Verdicchio, quel "bianco vestito di rosso" che fa bella l'Italia (e le Marche)

Tre verticali per raccontare uno dei bianchi più celebrati della Penisola. Eric Asimov, critico enologico del New York Times: “Per coloro che si aspettano un semplice vino bianco offre piaceri senza complicazioni. Per chi desidera maggiore complessità, ha una marcia in più”
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Il New York Times lo ha definito “bianco vestito di rosso” azzeccando in pieno la peculiarità del Verdicchio di Matelica, vino di grande personalità prodotto in un fazzoletto di circa 300 ettari capace di resistere, anzi migliorare, con lo scorrere del tempo. A prendersi cura di questa piccola e pregiata Denominazione - la Doc risale al 1967 a cui si affianca dal 2010 la Docg con il Verdicchio di Matelica Riserva - è l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT), che segue le aziende (26 imbottigliatrici della Doc e solo 7 della Docg) sparpagliate in 8 comuni dell’Alta Vallesina, unica della regione esposta a nord - sud. Ed è proprio questa esposizione “eccentrica” che crea una condizione climatica completamente diversa rispetto alle altre aree vitate marchigiane, continentale di notte e mediterranea di giorno, senza le brezze marine a mitigare le escursioni termiche così preziose per l’uva. Condizione che, unita alla matrice calcarea dei terreni e all’altitudine dei vigneti - tra 400 e 850 metri sul livello del mare -, compie una magia unica che regala un nettare sapido e profumato di frutta, anche tropicale, ingentilito da delicate nuance di fiori bianchi e, con il tempo, di idrocarburi. Sono uve, queste, che oltre al legno e all’acciaio amano il cemento vetrificato, dove il vino invecchia senza timore al riparo da sbalzi termici e ossidazioni, per andare oltre i 18 mesi previsti dal disciplinare e arricchirsi di pregio, potendo allungare la sosta a 25 mesi, cosa che consente alle aziende di avere più annate a disposizione di un vino che, in questo modo, acquista più “spessore”.  

La qualità mediamente espressa dal Verdicchio di Matelica è elevata al punto da essere il vino bianco italiano con il maggior numero di riconoscimenti in relazione alla superficie vitata. Nel 2020 sono stati 19 i vini premiati e acclamati, anche da Eric Asimov che, sempre sul New York Times ha scritto: “Per coloro che si aspettano un semplice vino bianco, i Verdicchio di Matelica offrono piaceri senza complicazioni. Per coloro che desiderano di più, questi vini hanno una marcia in più. Non si può non tenerne in conto il grande valore”. Frasi che generano un moto di orgoglio in tutti i produttori che sin qui hanno dovuto fare i conti con strategie di marketing e posizionamento complicate, e legate ad una “questione prezzo” molto conveniente per il consumatore (4 euro circa per la versione base, 10 euro circa per la Riserva), meno per il produttore.

Alberto Mazzoni 
“Il nostro vino - ha dichiarato il direttore IMT Alberto Mazzoni - riflette l’imprenditore tipo marchigiano, campione del fare ma non dell’apparire. Per questo oggi più che mai serve moltiplicare le occasioni di internazionalizzazione organizzate dall’Istituto Marchigiano di Tutela Vini attraverso i fondi cofinanziati in Europa e nel mondo. L’Istituto è come una palestra - spiega -, serve ad allenarsi, esistono regole da rispettare e il vicino non deve essere visto come un avversario. Con il biologico stiamo facendo un lavoro importante e necessario: è il futuro, e su questo non dobbiamo avere alcun dubbio. Chiunque si volti dall’altra parte è un kamikaze, anche perché la questione del basso impatto ambientale da noi è di casa dagli anni ‘80”.
Grappoli di Verdicchio 

Ciò che lega il gruppo non troppo nutrito di viticultori, dunque, è l’unità di intenti, la volontà di dare maggiore impulso ad una produzione che, pur rimanendo di nicchia, ha buoni margini per un aumento - seppur moderato -, e lascia ben sperare per la crescita ulteriore del territorio. Il percorso qualitativo oramai è bene avviato, indietro non si torna: nella città di Matelica, resa popolare e fiorente grazie a personaggi illustri come Enrico Mattei, la figura del “metalmezzadro” - operaio metalmeccanico che al termine del lavoro in fabbrica si dedicava alla coltivazione dei campi - è oggi sostituita da un imprenditore agricolo convinto e concentrato sulle produzioni di qualità.

