Quando un Barolo o un Amarone costano 9 euro: viaggio nella giungla dei prezzi

Com'è possibile che vini di denominazioni prestigiose siano in vendita a prezzi stracciati? Cosa garantiscono Doc e Docg? Qual è il ruolo dei Consorzi? Chi controlla i controllori? Come funziona il sottocosto? Un'inchiesta per saperne di più, e spiegare molti paradossi
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Siete un consumatore medio. Il vino vi piace, con moderazione, ma non vi si può certo definire "esperti". Ecco, ora siete al supermercato, e davanti a voi file e file di scaffali ricolmi di bottiglie, di ogni cantina e provenienza. Scegliere è difficile, molto difficile. Istintivamente, forse, sarete portati a comprare quelle le cui fascette recitano "Doc" o Docg" perché, magari solo per sentito dire, sapete che hanno una garanzia in più. Meglio ancora se sulla bottiglia c'è scritto “riserva”, che suona così rassicurante ed è sinonimo di importanza, in quanto il vino in qualche modo e in qualche forma, ha maturato di più rispetto agli altri.

E poi c'è l'altra variabile: il prezzo. Che conta, e non poco, inutile negarlo. E a volte sembra di trovare la quadratura del cerchio: la bottiglia è Doc, la denominazione importante, dal Barolo all'Amarone. E la targhetta del prezzo ammicca invitante con cifre alla portata di tutti: 9,99 euro o anche meno. Ma come è possibile che costino così poco? Anche 5 o 10 volte meno di altre bottiglie altrettanto Doc, e di stessa denominazione? Certo, il mercato è uno dei fattori, e c'è il valore dei singoli marchi. Ma per il nostro consumatore medio rimane un bel mistero. Quello che  spesso non sa, però, è che non per forza i vini con il bollino sono migliori di quelli che non la hanno.

Il ruolo di Doc & Co. 


Le denominazioni, infatti, sono soprattutto certificati di nascita, non necessariamente certificati di qualità. Certificano che il vino proviene da uve di una determinata regione o area geografica e che i produttori hanno rispettato un disciplinare che fissa le regole del processo di produzione: le tipologie di vtigni ammessi, il loro rispettivo invecchiamento, quanta uva ogni anno è possibile produrre, il colore, l'odore, la gradazione alcolica, l'acidità. Qualsiasi prodotto italiano che si fregi di una denominazione segue un disciplinare validato dal ministero delle Politiche agricole. Vino incluso. Un Montepulciano d'Abruzzo può essere chiamato Montepulciano d'Abruzzo se prodotto con le omonime uve almeno all'85% e se ha determinate caratteristiche organolettiche. Mettiamo però il caso che un piccolo produttore decida di utilizzare per l'80% Montepulciano e per il restante 20% uva autoctona del suo vigneto. È una tradizione della sua azienda vinicola, i suoi nonni tagliavano il vino con quelle uve sconosciute ma altrettanto interessanti, ma non avendo rispettato le percentuali previste non potrà ottenere la fascetta. Se quello stesso vignaiolo, si attiene alle percentuali citate ma il suo vino contiene una maggiore acidità non otterrà comunque la certificazione.

Attenzione: questo non vuol dire che il suo vino sia cattivo o di scarsa qualità, anzi, in alcuni casi può addirittura essere migliore. Chi non ottiene l'agognato bollino, non ne fa richiesta o ha deciso di non chiederlo più non fa per forza un vino peggiore, e sul piano formale è soggetto alle stesse leggi dello Stato degli altri. A questo punto entra in gioco il consumatore, perché se da una parte ci sono le regole dall'altra c'è la percezione di chi compra. E per quanto riguarda le Doc, il nome ha una valenza molto importante nell’immaginario collettivo di chi non ha grandi conoscenze nel settore. Come bevitori amatoriali basiamo le nostre scelte soprattutto su quello che leggiamo: “Ah ma è Doc, allora è un buon vino”. Poco importa se quello che si sta acquistando è un Prosecco Doc a 2,99 euro, è la fascetta che conta.

