"La grande fatica dei sorì", Moncucco, il Moscato e il Piemonte di Cesare Pavese

Un particolare delle vigne di Moscato (foto\\ Fondazione Cesare Pavese) 
Una passeggiata tra pagine e vino nei luoghi dello scrittore e poeta, le cui parole sembrano risuonare nell'aria ancora oggi 
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“Ricordo bene quelle sere, e noialtri seduti sul trave, nell’odore fortissimo dei tigli” così Anguilla, il protagonista de La luna e i falò, ripensa ai giorni trascorsi in una Langa antica dove i boschi si alternavano alle vigne. Settembre è il mese del moscato e di quel profilo olfattivo così delicato e complesso, dove acacia e glicine, pesca e rosa, accompagnano il profumo di tiglio. Santo Stefano Belbo è Pavese ed è Moscato d’Asti, legati da un rapporto che nasce dalla vigna e da quella terra bianca che la contraddistingue.

Terra di marne e arenarie che si è formata grazie a sedimentazioni marine, quasi quei mari tropicali che Pavese immaginava. La collina di Moncucco è quella de I mari del Sud e di uno dei suoi versi più celebri, “Le Langhe non si perdono”, che oggi si trova citato nei libri come nelle opere d’arte o sulle etichette. Moncucco, però, è anche la collina per eccellenza del Moscato d’Asti e dei sorì. Non solo appezzamenti particolarmente vocati, ma terroir nell’accezione più pura di questo termine. Veri e propri crus, per buona parte esposti a sud, dove il suolo, con pendenze che solitamente superano il 50%, si regge sui muretti a secco e in legno. I sorì sono anche le vigne storiche più dure da lavorare e ancora oggi meno meccanizzate proprio per via delle forti pendenze. “Faticose sul suolo bruciato” , le descrive Pavese ma allo stesso tempo belle come “un corpo sano sotto un sole d’agosto”. I sorì sono tutto questo: “la grande fatica e la notte che sazia”. Poesia, storia, lavoro e vini di alto profilo, dai profumi floreali ed eleganti come pochi altri. 

Moncucco e "I mari del sud" (foto\\ P. Vaccaneo per Fondazione C. Pavese) 
 

“Moncucco, con Sant’Antonio di Canelli, è una delle zone dov’è nato il Moscato d’Asti” spiega Luca Scavino che, insieme al padre Beppe, ha le vigne proprio qui: “I monaci benedettini, che lo utilizzavano per le funzioni religiose, introdussero questa coltura ai piedi della collina”. A far entrare questo nome nel mito contribuì, però, più della cappa la Martini & Rossi che già negli anni Trenta mandava i suoi tecnici tra questi appezzamenti per acquistare le uve migliori. “Quasi tutti quelli che hanno la vigna qui sono stati un tempo conferitori” racconta Luca. All’inizio degli anni Duemila sarà, invece, la volta di Fontanafredda che dedica a Moncucco un’etichetta, rafforzandone così la fama a livello internazionale.

Uno dei panorami cari al poeta. (Foto\\ Fondazione Cesare Pavese) 


Lungo l’erta che conduce alla Madonna delle Neve ci sono oggi alcune delle cantine che hanno fatto del Moscato d’Asti il loro vessillo: oltre a Scavino con il marchio Cascina delle Rocche di Moncucco, si incontrano le aziende agricole Arione Valerio, Dai Mari del Sud e Gatti Piero, uno dei numi tutelari nel mondo del Moscato, oggi condotta dalla figlia Barbara. Ai piedi della collina c’è la piazza del paese, con l’Albergo dell’Angelo, non più in attività, e il balconcino da dove Pavese guardava il mercato del bestiame. A pochi passi un complesso medioevale ospita la Fondazione Cesare Pavese che negli ultimi anni ha lavorato per legare sempre di più il nome dello scrittore all’agricoltura e alla viticoltura locale. Il suo percorso dei Luoghi pavesiani, infatti, è immerso nelle vigne, la sede stessa della Fondazione con la biblioteca e il museo dedicato allo scrittore confina con l’attività di uno degli enologi visionari che stanno costruendo la grande spumantistica in Langa, Piero Cane. Insieme ai figli Marco e Alberto ha dato vita all’azienda Marcalberto, scommettendo su Pinot nero e Chardonnay. “Proprio Marcalberto, sabato 11 settembre in occasione del Pavese Festival, sarà la prima tappa di una serie di letture in cantina” spiega il direttore della Fondazione Pierluigi Vaccaneo, “che poi ci porteranno a scoprire anche altre realtà come Scavino a Moncucco o Ca Du Sindic a San Grato”. Sempre nella stessa data saranno inoltre inaugurati i cinque itinerari del MOM (Multimedia Outdoor Museum), che raccontano le colline di Pavese secondo percorsi tematici fruibili attraverso un’apposita app con contenuti attivabili in corrispondenza dei totem collocati lungo strade e sentieri. 

