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Sulle strade della transumanza: l'Abruzzo raccontato dalla solitudine eroica dei pastori

Eventi, manifestazioni e ricordi che si rincorrono e tramandano per mantenere viva e salda una delle tradizioni più antiche e importanti della regione dei Tre Regni 
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Il vate ha scritto più volte della terra che gli ha dato i natali, “Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare: scendono all’Adriatico selvaggio che verde è come i pascoli dei monti.…”, ma Gabriele D’Annunzio non è stato l’unico. L’Abruzzo è sempre pronto ad accogliere e a far innamorare chi lo visita. I suoi paesaggi mirifici e selvaggi disegnati dalle linee delle montagne, sono luoghi resi magici da racconti e storie di coltivatori e pastori nomadi, di eremiti che hanno trovato nel silenzio dell’alta quota l’essenza della propria vita. Che lo si scopra da nord oltrepassando il confine marchigiano, da ovest attraversando la Marsica aquilana o da sud percorrendo le vecchie vie della transumanza, l’Abruzzo incanta e tira fuori la parte più autentica di ognuno.


Una delle mete imperdibili è il Gran Sasso con Campo Imperatore tappa imprescindibile, il luogo incantato dove si è consumata in una profonda solitudine, spesso rotta da forti momenti lirici ed emotivi, la dura vita di generazioni di pastori; ed è qui che ogni anno, da 62 anni, continua ad andare in scena la Rassegna degli Ovini, la più importante manifestazione a tema di tutto il Centro Italia, accompagnata da musiche, balli e canti popolari abruzzesi per un tripudio di convivialità e cultura tangibile. L’appuntamento che si ripete durante i primi giorni di agosto ha l’obiettivo di mantenere viva un’attività che pian piano sta scomparendo. È stata organizzata dalla Camera di Commercio del Gran Sasso d’Italia, con la compartecipazione dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Abruzzo, insieme alla novità di quest’anno, la TRA-La Transumanza che unisce, progetto ideato e sostenuto dalla Presidenza del Consiglio Regionale dell’Abruzzo con un programma itinerante che ha portato a Campo Imperatore l’Orchestra Popolare del Saltarello e l’International Folk Contest “Etnie Musicali”. Un modo tanto antico quanto attuale per mostrare e far (ri)vivere una pratica su cui si è sempre fondata una regione come l’Abruzzo e che oggi è patrimonio identitario immateriale riconosciuto dall’Unesco. La coesione delle greggi, il lavoro dei cani, la ruvidità e la saggezza dei pastori, gli umori della carne sulla brace, la condivisione del cielo stellato in quota, il Montepulciano d’Abruzzo che scalda.

 

 

La transumanza era il movimento stagionale del bestiame lungo le rotte migratorie nel Mediterraneo e nelle Alpi, una forma di pastorizia si potrebbe dire semplificando. Ogni anno in primavera e in autunno, migliaia di animali sono guidati, dall’alba al tramonto, da gruppi di pastori insieme ai loro cani e cavalli lungo percorsi costanti tra due regioni geografiche e climatiche. Un’opera ardua, un lavoro tanto faticoso quanto nobile, in grado di modellare le relazioni tra persone, animali ed ecosistemi. Rituali e pratiche sociali condivisi, il nomadismo, il contatto con la terra, la comprensione della mente animale, del volere della natura. Nei secoli la transumanza ha segnato la storia e l’aspetto delle genti e delle terre abruzzesi. Lo spostamento ripetuto delle greggi verso sud, per cercare d’inverno pascoli non ghiacciati e climi più miti, e a maggio di nuovo verso nord per tornare a casa, alla ricerca di erbe montane appena spuntate dopo lo scioglimento delle nevi, scandivano la vita agropastorale lungo i “tratturi” della regione. Un’autostrada d’erba che scende dalle montagne, attraversa vallate, borghi e piccoli centri, fino ad arrivare nelle pianure di Foggia, nel Tavoliere della Puglia. Si chiama il “Tratturo Magno”, il più grande tratturo per la transumanza delle greggi, lungo 243 chilometri che fino a cinquanta anni fa collegava l’Appennino alle Puglie, percorso dai pastori transumanti  a piedi. Oggi è in buona parte scomparso ma non la sua memoria e c’è ancora chi, come il dottore veterinario Pierluigi Imperiale (prematuramente scomparso nei giorni scorsi), uno dei massimi esperti di transumanza, il 29 settembre di ogni anno continua a perpetuarne la storia e a ripercorrere la lunga strada di una volta con la sua associazione Tracturo 3.000, nonostante oggi sia stata parecchio modificata dalla speculazione edilizia e i percorsi non sono fatti più di sola natura. È comunque un modo per mantenere in vita la storia e continuare a darle l’onore che merita.