 

Le campagne pubblicitarie intraprese dalle denominazioni si sono spesso appropriate della parola “qualità” rendendo vulgata il principio secondo il quale se una bottiglia è stata insignita della fascetta Doc o Docg è migliore delle altre che non ce l'hanno. In termini di valore, secondo i dati Ismea, nei primi due mesi del 2021 i vini con denominazione doc e docg hanno pesato del 42% sul totale. In termini di volume, invece, del 32%. “Qualità – spiega Daniele Cernilli, giornalista ed esperto di vino – può voler dire che garantisco al consumatore che dentro quella bottiglia c’è esattamente quel che viene dichiarato in etichetta, con un controllo delle filiere e del processo di produzione, attraverso le regole contenute in un protocollo. Ti do la patente, puoi guidare la macchina, ma non sei diventato Sebastian Vettel”. Quindi c'è chi all'interno delle denominazioni riesce a produrre grandi vini, dove la sartorialità delle produzioni e della valorizzazione del marchio sono estreme, chi immette sul mercato vini semplicemente corretti, e altri, invece, vini mediocri a prezzi bassissimi. Tutte e tre le categorie seguono gli stessi canoni del disciplinare di appartenenza.

Chi paga davvero un vino con un costo basso? 

La questione del prezzo, lo abbiamo accennato, penalizza l'immagine delle denominazioni, soprattutto quelle con più storia e rilievo. Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro. Il vino è un prodotto strettamente legato al territorio e per questo la legge detta una serie di regole sulle denominazioni che è possibile attribuire ai singoli vini (Doc, Dogc, Igt). Pensiamo una piramide dove in basso c'è il vino da tavola, più semplice e con meno pretese, e al vertice ci sono Docg seguite dalle Doc, che ambiscono ad essere vini di maggior rilievo. Un habitat composto da piccoli vignaioli, cantine con storie centenarie, aziende familiari e grandi cooperative che si suddividono 660 mila ettari vitati, di questi 415 mila sono coltivati a Dop (Doc e Docg) e 98 mila a Igp. Le imprese sono 310 mila. Calcolatrice alla mano viene fuori che in media ogni azienda gestisce poco più di 2 ettari. Quindi da una parte ci sono poche grandissime realtà che coltivano migliaia di ettari (più in generale, oltre il 50 per cento della produzione afferisce al mondo della cooperazione), dall'altra centinaia di produttori coltivano fazzoletti di terra. Una cornice che delinea il complesso mondo del vino dove si confrontano tanti piccoli vignaioli e poche grandissime aziende, che convivono anche all'interno dei Consorzi. E che non è sempre facile mettere d'accordo.

Una volta visti gli attori in campo è più semplice capire come funziona l'intero sistema. Molte denominazioni, soprattutto le più prestigiose, viaggiano a una doppia velocità. “Il 20-25% della produzione – spiega Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di tutela del Barolo e del Barbaresco – viene venduta dalle aziende viticole con il proprio marchio a prezzi elevati” attraverso il canale Horeca (ristoranti, bar e hotel), mentre la restante parte raggiunge i canali della grande distribuzione. Come? “Spesso vendendo il vino sfuso agli imbottigliatori”, che per loro natura acquistano il vino al prezzo più basso possibile per poi rivenderlo. È un fenomeno fisiologico dietro al quale si cela un cortocircuito: per sua natura chi imbottiglia non ha l'ambizione di valorizzare il marchio collettivo, quindi vende a prezzi bassi, anche nel caso delle denominazioni, appiattendo il valore commerciale delle Doc e Docg. “Per evitare questo fenomeno, e stiamo cercando di farlo ma non è semplice, le aziende agricole dovrebbero loro stesse imbottigliare gran parte del vino”. A molti, però, cambiare non interessa perché il sistema paradossalmente è economicamente soddisfacente.

