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Lasciateci il diritto all'abbuffata: nessuno tocchi il tacchino!

(@Getty Images)
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I dietologi sono avvisati: niente decaloghi “salutristi” durante la festa, parola che deriva dal sanscrito “vastya” che ha a che fare con la tavola. Perché dall'antichità ai giorni nostri questi sono i giorni in cui mangiare tanto, e insieme
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Natale ogni eccesso vale. Perché non è solo una festa dello spirito. È una liturgia alimentare, una celebrazione della convivialità, una santificazione dell’abbondanza. Dietologi e nutrizionisti sono avvertiti. I loro decaloghi salutisti, o meglio “salutristi”, li conservino per dopo le feste. Quando verrà il tempo del bilancio calorico e decideranno la penitenza da farci scontare. Ma tra la Vigilia e la Befana, tra la prima e la dodicesima delle notti magiche dell’anno, è giusto che i loro altolà ai grassi e agli zuccheri restino sospesi a mezz’aria, come i gesti dei pastori del presepe. Perché senza tavolate esagerate e digestioni lunghe un giorno, la festa perderebbe proprio il suo aspetto festoso. Che consiste essenzialmente nel mangiare tanto e insieme agli altri. 

Lo dice l’etimologia stessa della parola festa, che deriva da una remota radice sanscrita vastya che ha a che fare con il focolare, quindi con la cucina. Ecco perché non c’è da stupirsi se lo spirito del Natale si manifesta soprattutto a tavola. Fra capponi e torroni, pasticci e panettoni, lasagne e sfincioni, bolliti e capitoni, tacchini e cotechini, cappelletti, tortellini e salmoni.

Molti di questi capolavori del gusto italiano portano ancora il segno delle prescrizioni religiose. Per questo gran parte della pasticceria natalizia che attraversa lo Stivale da Sud a Nord ha in comune l’uso del miele, al posto del burro e dello strutto, per rispettare il divieto di consumare grassi animali nei giorni di magro. È il caso dei ricciarelli e dei panforti toscani, dei mandorlati veneti, dei mostaccioli calabresi, delle bisciole lombarde, degli zelten altoatesini e trentini, dei cavallucci umbri, dei certosini bolognesi, dei frustinghi marchigiani, degli struffoli napoletani, delle cartellate pugliesi e delle cubaite siciliane. Si tratta di sante tentazioni cui non è peccato cedere. Non è un caso che in molte regioni le specialità di Natale si chiamino devozioni. Perché assaggiarle è un articolo di fede, un obbligo rituale cui non ci si può sottrarre. 

(@Getty Images)
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In realtà i pranzi e i cenoni sono delle orge nel vero senso della parola. Che nell’antichità indicava le offerte sacrificali fatte agli dèi nella maniera corretta. La parola orgia viene, infatti, dal verbo ergo e significa proprio fare le cose seguendo le prescrizioni. Ogni tipicità era consacrata ad una divinità e per questo non ci si poteva rifiutare di mangiarla senza commettere sacrilegio. Oltretutto questi pasti dovevano essere consumati rigorosamente in comunione, come nelle nostre tavolate natalizie. Perché erano dei rituali comunitari. Mangiando insieme si rinnovava il patto collettivo, si rinsaldavano i legami con gli altri. Ecco perché disertare il posto a tavola sarebbe stata una presa di distanza dalla comunità. Un rifiuto di convivialità con  vicini e parenti. 

Di questa commensalità di precetto resta molto nell’alluvione proteica che sommerge le nostre tavole, travolgendo ogni argine dietetico, ogni appello alla temperanza. Destinato a restare inascoltato perché la festa non vuole sentire razioni. Né, tantomeno, razionamenti. Ed era così anche al tempo dei nostri nonni, quando eravamo poveri, ma facevamo sacrifici negli altri mesi pur di poterci consentire di strafare a Natale. Tanto che fino agli anni Sessanta, prima che il boom economico ci trasformasse in una società opulenta, nei sobborghi operai e nei paesi contadini si usava lasciare ogni giorno qualche spicciolo dal pizzicagnolo. E a dicembre questa previdenza rituale, questo risparmio festivo veniva convertito in un cesto pieno di tutte le leccornie necessarie ad imbandire un cenone come Dio comanda. Nessuna esclusa. Perché tutti avevano diritto all’abbuffata. Era il modo più diretto di santificare la festa, quello più profondamente umano perché disegna la gioia sul corpo. Trasforma il dogma della nascita del dio in una vitalissima celebrazione della gola altruista. 

È vero che non siamo più l’Italia neorealista, il Paese in bianco e nero che faceva le nozze con i fichi secchi e che aveva tante virtù perché aveva tante necessità. Oggi, per fortuna, abbiamo la possibilità di spalmare l’abbondanza su tutto il calendario. Eppure, in questi giorni c’è qualcosa di speciale, un fremito festoso che ci fa desiderare di abbandonarci a “pranzetti e pranzoni” come diceva Petronilla, la prima e più importante giornalista gastronomica del Novecento, che ha insegnato agli italiani a nutrirsi bene senza sacrificare lo sfizio. È chiaro che una tradizione così antica non si lascia spaventare da nessuna fatwa anticalorica, da nessun richiamo alla misura. O alla sobrietà evangelica. In realtà ogni tempo disegna il Natale a sua immagine e somiglianza. E realizza così il “consumo del sacro” che è l’essenza di ogni festa. Ieri come oggi. In ricchezza o in povertà. Insomma, nessuno tocchi il tacchino!