Le tre vite di Elisa Mazzavillani, vignaiola per caso che ha sognato un altro Sangiovese

Elisa Mazzavillani  
A Terra del Sole porta avanti l'azienda agricola che era il sogno del padre, e che porta il nome della madre, Marta Valpiani. E le sue bottiglie fanno il pieno di riconoscimenti, anche grazie a scelte senza compromessi
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Da mille anni e dispari la Fortezza di Castrocaro sta lì appollaiata sul sasso spungone, facendosi forza e facendosene forza. Imprendibile prima, inutile poi, il maniero forte si è trovato improvvisamente ad essere superato dai tempi, così scomodo che nessuno dei potentati dell’epoca ne volle far altro che cava di pietra. Ma così immensa era la dotazione di mura e contrafforti che poco danno il corpo di fabbrica ne ebbe, e ora mentre sali verso la collina lo passi di lato, che ti osserva con una sussiegosa indifferenza. E pure il sasso spungone, che ti segue curva dopo curva con il suo corredo infinito di fossili affioranti a milioni, così grigio e scuro nelle giornate grigie e scure, e capace di prendere vita e luce sotto il sole diritto di Terra del Sole.

Che Terra del Sole in effetti è pochi metri più in là, ancora fortezza e ancora mura e ancora storia, tanta quanta ne percola dai reperti toponomastici di questa Romagna Toscana, che è un ossimoro solo per chi non ha mai varcato la Via - qui è solo e unicamente la Via Emilia - ed è nato ier l’altro.

A Terra del Sole nacque non molti lustri or sono, che abbiamo ancora il coraggio di dirla “ragazzissima”, Mazzavillani Elisa fu Delio, la vignaiuola che conduce l’Azienda agricola Marta Valpiani, la di lei tostissima madre. Mentre con gli occhiali e con la vocina racconta senza sprecare nemmeno una interiezione le sue vicende, Elisa potrebbe dare all’occhio distratto un’idea di fragilità e di delicata schiettezza. Perfettamente centrata la seconda, del tutto fuori bersaglio la prima. Elisa ha la testa durissima, ma non alla moda di quelli che non cambiano mai idea: anzi, è capacissima di rivoltare la sua vita per inseguire un’idea. Che quando poi si convince, lo fa senza remissione. Infatti non avremo tema di smentita nell’affermare che Elisa nella sua ancor breve corsa sul pianeta Terra ne ha vissute almeno tre.

Eccola dunque la nostra ragazza, quando era ancora più ragazza di adesso, a fare la vita cittadina di Ravenna, tutta piena di strusci e bei vestitini, all’ombra della vitale attività di elettrauto di mezzi pesanti che Delio mandava avanti con Marta al Porto di Ravenna. Ragioniera con un paio di anni di Economia nelle tasche, Elisa si trova bene in una azienda di città, al riparo delle scrivanie fortificate dell’amministrazione, con i suoi orari precisini e le mani curate e tutto. Elisa allora il vino manco lo vedeva, nel bicchiere. Dunque l’ascoltiamo raccontare e raccontarsi, al riparo della retorica trisavolista, che ormai pare che se non hai tre o quattrocento anni di storie vinicole familiari sulle spalle non hai la patente di vignaiuolo: Delio aveva il desiderio, il sogno del podere in collina, ma più per l’esigenza del buen retiro che per l’ansia arcadica dell’agricolo di ritorno. Acquista un po’ di terre, in capo a Marta, ed è un segno del destino: cinico e baro come si direbbe altrove, che Delio scompare troppo presto e Marta non se la sente di portare avanti l’azienda da sola, e si ritira in campagna.

Il vino lo fa per scherzo prima, per vero poi: con l’aiuto di professionisti e lo sguardo perplesso di Elisa, che verso la fine degli anni Zero inizia ad avvicinarsi al tema. Un po’ per affetto, un po’ perché si guarda attorno e i vestitini e lo struscio non le paiono ragione di vita. Eppure nel Grande Disegno di Elisa l’azienda agricola proprio no, non c’era, e tantomeno il vino. Ma quell’alchimia, quella magia - per meglio dire - inizia ad affascinarla prima, ad irretirla poi tanto dal rinascere ad una seconda vita. Inizia a bere - che da queste parti si va al sodo, e degustare pare un verbo troppo cicisbeo - per capire prima, per imparare poi, per decidere la via infine: il lavoro di scrivania è presto dimenticato. Ma già dal 2011 inizia a mettere in discussione il modo consueto di fare vino di quelle parti, accendendo discussioni feroci con Marta che invece in quelle consuetudini credeva fermamente, e passo dopo passo inizia a riscrivere il paradigma del Sangiovese di Romagna secondo Elisa. Lo affina e lo affila, scavandone le grassezze dall’anima, e producendo bicchieri tersi e diamantati come poche volte si è visto qui tra i calanchi. E il Sangiovese diventa Farfalla e spicca il volo: ci si accorge di Elisa e dei suoi vini, del suo sguardo luminoso e dei suoi modi gentili, almeno fino a quando non le cammini sui calli: perché allora l’occhio si fa tagliente e la voce schiarita e sonora prende a dire le cose, senza mandarle a dire. Appunto.

Elisa mette mano anche all’Albana, intitolato Delyus in ricordo del padre, e ne esce un vino dal colore seducente e dal carattere burrascoso, seppur compostamente, aprendo il corso della sua terza vita, quella dei vini senza compromessi.

Gli anni rotolano uno sull’altro, come i riconoscimenti: Slow Food prima con il Sangiovese poi con l’Albana (14 e 15) poi il prestigioso Tribicchieraggio (del Gambero Rosso) per un altro Sangiovese, il Crete Azzurre, figlio proprio di quei terreni di Sasso Spungone di cui non puoi che innamorarti a prima vista. Elisa non perde il senso di gravità e resta piombata a terra: lavora sodo, espianta e reimpianta, cambia le etichette, le cosparge di fiori dai reconditi significati. Demolisce colline e costruisce cantine, muri, bottaie e l’ultima, luminosissima sala di degustazione da cui si gode lo strepitoso panorama della valle. La Fortezza in lontananza, che pure qui è Fortezza.

E quassù il Capitano del Cassero è femmina, e si chiama Mazzavillani Elisa, professione vignaiuola.