Un rafforzamento dei tracciati già esistenti che attraversano le principali colline, come Gaminella, distesa dolcemente verso Canelli. I noccioleti si alternano alle vigne: qui, come in gran parte del territorio, molti coltivatori conferiscono le uve alla Cantina Vallebelbo, realtà cooperativa che, con oltre cinquecento ettari di vigneto, è un punto di riferimento e a Cesare Pavese ha dedicato addirittura una linea di vini. Ci sono poi giovani vignaioli di razza che escono con un loro marchio come Marco Capra, capace di puntare anche sulla Barbera d’Asti, sulla Nascetta e su un grande Metodo Classico da uve chardonnay e pinot nero battezzato “Seitremenda”. Gaminella è un cru dell’immaginario pavesiano: la collina del casot di Padrino, con il rosmarino, la riva di nocciole e il pozzo. Ristrutturato di recente, si può anche visitare. A valle c’è invece la casa natale di Pavese, sempre visitabile, e La Mora, la grande cascina padronale de La luna e i falò. In faccia la collina del Salto, con la casa di Nuto, oggi museo, dove si fermavano un tempo i contadini per comprare le bigonce e scambiare qualche chiacchiera prima di portare le uve alle grandi case spumantiere come Contratto, Bosca e Gancia. Poche curve per arrivare a quel lungo viale dove si sentiva “l’arietta che sapeva di Belbo e di vermut” e conduceva dritto a Canelli, la porta del mondo.
Vigne a Santo Stefano (foto\\Fondazione Cesare Pavese) 

Dalla parte opposta del paese, orientata verso Castiglione Tinella, un’altra collina del mito: Valdivilla, la terra dei Moscati che sanno invecchiare. C’è Sandro Boido di Ca d’ Gal che lascia il suo Vigna Vecchia nella sabbia per cinque anni prima di metterlo in commercio. C’è Riccardo Bianco di Mongioia, con i suoi millesimi, anche lontani nel tempo. Nelle ultime vendemmie si è spinto ancora oltre, sperimentando la vinificazione in anfora: il suo Moscata ha tracciato una strada nuova di cui si coglieranno gli sviluppi nei prossimi anni. A Valdivilla nacque, quasi coetaneo di Pavese, un altro Riccardo che insieme alla moglie Emilia aprì ad Alba, negli anni Trenta, l’azienda di vini che tuttora porta il suo nome nel mondo: Ceretto. I figli Bruno e Marcello decisero nel 1976 di tornare a investire nel territorio di Santo Stefano, sulla collina dei Marini, fondando con la famiglia Scavino l’azienda vitivinicola Vignaioli di Santo Stefano. Il loro Moscato d’Asti è presentato in una iconica bottiglia che nell’etichetta evoca la luna sulle vigne. Viene offerto ai vincitori del Premio Cesare Pavese, che si celebra in ottobre, come a suggellare il rapporto tra vino e letteratura. “Pavese attraverso queste colline riesce a dialogare con l’anima stessa dell’uomo” - spiega Vaccaneo -  “parlando dei contadini che non vogliono lasciare la vigna per non perdere le radici, si rivolge al profugo, all’Afghano strappato dalla propria terra” e diventa così estremamente contemporaneo. “L’odore dei tigli e delle gaggie aveva un senso anche per me” confessa Anguilla ne La luna e i falò. Il ritorno alla terra e il suo significato si colgono attraverso i sensi. L’odore della vigna e dei sorì, il profumo del Moscato di Santo Stefano Belbo, si fanno così linguaggio universale.