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Wine in Venice, bellezza e sostenibilità simbolo delle cantine italiane

Il wine talk sulla sostenibilità a Wine in Venice (foto @stefanoceretti)
Il wine talk sulla sostenibilità a Wine in Venice (foto @stefanoceretti) 
Il dibattito a Venezia: l'estetica e il rispetto dell'ambiente devono diventare sinonimi del vino italiano. Il Consorzio del Lugana, denominazione esplosa nell'enoturismo: "Da noi la sostenibilità è misurabile e i wine lover se ne accorgono"
5 minuti di lettura

Il senso di responsabilità verso l’ambiente, le cantine immerse nella natura, la rigenerazione urbana. L’estetica che incontra l’etica. La sostenibilità nel mondo del vino si declina anche attraverso la bellezza. Del paesaggio e del territorio, laddove i vigneti diventano elementi di architettura naturali. E intellettuale, nel momento in cui i produttori, in qualità di committenti, e gli architetti, col proprio estro artistico, pongono i progetti a servizio, e soprattutto a tutela, dell’ambiente. In un obiettivo condiviso da tutte le professionalità che ruotano intorno al mondo enoico in cui “bello e sostenibile devono diventare sinonimi di vino italiano”, come sottolinea l’enologo Gianpiero Gerbi.

Un tema attuale, affrontato nel corso dei tre giorni del festival Wine in Venice, in particolare un wine talk coordinato da Francesca Pagnoncelli Folcieri, dal titolo “Territorio e paesaggio: la sostenibilità e l'estetica della viticoltura”.  

“Fino a pochi decenni fa, la cantina 'media' era uno spazio agricolo riconvertito, con un capannone di fianco, in uno spazio spesso poco ospitale – dice a Venezia Luca Molinari, direttore del Museo del Novecento di Mestre e docente universitario, oltre che autore di libri su cantine e vino -  Oggi le cose sono cambiate, i viticoltori sono passati da semplici produttori ad agenti territoriali. Attraverso le aziende vinicole non solo si può degustare un buon vino, ma si vive un territorio; oggi le cantine diventano relais, esperienze circolari. In questo senso, l’architettura è stata decisiva: nel corso degli anni sono approdati al mondo del vino artisti del calibro di Renzo Piano, Arnaldo Pomodoro e così via. La bellezza ha espresso il suo potenziale ed è diventata cura della terra. Si è riusciti a far incontrare l’arte contemporanea col territorio, e sempre più aziende hanno capito che questo approccio è fondamentale. Un produttore di vino è il più importante agente di protezione territoriale, e fa alzare il grado delle professionalità coinvolte, degli artigiani e in generale della comunità, tutti uniti nella presa di cura del territorio. E l’architettura è parte di questo approccio, perché incontra l’efficientamento energetico e la protezione ambientale. L’Italia in questo eccelle: c’è un grado di contemporaneità molto bello nelle nostre cantine,  che poi nel corso degli anni è stato copiato anche all’estero, ad esempio  da Spagna, Portogallo e California”.

Gli ospiti del talk (foto @stefanoceretti)
Gli ospiti del talk (foto @stefanoceretti) 

A proposito di cantine eccellenti in cui l’architettura si prende cura del territorio, Toscana Wine Architecture è un’associazione di 13 aziende unite proprio dall’approccio sostenibile e rispettoso della natura, oltre che votato al bello. Lo testimonia a Venezia la responsabile dell'ufficio stampa dell'associazione, Daniela Mugnai: “La nostra è l’unica rete italiana che unisce cantine che, invece di farsi concorrenza, hanno deciso di correre insieme per promuovere il turismo legato al vino. Il bello funziona se è anche buono, come dicevano i greci, e così la bellezza si unisce all’etica e alla sostenibilità che rappresentano il lato migliore. La maggior parte di queste aziende non usa energia elettrica per fare rimontaggi, è costruita con materiali naturali e punta sulla termoregolazione naturale, con la luce che fluisce dall’alto al basso per ottimizzare le risorse. Stiamo parlando di Antinori nel Chianti Classico, Caiarossa a Riparbella, Cantina di Montalcino, Castello di Fonterutoli, ColleMassari, Fattoria delle Ripalte, Il Borro di Ferragamo, Le Mortelle di Antinori, Petra, Rocca di Frassinello, Podere di Pomaio, Salcheto, Tenuta Ammiraglia: dove le aziende più blasonate e storiche sono insieme a realtà più piccole. Ma il fil rouge è l’educazione al bello".

La cantina Antinori a Bargino in Chianti Classico (@antinori)
La cantina Antinori a Bargino in Chianti Classico (@antinori) 

E non è un caso se una delle cantine più belle e sostenibili d’Italia sia stata premiata nei mese scorsi come la migliore del mondo nella classifica World's Best Vineyards 2022: stiamo parlando proprio della cantina Antinori a Bargino nel Chianti Classico, che ha appena festeggiato 10 anni e che è stata concepita a partire dal biennio 2003-2004, come testimonia  Laura Andreini dello studio Archea di Firenze che l’ha realizzata: “La cantina – dice l’esperta – è stata pensata proprio per valorizzare il paesaggio, non per distruggerlo. È stata progettata creando un nuovo modo di abitare la terra, coinvolgendo il paesaggio con un segno il più possibile delicato, legando produzione e parte commerciale in un unico manufatto, esaltando l’andamento delle curve del territorio, oltre che usando materiali recuperati a chilometro zero, con una climatizzazione senza dispersione. Merito soprattutto della maturità intellettuale della committenza, in questo caso Piero Antinori, che ha dimostrato grande volontà di rispettare l’ambiente e mettersi in discussione in un progetto di grandi dimensioni”.

