L'invasione dei cinghiali e quella lenticchia che rischia di scomparire

"Ogni anno decine di migliaia di turisti arrivano qui per i nostro prodotti. Le lenticchie in primi"  
Campi devastati e raccolti rovinati per l'area di Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo. Ma, denuncia il leader dei coltivatori Ettore Ciarrocca, le istituzioni non prendono provvedimenti per difendere il prodotto, presidio Slow Food
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Settanta abitanti attivi su una popolazione di 100 persone, un indotto turistico di più di 30mila utenti l'anno e un'unica ricchezza, la Lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, Presidio Slow Food, che rischia di scomparire nel silenzio più totale, o quasi, delle istituzioni. La causa? Le incursioni sempre più frequenti di branchi di cinghiali estremamente numerosi, che devastano i campi e a fronte dei quali non è stata preso ancora nessun provvedimento. Nonostante le numerose proteste dei coltivatori, capitanati da Ettore Ciarrocca, novello "Don Chisciotte, o almeno così mi sento negli ultimi anni". 


Una manciata di anni in cui la condizione di questo piccolo borgo sul Gran Sasso è cambiata radicalmente. Nel bene e nel male. "Noi il problema dei cinghiali non l'abbiamo mai avuto" comincia a raccontare Ciarrocca, deluso e stanco. "E' cominciato tutto attorno al 2005-2006, quando la popolazione dei cinghiali ha cominciato a crescere apparentemente senza motivo. Qualcuno dice che sono stati immessi dai cacciatori, altri che sono arrivati dalla Romania, ma in realtà nessuno conosce il vero motivo. Fatto sta che, complice anche la possibilità per loro di mangiare cibo complesso e sano, proveniente da campi coltivati e non dal sottobosco, hanno cominciato a crescere esponenzialmente, anno dopo anno. Attualmente attorno al mio campo c'è un branco di circa 70 capi che continua a mangiare il grano". Numeri impressionanti capaci di crare danni anche con il solo passaggio su un campo coltivato, proprio a causa della mole e della quantità di animali. Campi totalmente inutilizzabili, buche, terreno danneggiato, prati impossibili da falciare e curare, il grano inesistente: già a elencare così la situazione sembra un campo di battaglia da tregenda. Basti pensare allo zafferano, delicatissimo fiore i cui campi sono spesso tra il novero delle vittime. 

Una fase della raccolta  

Eppure il problema va ben oltre quello meramente materiale e tangibile. Il rischio, come sottolinea Ciarrocca, è la rottura di un'economia di comunità perfettamente oliata, perfettamente circolare e basata, anche, su una forte solidarietà tra i pochissimi abitanti del paese. Un paese che da circa 10-12 anni vive una condizione socio economica mai vista prima. Quello di meta gastroturistica di eccellenza, capace di attirare attorno ai suoi prodotti, alle sue lenticchie, decine di migliaia di visitatori ogni anno: "A Santo Stefano di Sessanio siamo circa 100 abitanti dichiarati, compresi i 90enni. All'Agenzia delle Entrate risultano circa 67 Partite Iva regolarmente lavoranti, piccole aziende sane, dalla bottega al paese che vende le lenticchie lavorate al trebbiatore, passando per me che coltivo il prodotto a monte, o per chi gestisce le piccole attività del borgo capaci di fare accoglienza". Un connubio tra agricoltura e turismo raro, sicuramente quasi unico nelle aree montane oggi tanto attenzionate dalla Comunità Europea che cerca, tramite le sovvenzioni e i bonus, di salvare dallo spopolamento più totale. Qui "dallo spopolamento ci eravamo salvati da soli. Io stesso sono un ingegnere meccanico tornato alla storica attività di famiglia". Ma tutto questo rischia di scomparire in pochi anni, perché "se vivi la tua vita pensando che il ritardo anche solo di un'ora nella trebbiatura del raccolto può costarti un intero anno di lavoro, alla fine molli. Se la situazione continua così non resistiamo più di una generazione, molti miei amici stanno pensando di mollare, tanti già non riescono più a produrre da anni". Nonostante continuino a lavorare durante l'inverno: "È una situazione di stress lavorativo che va oltre" spiega Ettore, " l'ansia della grandinata o del gelo. Quello è parte del rischio del mestiere, questa invece una lotta impari". Con i famigerati soccorsi che non arrivano. 

Migrazione verso le grandi città: sfida vinta. Terremoto del 2016: sfida vinta. Invasione dei cinghiali: sfida rimandata a data da destinarsi. Perché di fatto, quello che Ettore lamenta è l'essere lasciato solo, in uno stato di rimbalzi di responsabilità burocratiche che racconta una vecchia, già sentita, trita e ritrita, storia italiana. "Ho fatto un solo errore, non aver mai adito a vie legali, non essermi mai interessato se fosse possibile. Con gli enti preposti alla gestione di queste zone, in primis il Parco (Nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga, ndr) abbiamo sempre cercato il dialogo. Ma non abbiamo mai avuto risposte concrete, nonostante siano stati fatti alcuni incontri. Non voglio fare a scaricabarile, non voglio cercare il capro espiatorio più facile, ma c'è qualcosa che non va". C'è qualcosa che non va se l'unica politica fattiva che viene attuata è quella dell'indennizzo (ma come si può quantificare realmente un danno simile?), se gli agricoltori passano le estati a osservare il Corpo Forestale che si occupa di censire buche e danni al raccolto inesistente "invece di occuparsi di tutelare il territorio attivamente. Questo non è anche un danno erariale?". 

Ma soluzioni attive a questo problema esisterebbero? Si, ma la realtà dei fatti si intreccia con la beffa, nel racconto ricco di verve, energia e passione dell'agricoltore abruzzese. "Molti paesi nei dintorni hanno recintato con l'elettricità (una delle poche soluzioni accettate dal Parco) intere aree coltivate, ma per la conformazione fisica del nostro paese risulta molto difficile": appezzamenti di terra molto piccoli, già difficili da gestire con trattore e trebbiatrice, e soprattutto impegni economici che i piccoli imprenditori non si possono assumere. Recintare l'intera vallata? "Forse, ma non possiamo sicuramente occuparcene noi. In realtà non saprei nemmeno immaginare di chi possa essere la competenza per un lavoro simile e se ci sia la volontà di farlo. L'unico bando attivo riguarda il finanziamento di recinti per piccoli o piccolissimi agricoltori. In primis hobbisti, chi lo fa per la propria casa". Un cane che si morde la coda. Almeno due volte, avvitato su sé stesso: "ciò che trovo più insopportabile è che due anni fa, prima del covid, ho sottoscritto un contratto di appalto con il Parco per gestire le gabbie di cattura dei cinghiali. Va bene per loro come Ente, andrebbe bene per noi agricoltori come soluzione, ma in realtà il progetto non è mai partito". Perché? "Perchè il Parco sta discutendo con l'Asl competente di quale numero mettere all'orecchio del cinghiale prima di catturarlo e portarlo nelle riserve di caccia. Da due anni". 

E alla domanda se si senta o meno stanco, l'agricoltore passionario risponde così: "Si, di combattere con i mulini al vento. Fra qualche giorno scriverò al Ministero dell'Agricoltura, ma in realtà non ce la faccio più a passare per quello ossessionato. A essere l'unico che combatte. Lo scriva: non voglio essere polemico, mi sono limitato a fotografare un fatto".