Le verticali

Vigneto Fogliano - Bisci

L’azienda, biologica certificata in attività da 50 anni, ha destinato 18 ettari di vigneto alla produzione di Verdicchio di Matelica. Industriali del mobile, i fratelli Giuseppe e Pierino Bisci scelgono di diversificare negli anni Settanta, iniziando l’avventura nel mondo del vino dapprima come conferitori di uve per la cantina Belisario, giungendo oggi ad una produzione annuale di 100 mila bottiglie. Le uve provengono dal vigneto Fogliano - 4 ettari di superficie e 40 anni di età -, le rese per ettaro sono di circa 80 quintali, dunque molto basse. Il vino affina in cemento vetrificato e bottiglia. Le annate 2018 e 2017 sono giovani e scattanti, particolarmente fresche, ma la maturità si annuncia dall’annata 2016 che cambia il passo e annuncia maggiore complessità al naso e in bocca. La 2015 si conferma equilibrata mentre la 2013 convince nonostante l’annata caldissima che, esattamente come la 2017, ha costretto ad una raccolta delle uve anticipata. 

Un vigneto di Matelica 

Cambrugiano Docg Riserva - Belisario 

L’azienda nasce nel 1971 ed è la più importante tra le produttrici di Verdicchio di Matelica. Qui si si cerca l’identità e ci si salda al terroir, i vini svolgono la fermentazione malolattica e affinano in acciaio e rovere. L’annata 2017 è stata pessima a causa del caldo torrido anticipato, seguito dalle gelate del mese di aprile. Il vino fa emergere al naso gli aromi terziari - camomilla, salvia, miele - mentre in bocca vincono fragranza e persistenza. La 2016 si conferma un’ottima annata, anche qui affiorano gli aromi terziari, la pietra focaia. In bocca l’acidità è elevata, lascia intuire la capacità di evolversi nel tempo. Annata 2015 in linea con la precedente, mentre la 2014 si rivela profonda, la sapidità del sorso è spiccata. Sorprende la freschezza dell’annata 2012, ma anche il piglio austero. Il “miracolo” si compie nelle annate 1995 e 1994, entrambe in Jeroboam, definite “vissute e non sopravvissute” grazie ad un sorso godibile, secco e a tratti tagliente, lo specchio di una condizione climatica molto differente da quella odierna. 

Mirum - La Monacesca 

Nato nel 1988, figlio dell’azienda fondata negli anni Sessanta, il Mirum è diventato un vino - icona, fuori dagli schemi, con quel corpo (15% vol) e quel timbro che andavano controcorrente rispetto le mode dell’epoca dove i bianchi scarichi e leggeri la facevano da padrone. Il nome si deve al fondatore Casimiro, il Mirum era il vino che la famiglia beveva in casa e che nemmeno veniva chiamato Verdicchio. Costava molto sin da subito - 9.500 lire a bottiglia -, un prezzo considerato folle per un vino sconosciuto che passava di mano in mano tra gli amici, e che però non è riuscito a passare inosservato. La 2019 è stata una annata caldissima, seguita da precipitazioni che non hanno interferito sulla maturazione delle uve cresciute nei tre ettari di vigneto. Malolattica svolta e maturazione in acciaio per 30.000 bottiglie annue. Un vino quasi salmastro, importante anche nell’impatto alcolico. Annata 2016 da manuale, vino dall’acidità importante ed estremamente profondo. 2013 godibile, al massimo della sua evoluzione, mentre la 2012 nonostante il 20% di perdita del prodotto dovuta alle condizioni climatiche è tra le migliori, dimostra longevità da vendere ed è la perfetta incarnazione del suo stile. L’annata 2011 risente della grande alluvione primaverile seguita da caldo torrido che ha costretto alla vendemmia anticipata, mentre nella 2009 si iniziano a percepire segnali di cedimento.