi impossibile spiegare ai clienti come mai c'è una disparità di prezzo così forte tra il mio prodotto e quello che nella stessa enoteca magari trovano al 50% in meno. Lavoro molto con la Toma, ma oggi non vale niente, i prezzi di media sono gonfiati e la qualità ne risente profondamente". Un altro intoppo con la verità e l'onestà. "Piano piano stiamo riuscendo a fidelizzare i clienti e ne sono contento, anche se l'azienda non è ancora perfettamente a regime economico e il processo è lento". Il problema? Culturale. "Non c'è la consapevolezza di ciò che mangiamo e la colpa è anche di una certa fetta di alta ristorazione. Se mi reco in un ristorante due stelle Michelin e nel carrello dei formaggi non trovo nessun prodotto di artigianato, che sia locale o meno, capisco che il problema è endemico. E il cambiamento ancora molto lontano". Ma almeno qui Martino si sente in diritto, e in grado, di dire la sua a voce ben alta. E di portare avanti una rivoluzione silenziosa ma inarrestabile. Proprio perché consapevole e sincera.