Quando si parla di cantine sostenibili, il verde diventa un grande alleato. “Un elemento architettonico non solo in termini di 'abbellimento', ma come protagonista – riflette Valerio Cruciani di Urban Gap - È un tema questo che può aiutare e contrastare l’emergenza ambientale in atto. E che, insieme alle tecnologie, fa sì che sostenibilità non sia solo una parola, ma il corollario di elementi che, legati insieme, ci portano a realizzare un edificio a basso impatto. Il che vuol dire autosufficiente energeticamente tramite impianto fotovoltaico, termo-controllato, in modo da riuscire ad abbassare le temperature troppo alte in estate, fatto con materiali recuperati. Per esempio, c’è un edificio appena costruito nel complesso Philip Morris in una accademia di formazione, dove è stato usato il legno al posto del cemento armato, con un tetto giardino. Rigenerazione vuol dire non usare più un terreno vergine, ma sfruttare quello che abbiamo, e qui servono coraggio e un cambio di passo nel riutilizzare ciò che c'è già, in modo contemporaneo, senza dimenticare il momento storico in cui stiamo vivendo”.

Tutto sta a trovare la sintesi fra bellezza del paesaggio e sostenibilità. Obiettivo su cui oggi si lavora sempre di più. “Stiamo parlando di due valori che man mano che andiamo avanti nel tempo vanno sempre più a fondersi l’uno dentro l’altro – sottolinea Giampiero Gerbi, enologo e docente di innovazione tecnologica - Se valutiamo la bellezza come valore assoluto, purtroppo perde di significato. La bellezza c’è stata come obiettivo negli anni '90, quando c’è stato un exploit della “cultura della cartolina”, pensiamo ai paesaggi toscani con i cipressi per fare un esempio che tutti conosciamo. Oggi, però, è urgente riempire la bellezza con la sostenibilità, che è il valore che sta alla base del bello. Oggi aprendo un vino, difficilmente il consumatore percepisce la sostenibilità: ecco noi dobbiamo cercare in invertire il risultato, stappare la bottiglia ed essere sicuri che il messaggio arrivi.  Il viticoltore è ospite di un territorio che poi dovrà lasciare alle generazioni future. E per questo deve rispettarlo. Ora stiamo andando verso una presa di coscienza dei territorio, e ciò deve accadere non solo a Montalcino, Barolo o in Valpolicella, ma ovunque, in tutte le viticolture di prossimità. Bello e sostenibile deve diventare un valore inossidabile da trasmettere con un messaggio organico per riuscire, come sistema Italia e sistema vino, ad eccellere, perché ad oggi la nostra fortuna è avere dei valori che domani saranno vincenti a livello mondiale. Togliendo la Francia, che è impostata all’eccellenza da 170 anni, è l'Italia ad avere la possibilità di emergere rispetto al resto del mondo. Bello e sostenibile devono diventare sinonimi di vino italiano”.

Le vigne del Lugana sul lago di Garda (@lugana)
Le vigne del Lugana sul lago di Garda (@lugana) 

Un concetto condiviso da molti territori che negli ultimi anni hanno conosciuto una crescita esponenziale, proprio in virtù della bellezza del paesaggio messa a servizio della sostenibilità. In questo senso, il boom del Lugana rappresenta un case history. Lo conferma il presidente del Consorzio Fabio Zenato: “Siamo sul lago di Garda, in un’area collinare con un terroir ricco di argilla, in una enclave concretamente sostenibile. Negli ultimi 15 anni abbiamo dato concretezza agli obiettivi: tutto ciò grazie al cambio generazionale, al messaggio che viene mandato al consumatore che sempre di più vuole scoprire cosa c’è dietro il bicchiere, e all’attenzione dei produttori nel fare il vino, percorso che viene condiviso con gli enoappassionati. L’esperienza, che molti amano, di andare in vigna a camminare, diventa magica se non c’è più il diserbante, e chi viene se ne accorge. In Lugana facciamo irrigazione a goccia per non sprecare l’acqua. Le cantine più recenti hanno previsto il fotovoltaico a priori, fra i filari si attua la pratica non impattante della confusione sessuale, le cantine puntano alla certificazione biologica per avere un attestato concreto, insomma la sostenibilità abbraccia tutti gli aspetti della vita. I wine lover oggi sono attenti a tutto questo, vanno a ricercare piccoli territori. E noi produttori dobbiamo rispondere alla loro richiesta senza perdere d’occhio la fragilità che potrebbe derivare da un afflusso di turismo eccessivo. Per questo manteniamo alta, con coraggio, la barriera contro la speculazione edilizia. La sostenibilità da noi è una cosa seria e misurabile da chiunque, ed è il consumatore che a portarsi a casa un’esperienza unica sostenibile, e non noi a evidenziarla”.

Un valore questo replicabile anche nel momento commerciale dell’acquisto e della scelta delle bottiglie di vino da consumare. Lo sottolinea il direttore del Gusto, Luca Ferrua: “L’esperienza moltiplica il valore del vino, e le pratiche sostenibili lo renderanno molto più identificabile in enoteca e nella grande distribuzione, in un percorso di integrazione col territorio. Le Langhe sono patrimonio dell’Unesco: tutti amiamo le sue colline ricamate, ma in basso restano tanti capannoni. C’è dunque anche un tema, molto più ampio, che è quello di lavorare per rendere omogeneo e tutelato il patrimonio italiano, in toto. I produttori illuminati sono molti, ma ad oggi non sono la maggior parte, e per esserlo tutti, questo tema va portato nei ministeri: bisogna lavorare per il made in Italy, tenendo sempre presente che cibo e vino valgono quanto moda, arte e motori, e devono avere e pretendere lo stesso rispetto”.