Il problema, infatti, non è il costo di produzione bensì la risposta al meccanismo tra la domanda e l'offerta. L'offerta è rigida: c'è un'area di produzione, ci sono gli ettari e le rese quasi sono sempre le stesse. I costi sono simili quasi tutti gli anni, cambiamento climatico permettendo. Quello che fa il prezzo, dunque, è la domanda, che può essere influenzata anche da situazioni congiunturali, come la Brexit o la pandemia. Nel caso le richieste non crescano anziché ridurre la produzione (con decisioni che possono mettere in campo i Consorzi di tutela) molte realtà preferiscono vendere a prezzi stracciati. E se è vero che la vendita sottocosto è vietata, una legge del 2001 ne regola le eccezioni: è consentita solo un massimo di tre volte l’anno, “previa comunicazione ufficiale almeno dieci giorni prima dell’intervento”.

In questo mondo di grandissimi e piccolissimi, gli interessi spesso entrano in conflitto. Se da una parte ci sono produttori che hanno come ambizione di ricercare il giusto valore e quindi non svendere il proprio prodotto, tanti altri non se ne curano e seguono le mere regole del business. Puoi trovare un Chianti riserva a 5 euro ma anche a 70. Si sfrutta il brand perché la Docg tira ed è innegabile. In Italia, spiega Giovanni Lai, direttore commerciale della cantina Biondi Santi, “dovremmo avere un modello tipo Champagne, ovvero una diffusione orizzontale del valore”. Vendere il vino a un prezzo irrisorio danneggia l'importanza dell'intero gruppo. “Dobbiamo fare un passo in avanti: la denominazione, insieme ai Consorzi, deve custodire un concetto di cultura del vino che è territoriale”. Anche a partire dal costo. “Se si continuano a fare le guerre del prezzo – dice Lai – non abbiamo capito nulla della nostra storia vitivinicola”.

E i consorzi cosa fanno?

I Consorzi collegati alle denominazioni, di cui i viticoltori fanno parte, hanno i loro strumenti per far sì che il vino non venga svenduto: investire sulla promozione per far aumentare la domanda, ridurre le rese o, in alcuni casi, distillare il vino in eccesso trasformandolo. Nel primo caso, le operazioni pubblicitarie o le campagne di marketing servono proprio a dare valore alla denominazione e far sì che la domanda di vino imbottigliato aumenti, in modo tale che le aziende ricevendo più ordinativi riducano l'immissione nel mercato del vino sfuso, poi rivenduto da altri a prezzi bassissimi. L'altra azione che si può intraprendere è il controllo della produzione, contingentando le cosiddette rese, ovvero quanti quintali di uva è possibile produrre per ogni ettaro. Così facendo si tiene sotto controllo la quantità, che se alta rispetto alla domanda porterebbe portare il vignaiolo a far scendere ulteriormente i prezzi pur di vendere tutti gli ettolitri prodotti. La riduzione delle rese viene decisa dalla maggioranza dall'assemblea dei soci del Consorzio. In questo contesto, però, le decisioni vengono prese con voto ponderato: uno non vale uno, perché il voto di ogni socio, vignaiolo o cooperativa che sia, pesa in base la quantità prodotta nella precedente vendemmia. I grandi – soprattutto le cooperative che producono migliaia di bottiglie all'anno o gli imbottigliatori – hanno più voce in capitolo dei piccoli. E sono queste che quasi sempre lavorano sulla quantità anziché sulla qualità, proponendo vini (anche con denominazione) a prezzi molto bassi. In alcune occasioni questo meccanismo ha creato delle storture di cui alcune associazioni si lamentano da anni: recentemente la Federazione italiana vignaioli indipendenti, Fivi, che raccoglie oltre 1.300 produttori, ha inviato una lettera al sottosegretario delle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, per chiedere di intervenire sul meccanismo decisionale, in cui non si considera minimamente né il numero dei produttori, né quanto questi contribuiscano alla tutela della qualità e del paesaggio della denominazione.