 


“Il rilancio delle aree interne – sostiene la presidente della Camera di Commercio Gran Sasso, Antonella Ballone – passa anche attraverso il sostegno e il rafforzamento delle attività tradizionali locali che costituiscono un tratto distintivo del territorio, e possono rappresentare un elemento attrattivo sia per il rilancio della zootecnia di montagna, che a fini turistici e per contribuire a dare il giusto valore alle produzioni tipiche del comparto agricolo e artigianale”. E così sull’attraente spianata di Fonte Macina a Campo Imperatore, si sono radunati 17 allevatori, 20 artigiani con i loro prodotti tipici e sono confluiti 6.972 capi di bestiame, oltre ai numerosi partecipanti che si sono ritrovati per toccare con mano la vita pastorale. I riconoscimenti non sono mancati: la “Verga d’argento” e il “Premio Speciale Camera di Commercio Gran Sasso d’Italia” sono andati entrambi a Claudio Petronio figlio di Giulio Petronio, il pastore e produttore di Castel del Monte recentemente scomparso, mentre “L’Attestato di Resilienza nella Pastorizia nell’Appennino” è stato assegnato all’azienda Stefano Belà di Santo Masso di Amatrice che dopo aver perduto il suo patrimonio ovino schiacciato dal crollo della stalla con il terremoto del 2016, ha scelto di restare per ricostruirlo dando così fiducia e speranza all’intero settore e al suo territorio. Infine il premio “Al più giovane pastore” presente alla 62esima rassegna e intitolato a Giulio Petronio e Gregorio Rotolo, i due allevatori scomparsi negli ultimi mesi, è stato assegnato a Lorenzo Damiano.

 


Pecora vuol dire tanto in Abruzzo, sicuramente arrosticino: rustell', rustelle, arrustelle, le parole dialettali più comuni lungo le diverse province con cui si fa riferimento all’espressione culinaria della pastorizia stanziale e transumante. Le origini di questo succulento cibo tanto arcaico quanto celebre, da diventare il prodotto identitario di un’intera regione nel mondo proviene proprio dai tratturi, le lunghe vie battute dagli armenti e dalle greggi durante la magica transumanza. È proprio qui, lungo le strade naturali modellate dagli animali durante l’anno, che si rintraccia la nascita degli arrosticini seppur oggi, vista anche la natura da latte delle pecore in Abruzzo, la pietanza viene realizzate con carni prevalentemente straniere. Ci avevano provato Maurizio Cutropia di Bracevia e l’indimenticabile pastore Gregorio Rotolo a produrre un arrosticino 100% abruzzese ma con la mancanza del produttore di formaggi scannese il progetto virtuoso si è arrestato. È d’obbligo però sottolineare quanto di eccellente derivi dagli ovini abruzzesi: il pecorino Canestrato di Castel del Monte, Presidio Slow Food, il pecorino Marcetto a pasta cremosa, la celebre preparazione della pecora alla callara, insieme alle altre leccornie che parlano di una terra, tutte presidio Slow Food: i fagioli di Paganica, la salsiccia di fegato aquilana, il cece di Navelli, le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio. Quando si dice cultura edibile.