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Leggendo Ghosh, le spezie global e la sventura di una noce moscata

Leggendo Ghosh, le spezie global e la sventura di una noce moscata
Lo scrittore indiano e la battaglia per riconoscere la provenienza degli aromi. “Io adoro cacio e pepe, ma solo se è quello lungo, coltivato a Sumatra” 
3 minuti di lettura

L'elemento cibo, nei libri di Amitav Ghosh (Calcutta, 1956), ha un sapore particolare: è storia, è tradizione, è ambiente. Ma leggendo in controluce le opere dello scrittore e antropologo indiano, emerge con forza quanto, l’universo cibo, abbia un’altra faccia: e, quindi, possa essere colonizzazione, violenza, distruzione della terra. 


Ne “La maledizione della noce moscata”, l’opera più recente del principale scrittore indiano contemporaneo e pubblicata in Italia da Neri Pozza, una spezia diventa simbolo di invasione, di barbarie: quella commessa nel 1641 dagli olandesi nell’isola di Banda, nell’arcipelago indonesiano, una terra sì sperduta e difficilmente raggiungibile, ma riconosciuta universalmente per la produzione della prelibata noce moscata. Ghosh, in un colloquio con Il Gusto, si sofferma su quel periodo per correre lungo quasi quattro secoli di storia e scoprire che i legami sono indissolubili.

Amitav Ghosh è nato a Calcutta nel 1956
Amitav Ghosh è nato a Calcutta nel 1956 

A partire proprio dalla globalizzazione. «Le spezie hanno globalizzato il mondo – spiega Ghosh – Quelle dell’Oceano Indiano circolavano in Europa e in Asia perché apprezzate così tanto che già Cristoforo Colombo partì alla ricerca di una rotta marittima per le “Isole delle Spezie”. E sarà pur vero che oggi non sono più considerate merci particolarmente importanti, ma hanno avuto un effetto trasformativo dell’universo. Agli europei hanno portato grandi ricchezze con la conseguente creazione di autentici imperi; dall’altra parte, per chi le coltivava a casa propria ha portato sventura, e quanto accaduto nelle Isole Banda, patria della noce moscata, lo dimostra. In quel caso, l’intera popolazione fu sterminata dagli olandesi».

Le isole Banda
Le isole Banda 

La lettura di un’opera di Ghosh, l’ascolto di uno dei suoi interventi in giro per il mondo, è un’autentica lezione di storia e di vita moderna. Come accadde nella più recente edizione del Salone del Libro, lo scorso maggio a Torino, chiamato dal direttore della kermesse, Nicola Lagioia, a tenere la lectio introduttiva di un appuntamento dedicato fortemente alle tematiche ambientali e al rapporto – da recuperare – tra uomo e natura. Dal punto di vista delle tematiche alimentari, a domanda sul potenziale del “chilometro zero”, Ghosh risponde così: «Penso che sia importante provare a cambiare rotta e mangiare prevalentemente prodotti locali – spiega ancora a Il Gusto – Il trasporto di cibo provoca una enorme quantità di emissioni di gas serra. Tuttavia, a proposito delle spezie, è giusto sottolineare che non possono essere coltivate ovunque: per esempio, il pepe non viene coltivato in Europa. E sapete no che cosa succede? Che il movimento del “locavore” ignora completamente le spezie. Così quando ti viene servita pasta cacio e pepe in un ristorante Slow Food, ti diranno esattamente da dove provengono il formaggio e la pasta. Ma non ti diranno mai da dove arriva il pepe (l’ingrediente più importante), perché non lo sanno né gli importa. Lo danno per scontato. E io credo che questo sia davvero ingiusto».


Ma Ghosh va oltre: in un articolo scritto proprio per Slow Food, citò «libri di cucina scritti da chef notoriamente esigenti che continuano a richiedere anonimi pizzichi di curry (come se esistesse una cosa del genere). Del grande Rene Redzepi, fondatore del Noma, a lungo considerato il miglior ristorante del mondo, si diceva che avrebbe usato “solo cibo originario della regione nordica. Ciò significa niente pomodori, niente olio d’oliva. Al contrario, impiega un’ampia gamma di cibi locali e selvatici di cui spesso va alla ricerca”. Tuttavia, Redzepi usa spesso il pepe nero, che senza dubbio non è originario della regione nordica, e sembrerebbe che si tratti di un ingrediente che esula dalla sua filosofia: nelle sue ricette è indicato semplicemente come “pepe nero macinato”».

La noce moscata
La noce moscata 

Tornando invece al libro più recente, e sempre dal punto di vista della cultura alimentare, c’è un altro aspetto importante che Ghosh sottolinea: «La noce moscata è stata un pretesto per i colonialisti europei per ampliare i propri possedimenti. I cinesi si comportarono diversamente, mandando i propri mercanti alle Isole Banda e riportando in patria, al termine di viaggi lunghissimi, la spezia. Eppure avrebbero potuto prendere i semi e acquisire la “tecnologia” per poterle coltivare. Ma non l’hanno mai fatto, perché a differenza dei colonialisti per loro una noce moscata era tale solo se arrivava dalle Banda. Così come oggi il Parmigiano Reggiano non è tale se non arriva da quella specifica area emiliana e lo stesso potrei dire per i vini Bordeaux. Già storicamente, quindi, si riconosce che un territorio e una popolazione sono intrinsecamente legati a un prodotto. E questo dovrebbe essere ricordato ancora oggi». 

 

Il finale del colloquio è scontato: citando cacio e pepe, viene il sospetto che possa essere un cibo gradito a Ghosh… «Assolutamente, cacio e pepe è il mio piatto preferito, ma solo se preparato con pepe lungo di Sumatra, e mi riferisco proprio al Piper longum, non al Piper nigrum, sia chiaro».

Il libro “La maledizione della noce moscata - Parabole per un pianeta in crisi - è pubblicato da Neri Pozza (pagg. 368, euro 19). Traduzione di Norman Gobetti e Anna Nadotti