“Ci sono stati dei casi – racconta la presidente Matilde Poggi – in cui è stato deciso di avviare grandi campagne di marketing che non interessavano alla maggior parte dei singoli produttori del Consorzio ma sono comunque state deliberate”. Il voto “è nelle mani di pochi grandi gruppi e cooperative che decidono in solitudine le scelte di indirizzo strategico di gestione della denominazione”. Sorge quindi una domanda: perché le aziende più grandi, che molto spesso lavorano sulla quantità più che sulla qualità, dovrebbero propendere per far scendere le rese? Certo è che abbassarle non è rimedio di tutti mali. In alcune denominazioni il numero è stato talmente ridotto da mettere a rischio la sostenibilità della produzione dei singoli vignaioli che si sono ritrovati a guadagnare meno di 5 mila euro per ettaro. Le uve in eccesso sono state destinate al mosto parzialmente fermentato, che serve soprattutto alle industrie degli spumanti rosati dolci che molto spesso vengono venuti a prezzi irrisori nei discount. Insomma, si dovrebbe trovare un compromesso che non sempre la maggioranza dei produttori all'interno i Consorzi ha interesse a raggiungere, anche per i problemi di rappresentanza di cui sopra.

Lo scoglio burocratico

Un vino per poter ottenere la fascetta della denominazione deve attraversare un lungo iter di controlli. Verifiche documentali, ispezioni in campo e in cantina. Per le Doc e le Docg il piano dei controlli impone anche l'analisi chimico-fisica ed organolettica di tutte le partite di vino immesse sul mercato. L'ultima fase, quindi, è quella dell'assaggio attraverso le commissioni di degustazione, composte soprattutto da enologi e agronomi, che procede con l’analisi organolettica. Forse è quest'ultima la fase più criticata, ma su cui in molti non vogliono esprimersi pubblicamente: “Ci sono casi imbarazzanti – sostiene un imprenditore del settore a patto di non essere citato – in cui enologi giudicano i vini prodotti nella cantina in cui lavora”. Tenendo conto che gli assaggi avvengono alla cieca, le accuse sono tutte da verificare e senza prove rimangono speculazioni. Un dato è certo: ottengono la fascetta, passando anche per le commissioni, sia vini costosissimi sia omologhi, della stessa Doc o Docg, commercializzati a prezzi irrisori. Non è di certo il prezzo che viene valutato, ma la conformità al disciplinare. “Il controllo sistematico e capillare – sostiene Francesco Liantonio, presidente di Valoritalia, uno dei più grandi enti certificatori – è un elemento di garanzia per il mercato e per i consumatori, ed è il frutto di scelte importanti condivise da tutta la filiera vitivinicola. Il comparto del vino è oggi sicuramente il più tutelato di tutto l'agroalimentare italiano”. Le bocciature però non sono molte. Lo stesso ente, nel 2019, su 11.066 verifiche ispettive ha registrato 249 non conformità gravi, tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori. Altre 1.545 invece sono di lieve entità. Le prime sono quelle segnalate all'Ispettorato centrale repressione frodi, che decide se sanzionare o declassare il vino non conforme.

 

Dunque perché scegliere un Amarone Docg a 70 euro se allo scaffale lo trovo anche a 9 euro? E come giustifichiamo al consumatore che il primo è meglio del secondo se hanno la stessa fascetta? Difficile rispondere, perché se le Doc e le Docg, che pure hanno indubbi meriti (è grazie a queste che, per esempio, un vino non può essere chiamato Franciacorta se prodotto negli Stati Uniti), non riescono però a far distinguere la diversa qualità e i diversi costi di produzione. Il rischio è che la moneta cattiva scacci quella buona, che a parità di denominazione il vino mediocre e a basso prezzo penalizzi quello migliore, artigianale, o comunque più curato nella produzione. Ovviamente è lecito che ognuno faccia i conti con il proprio gusto e con il proprio portafoglio.